Voto: 
5.0 / 10
Autore: 
Emanuele Pavia
Etichetta: 
Young God / Mute
Anno: 
2014
Line-Up: 

- Michael Gira - Voce, chitarra elettrica e acustica
- Norman Westberg - Chitarra elettrica e acustica, voce
- Christoph Hahn - Lap steel, chitarra elettrica, voce
- Christopher Pravdica - Basso, chitarra acustica, voce
- Thor Harris - Batteria, percussioni, vibrafono e campane, fiati, viola, voce
- Phil Puleo - Batteria, percussioni, salterio, piano, tastiere, voce

Guests:
- Bill Rieflin - Batteria, percussioni, synth, piano, chitarra elettrica, basso, tastiere
- Al Spx - Voce (Bring the Sun)
- Little Annie - Voce (Some Things We Do)
- Julia Kent - Archi (Some Things We Do)
- St. Vincent – Voce (Nathalie Neal, Bring the Sun, Screen Shot, Kirsten Supine)
- Jennifer Church - Voce (She Loves Us!, A Little God in My Hands)
- Daniel Hart – Violino
- Rex Emerson – Mandolino
- David Pierce – Trombone
- Evan Weiss – Tromba
- Sean Kirkpatrick – Piano, clavicembalo, synth
- John Congleton – Piano

Tracklist: 

Disco 1:
1. Screen Shot
2. Just a Little Boy (for Chester Burnett)
3. A Little God in My Hands
4. Bring the Sun / Toussaint L'Ouverture
5. Some Things We Do

Disco 2:
1. She Loves Us!
2. Kirsten Supine
3. Oxygen
4. Nathalie Neal
5. To Be Kind

Swans

To Be Kind

Dopo l'immancabile doppio live di routine (questa volta intitolato Not Here / Not Now e pubblicato sul finire del 2013), la nuova formazione degli Swans torna a maggio 2014 con il terzo album in studio, intitolato To Be Kind e pubblicato nuovamente dalla Young God Records.
Come il precedente The Seer, anche To Be Kind è un doppio disco dall'estenuante durata di due ore, che questa volta però non solo sembra vedere la band adagiarsi sullo stile ampiamente dissezionato con l'ultimo full-length, ma anzi sottolinea tutte le molteplici limitazioni della nuova incarnazione degli Swans (perlomeno, per quanto riguarda il loro lavoro in studio) e che si pone, subito dopo a My Father Will Guide Me Up a Rope to the Sky, come il lavoro meno creativo e interessante di tutta la sterminata discografia del gruppo.

Il materiale di To Be Kind è infatti perlopiù una collezione di brani pensata per la dimensione live incastrata malamente su supporto fisico, dove la dimensione metafisica e ultraterrena delle eccellenti esibizioni del gruppo perde gran parte della sua magia. I trucchi che in concerto rendevano pittoresca la prestazione degli Swans (ripetizione ossessiva delle stesse frasi, interminabili crescendo verso l'esplosione catartica finale presenti in praticamente ogni traccia, marce di oltre un'ora che finivano ben presto per assomigliare a rituali sciamanici piuttosto che a esecuzioni di pezzi veri e propri) qua risultano prevedibili, monotoni, e inadatti per un doppio full-length.
Emblematica di questo fatto è la monolitica Bring the Sun / Toussaint L'Overture, colosso di trentaquattro minuti (ricoprendo su To Be Kind il ruolo che su The Seer era stato della title-track) che non solo indulge in una durata superiore di almeno una ventina di minuti rispetto a quanto le idee alla base del pezzo potrebbero permettersi (si tratta, essenzialmente, del solito crescendo di post-rock simil-apocalittico, ora vagamente psichedelicheggiante, ora più massimalista sulla scia di Glenn Branca, inframezzato da digressioni rumoristiche), ma sfodera oltretutto un arsenale di espedienti che nei live venivano proposti in coda a The Seer (come le deflagrazioni corali che lambiscono il puro caos, o l'utilizzo di fischietti a pieni polmoni dopo aver raggiunto il climax del crescendo) perdendo però tutto il valore estatico che avevano nella dimensione concertistica.

Non va molto meglio per il resto dei brani più lunghi di To Be Kind. Just a Little Boy è una desertica marcia che nel suo procedere psichedelico e vagamente indianeggiante sembra rispolverare gli Om di Advaitic Songs, e in cui solo la viola di Thor Harris, accartocciata e distorta elettronicamente, offre qualche spunto creativo; d'altro canto She Loves Us!, sul secondo disco, è una lunga jam collettiva costruita su un semplice pattern di basso e batteria (basata sull'idea che nel primo disco veniva sviluppata in maniera più creativa con l'opener Screen Shot) che naviga tra i territori della new wave e droni misticheggianti, fino a un improbabile finale dove Michael Gira si abbandona a una sorta di parodia delle predicazioni del passato. Il senso di Nathalie Neal si può riassumere invece nei primi due minuti di voci a cappella e sfarfallii dal sapore minimalista, poiché il resto del pezzo è una delle tante variazioni sul tema illustrato da Screen Shot che il disco presenta.
Più interessante è invece la languida ballata di Kirsten Supine (che talvolta rievoca la grandezza espressiva degli Swans più folk, epoca 1987-1991), seppur si chiuda nel solito, stereotipato vortice di esplosioni rumoristiche.

Sono però i pezzi dal minutaggio più contenuto quelli che si discostano, nel bene e nel male, dalla generale mediocrità mostrata dall'album nei brani di oltre dieci minuti.
Tra quelli più riusciti, oltre al già citato manifesto di Screen Shot, vanno annoverati almeno Oxygen, dominata da sghembe figure geometriche di ritmica e chitarra che fanno quasi pensare ai King Crimson di Discipline, e soprattutto la title-track, indiscusso apice dell'album, dove Gira esibisce una delle sue prestazioni vocali più notevoli sopra un nervoso e instabile tappeto di drone prima di lasciare spazio a una nuova (ma per una volta effettivamente efficace) esplosiva conclusione corale. D'altra parte, A Little God in My Hands, il primo singolo estratto, e Some Things We Do sono tra i momenti più imbarazzanti del disco: la prima per via di un songwriting semplicemente privo di direzione, la seconda a causa della ridondante quanto ridicola scelta di costituire tutto il proprio testo con una declamazione delle varie attività che un essere umano compie nella sua vita (giungendo a un melenso finale costituito dalla ripetizione di «We love»), solo vagamente redenta dall'ammaliante arrangiamento di archi.

Disco più noioso e inutile che brutto, To Be Kind rimette in discussione l'interpretazione degli ultimi anni di carriera dello storico gruppo new yorkese. Alla fine dell'ascolto, è più che mai evidente che The Seer non è stato l'inizio di una nuova fase nella vita degli Swans quanto il definitivo canto del cigno di una leggenda che ormai ha perso (perlomeno su full-length) tutta la sua capacità di impressionare. Sia Gira (che ormai, per quanto evidentemente cerchi di nasconderlo, non ha più la presenza magnetica del passato) sia il resto della band (gli unici a portare avanti un discorso minimamente interessante, per quanto piuttosto standard, sono Christopher Pravidca e Phil Puleo, grazie alle loro ritmiche trascinanti che ovviano all'assenza di direzione del chitarrismo desertico dell'irriconoscibile Norman Westberg) testimoniano la fiacchezza di un gruppo che senza la potenza del passato è pertanto costretta a ripiegare su artifici massimalisti che favoriscono l'impatto scenico all'ispirazione musicale.
È difficile perfino considerare che gli Swans di questo disco possano essere quelli che si erano sciolti con Swans Are Dead, vista ormai la loro lontananza da tutto ciò che aveva reso grandi gli Swans negli anni Ottanta e Novanta (che invece ancora riaffioravano su My Father Will Guide Me Up a Rope to the Sky e The Seer): sembra infatti che, alla luce dell'audience presso cui i dischi post-reunion hanno fatto colpo, Michael Gira e compagni abbiano deciso di adagiarsi sullo stile costituito da doppi album e inutili esperienze di mezz'ora che il nuovo pubblico si aspetta da loro, quasi rinnegando i capolavori del passato (che, in effetti, sono considerati spesso e volentieri quasi dischi minori proprio da coloro che hanno imparato ad acclamare gli Swans con The Seer).
Anche l'immancabile stuolo di ospiti (tra gli altri, figurano Bill Rieflin, Little Annie, St. Vincent, Al Spx e Julia Kent) tradisce la decisione di strizzare l'occhio all'audience statunitense nutrita dalle recensioni di Pitchfork. Alla scarsa creatività mostrata nel lavoro in studio, si aggiunge quindi l'amarezza nel constatare come un complesso che si è distinto per vent'anni grazie al suo percorso ostinatamente contrario alle mode (anzi, più volte anticipandole di qualche anno) abbia finalmente cominciato a ricevere gli onori che si merita proprio con i dischi più modaioli e innocui della sua carriera pluridecennale.  

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