Voto: 
5.2 / 10
Autore: 
Salvo Sciumè
Genere: 
Etichetta: 
Perris Records/Andromeda
Anno: 
2006
Line-Up: 

- Steve Leblanc - voce, chitarra
- Steve Deyoung - chitarra, voce
- Daniel Dupuis - batteria, voce
- Jason Arsenault - basso, voce

Tracklist: 

1. Yellow Rose
2. Ride
3. Backwoods Shuffle
4. Step Right Up
5. 401
6. Long Haul Mission
7. Sticks and Stones
8. Stand Up
9. Chemical Sunshine
10. Make Believe
11. Jokers Hand
12. Smoke
13. Gonzalez

Tracy Starr

Tracy Starr

Già ad un primo sguardo della bella art work raffigurante un paesaggio tipicamente americano, attraversato da un lungo e desolato rettilineo, e sovrastato da un cielo che è un chiaro richiamo alla bandiera statunitense, si può intuire il contenuto di Tracy Starr, debut self-titled di questa band canadese, formatasi nel 2002 dagli ex Exotic Gypsy Daniel Dupuis e Stephen Leblanc, che decidono di lasciare il loro gruppo e prendere una differente direzione artistica, mentre la line-up si completa con l’ingresso di Stephen Deyoung e Jason Arsenault. Infatti il suono dei Tracy Starr sembra avvicinarsi molto allo stile dei Warrant ed un po’ dei Velvet Revolver, con qualche limitata sfumatura Post Grunge alla Godsmack, che rende questo CD adatto per essere ascoltato a tutto volume a bordo della proprio auto.

L’album contiene ben tredici brani per una durata di circa cinquantadue minuti, che iniziano con Yellow Rose, brano che poco convince risultando piatto e monotono nonostante la buona sezione ritmica, e non va tanto meglio neanche con Ride, primo singolo estratto dall’album, pezzo godibile che comunque non rappresenta niente di straordinario, si risale un po’ invece con Backwoods Shuffle, in possesso di buoni riffs e di un sapore "western-cowboy" che la rendono gradevole ed originale, ricordandomi lontanamente Wanted Dead Or Alive dei Bon Jovi. Purtroppo il livello si abbassa nuovamente con Step Right Up, seguita da 401, una breve e strumentale esecuzione chitarristica piacevole e di alta scuola, invece Long Haul Mission risulta fin troppo simile a Backwoods Shuffle, e neanche Sticks And Stones riesce a convincere, risultando anzi tra le peggiori del lotto, mentre in Stand Up l’unica cosa degna di nota sembra il bell’assolo di chitarra presente a metà brano, cosa peraltro valida anche per la successiva Chemical Sunshine. Superato invece in maniera egregia la prova ballad grazie alla bella ed acustica Make Believe, aperta dall’arpeggio acustico della chitarra ed in possesso di una linea melodica carina e dove l’interpretazione del singer sfiora quella del miglior Chris Cornell, ma è solo una breve illusione perchè anche Jokers Hand, ad onor del vero un pò meglio delle altre, e soprattutto Smoke riportano il lavoro a livelli assolutamente modesti, così come la closer Gonzalez, song lunga più di sette minuti e noiosa come poche, che ha la sua parte migliore in quel pregevole finale strumentale dove le chitarre la fanno da padrone.

Un album che scorre via noioso, sempre uguale a sé stesso, e non bastano la bella Make Believe, la pregevole e breve 401, qualche altro discreto pezzo ed un buon lavoro di chitarre a salvare un lavoro del genere dalla piattezza e dalla monotonia che lo caratterizzano. Ciò che più deve essere rivisto, a mio modesto parere, è il songwriting, vero punto debole del combo canadese, visto che la prova dei membri a livello strumentale è ampiamente positiva.

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