Voto: 
7.7 / 10
Autore: 
Vieri Sturlini
Genere: 
Etichetta: 
HevyDevy Records
Anno: 
1997
Line-Up: 

- Devin Townsend - voce, chitarra, tastiera
- JR Harder - basso
- Marty Chapman - batteria

Tracklist: 

1. Seventh Wave (06:50)
2. Life (04:31)
3. Night (04:45)
4. Hide Nowhere (05:00)
5. Sister (02:48)
6. 3 A.M. (01:56)
7. Voices In The Fan (04:39)
8. Greetings (02:53)
9. Regulator (05:06)
10. Funeral (08:06)
11. Bastard (Not One Of The Better Days / The Girl From Blue City) (10:17)
12. Death Of Music (12:15)
13. Thing Beyond Things (04:47)

Devin Townsend

Ocean Machine: Biomech

Devin Townsend è un genio. Lo dico ora e lo dirò spesso anche in seguito, probabilmente.
Devin Townsend è un musicista canadese che ha fatto la sua sua comparsa all'età di diciannove anni come guest nell'album Sex and Religion di Steve Vai, disco che quando uscì, a detta dello stesso Townsend, fece schifo. In effetti, sebbene il contributo di Devin rendesse l'album ottimo, va riconosciuto che fu probabilmente proprio questo ingrediente a renderlo un disco "mediocre" di Vai. Sex and Religion è comunque un lavoro fondamentale per capire come mai, al tempo, un artista come Vai si fosse avvalso della collaborazione di un musicista giovane e sconosciuto come Devin. E il motivo è uno: Devin ha quella che in gergo tecnico viene definita una voce della madonna. Già a diciannove anni Devin dava prova di avere uno strumento vocale assolutamente fuori dal comune, che gli permetteva (e gli permette tuttora, grazie al cielo) di passare da una voce tenorile perfettamente impostata a urli di gola che farebbero impallidire lo Steven Tyler più in forma. Uno strumento che pare montato su misura su di un artista la cui urgenza e complessità espressiva negli anni lo avrebbero portato a sperimentarsi nei modi più disparati.

In Biomech Devin pone l'accento su tutte le necessità sonore e musicali del suo stile. Un ottimo manifesto di introduzione, distribuito dalla sua propria etichetta discografica, aperta per l'occasione, HevyDevy Records - e il nome è tutto un programma.
Devin è un ragazzino giocherellone e malato di mente (nel vero senso della parola, ahilui) che si diverte coi suoni a mettere in scena idee dalle quali è probabilmente ossessionato, quando per inneggiare alla potenza del mare (Seventh Wave) e quando per scrivere canzoni di un gusto pop melodico ai limiti del discutibile (Life?). Biomech è un muro di saturazione, dove la potenza della distorsione per chitarra crea pilastri sonori sulla cui irruenza Devin appoggia melodie di cui si dimostra essere un abile artigiano. Nella produzione generale del disco sono ancora appena percettibili le eredità shoegaze che si renderanno più evidenti soprattutto nei capitoli successivi della sua produzione, ma che sono facilmente rintracciabili nei tappeti sonori e nell'effettistica scelta in pezzi come Hide Nowhere, capolavoro indiscusso e colonna portante dell'album, la folle Greetings e la stravolgente Funeral, pezzo dilatato e sanguigno, forse la miglior prova melodica e vocale del disco.

Devin raccoglie l'eredità lasciata dallo shoegaze degli anni '80 e ne fa una questione personale, prendendola come spunto per creare quello che a detta di molti è un suono fastidioso e poco ear friendly. E d'altra parte l'intera discografia di Devin è riassumibile come tutto ciò che non avreste mai voluto sapere sull'effettistica per chitarra elettrica e che Devin vi ha voluto dire lo stesso: la saturazione nel suono di Devin prende l'impronta più propriamente metal che ne caratterizza l'intenzione stilistica e la priva degli aspetti più "rumorosi", mantenendone intatti l'impatto e la violenza, il tutto coadivuato dall'utilizzo mai oculato di tastiere e sintetizzatori. E il prodotto è inevitabilmente Night quando non la stessa Funeral, passando per episodi più aggressivi come Bastard (not one of my better days/girl from blue city).
Ma Devin è un genio, ed è per questo che la fine del disco è affidata a The Death Of Music, lunga composizione di stampo ambient, colma di suoni ed effetti campionati che sembrano aprire la strada che diversi anni dopo lo stesso Devin avrebbe percorso nei progetti Eko e Ki. A chiudere l'album una Things Beyond Things forse un po' fuori contesto rispetto all'andamento e l'impronta generale del disco, in cui si fanno più forti gli echi dreamy del sound Townsend, ancora acerbo ma prossimo ad un rigoglioso germoglio.

Nonostante le scelte di produzione l'album in qualche modo respira e permette all'ascoltatore di fare la conoscenza di uno dei più folli artisti del panorama metal degli ultimi dieci anni. La costante alternanza di composizioni distese e climax (la breve parentesi di Sister o il finale corale di Voices In The Fan) permettono di tracciare una divisione piuttosto netta tra vari momenti dell'album, lasciando soltanto nella parte conclusiva i pezzi più lunghi e impegnativi. Biomech è in qualche modo il primo lavoro maturo di Devin in parallelo con il percorso furibondo intrapreso con gli Strapping Young Lad già dal 1994. Tuttavia, se Strapping Young Lad si presenta come un progetto dalle tinte scure, dove la violenza dell'impatto sonoro e l'esecuzione dei musicisti fa sentire l'ascoltatore in colpa per avere due soli orecchi, Biomech e i lavori solisti di Devin in generale sono più approcciabili e rappresentano in qualche modo la sua dimensione più accessiblie (con la dovuta cautela). Alla furia vocale caratteristica del sound Strapping Young Lad viene preferita la voce pulita, dimostrazione vincente della versatilità del Nostro che con la voce trasporta, aggredisce, soffre, emoziona, commuove come pochi altri hanno saputo fare e sanno fare, mostrando totale disinteresse per le condizioni delle sue corde vocali, - fortunatamente - con tanto di guadagnato per gli ascoltatori.
E questo è solo l'inizio.

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