Voto: 
7.2 / 10
Autore: 
Matteo Manfredini
Genere: 
Etichetta: 
EMI
Anno: 
1972
Line-Up: 

   
- David Jon Gilmour - chitarra e voce
- George Roger Waters - basso e voce
- Richard William Wright - tastiere e voce
- Nicholas Berkeley Mason – batteria

Tracklist: 


1. Obscured by Clouds
2. When You're In
3. Burning Bridges
4. The Gold It's in the..
5. Wot's... Uh the Deal
6. Mudmen
7. Childhood's End
8. Free Four
9. Stay
10. Absolutely Curtains


Pink Floyd

Obscured by Clouds

I Pink Floyd sono probabilmente una delle rock-band più famose di tutti i tempi: attivi dal 1965, hanno prodotto musica sino al 1995 (reunion escluse), nonostante vari cambi di formazione ed evoluzioni stilistiche, consacrandosi come mostri sacri della musica rock.
Il quartetto iniziale composto da Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright e Nick Mason consegnò alla storia della musica capolavori come l'esordio del 1967 The Piper at the Gates of Dawn, che è unanimamente considerato un masterpiece della scena psichedelica. Sfortunatamente l'avvento della popolarità aggiunto allo stress della vita "on the road" rese il consumo di droga da parte di Barrett eccessivo, costringendo i restanti membri ad ingaggiare David Gilmour come chitarra solista. Inizialmente l'aggiunta serviva unicamente per aiutare Syd durante i live, ma dopo non molto Barrett venne completamente escluso dalla formazione, ormai divenuta insofferente verso i suoi "eccessi".

Obscured by Clouds è il sesto album sfornato dal gruppo inglese, uscito nel 1972. Sostanzialmente è uno dei CD meno conosciuti della loro discografia e probabilmente ciò è dovuto alla data di uscita: infatti l'anno seguente venne rilasciato il famosissimo Dark Side of the Moon che, con il suo successo colossale, ha forse eclissato Obscured By Clouds.
Questo lavoro, ad ogni modo, è nato come colonna sonora del film “La Vallè” di Barbet Schroeder; in realtà nell’opera cinematografica verrà utilizzata ben poca della musica da loro creata, in pratica solamente la title-track e Absolutely Curtains, rispettivamente nei titoli di testa e nei titoli di coda.

L'album non risulta essere levigato come il suo più blasonato successore, nè vuole essere profondo come il precedente Meddle, si avvicina anzi ad un tranquillo pop/rock di chiara origine britannica, infarcito con spunti bluesy, discrete melodie e passaggi atmosferici abbastanza riusciti. Questo lavoro è un punto di transizione per i Floyd, che si allontanano dalla pazzia psichedelica precedente ma non hanno ancora raggiunto la fumosità che segnerà i lavori che seguiranno; in questo album i quattro inglesi si trovano anzi a confrontarsi con il semplice formato canzone. Questo avvicinamento alla tradizione pop inglese è stato utile per ciò che seguirà, poiché vedremo in futuro che le sonorità "sperimentate" con questo disco si manterranno come retaggio del gruppo in alcuni frangenti, ad esempio nel lato più melodico di Dark Side of the Moon oppure nelle ballate acustiche successive.
Nell’album si toccano anche alcune tematiche che saranno poi molto care a lavori futuri come il sopracitato disco, a The Final Cut o a The Wall, anticipandone un po' il lirismo.

L’album è aperto dalla title-track, pezzo discreto e completamente basato sul lavoro di Gilmour che riesce a tirare fuori dei buoni fraseggi dalla sua Stratocaster, accompagnata da una base melodica che si ripete nello stesso modo durante l’intero minutaggio.
A seguire troviamo When You’re in, una delle traccie meglio riuscite dell’intero lotto con un lavoro della chitarra fantastico: David si dimostra un chitarrista molto dotato riuscendo a non stufare con un grandissimo riff che non fa altro che ripetersi per tutta la durata della canzone cambiando tonalità ogni due giri. Notabile è anche la parte di Wright, che accompagna tutto il pezzo in maniera più che buona nonostante rimanga leggermente in secondo piano.
La prossima all’ascolto è Burning Bridges, brano che ricorda molto l’album che sarebbe uscito l’anno successivo, soprattutto per la parte vocale quasi eterea. Nota di merito per l’alternanza alla voce di Waters e di Wright ed un assolo anche questa volta ben riuscito. Burning Bridges lascia poi spazio a The Gold Is in the..., buon pezzo dal forte sapore blues rock che riesce ad intrattenere bene per tutta la sua durata. Buoni gli stacchi di batteria e caratteristico il lungo e coinvolgente assolo blueseggiante.
La quinta traccia Wot’s… uh the Deal non è niente di speciale: l’arpeggio di chitarra acustica non è particolarmente riuscito perché suona un po' stantio, il brano raggiunge comunque la sufficienza grazie all’assolo di tastiera catturante e molto suggestivo.
Mudmen è solamente strumentale, aperta dalle bellissime note di Wright basa la sua struttura sull’intreccio fra le melodie tessute da Gilmour e dal sopracitato Wright.
Childhood’s End è introdotta da una lunga parte di organo, a cui si aggiungono timidamente batteria e chitarra acustica, fino a diventare un rock/blues di media qualità.
Free Four, come Burning Bridges, è una di quelle canzoni che anticipa i Floyd che verranno in ambito di testi, infatti in essa Waters parla della morte del padre durante la seconda guerra mondiale... per il resto il pezzo ricorda il periodo psichedelico antecedente, il fatto è dovuto principalmente all’allegro giro di chitarra acustica (tra l'altro contrastante con il tema della canzone), inoltre sarà la prima canzone floydiana ad essere trasmessa regolarmente dalle radio americane.
Con l'orecchiabililssima Stay ci troviamo ad ascoltare probabilmente il brano più poppeggiante dell’intero album, guidato dalle mani di Wright con la chitarra effettata di Gilmour a fare da contorno.
La chiusura dell’album è affidata ad Absolutely Curtains, brano molto particolare, atmosferico, dominato dalle tastiere di Wright fino all’avvento di una specie di coro, circa a metà canzone, cantato dalla tribù Mapuga (la tribù con cui i protagonisti dell film prima citato vengono a contatto).

Insomma, se qualcuno volesse iniziare ad ascoltare i Pink Floyd non è certo con quest’album che dovrebbe farlo, essendo un disco di transizione e non raggiungendo certo l’eccellenza. Ma nel complesso rimane un discreto lavoro con momenti ottimi alternati ad altri un po' più spenti. La critica musicale tuttavia storicamente stroncò senza pietà il disco, che forse appartiene ad uno di quei casi in cui la verità sta nel mezzo.

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