Voto: 
7.5 / 10
Autore: 
Enrico Pe
Genere: 
Etichetta: 
Epic
Anno: 
1996
Line-Up: 

- Eddie Vedder - voce, chitarra

- Stone Gossard - chitarra, voce

- Jeff Ament - basso, voce

- Mike McCready - chitarra

- Jack Irons - batteria




Tracklist: 

1. Sometimes

2. Hail, Hail

3. Who You Are

4. In My Tree

5. Smile

6. Off He Goes

7. Habit

8. Red Mosquito

9. Lukin

10. Present Tense

11. Mankind

12. I’m Open

13. Around The Bend

Pearl Jam

No Code

Il problema dei Pearl Jam è sempre stato quello di trovare un batterista stabile. Per Ten, tra realizzazione e tour, si sono dati il cambio ben tre batteristi; in Vs si è seduto dietro le pelli Abruzzese, il quale, con Vitalogy, sembrava essere entrato in pianta stabile nella band, ma durante l’ultimo tour lascia la band. Al suo posto entra Jack Irons, amico di vecchia data, colui che a permesso l'unione musicale di Vedder e Gossard.
Sin dai tempi del lungo tour di Ten i Pearl Jam suonavano alla fine dei loro concerti Rockin’ In The Free World di Neil Young. L’artista canadese, colpito dal gruppo e dalla loro devozione nei confronti del proprio lavoro, li recluta come band di supporto per la realizzazione di un album elettrico: Mirrorball. Il sogno di Vedder e compagni si realizza. Inoltre Jeff Ament mette mano ad un progetto parallelo, i Three Fish, sfogando tutta la sua passione per la psichedelia e togliendosi lo sfizio di passare alla chitarra. In casa Pearl Jam le cose non potrebbero andare meglio e l’atmosfera rilassata permette la realizzazione di alcune tra le migliori composizioni del quintetto.

Sometimes è l’opener, canzone delicata e leggera, con un riff pulito e lento che introduce una voce di Vedder quasi sussurrata, come se non volesse svegliare nessuno. La sveglia la da invece il riff di Hail, Hail, ottimo pezzo rock, con una bellissima melodia che entra subito in testa e con un assolo quasi ipnotico. I toni tornano rilassati con la semi-acustica Who You Are, dal ritmo tribale dato dall’ottimo Irons e dai pochi accordi ad accompagnare il cantato. L’atmosfera resta soave con In my Tree, dove Vedder è ancora sulle sue, e Irons è davvero incredibile dietro le pelli. La chitarra elettrica torna a farsi sentire in Smile, pezzo che potrebbe ricordare gli ultimi Aerosmith, soprattutto per l’armonica che attribuisce alla canzone un aria datata restando però sempre fresca ad ogni ascolto. Un soundcheck, il “tre” dato da Vedder e Off He Goes può incominciare: questo è il pezzo migliore dell’album nel quale viene abbandonata ancora la chitarra elettrica in favore dell’acustica e nel quale la voce di Eddie è ancora bassa e rilassata. A far cambiare il tutto ci pensa Habit, dove la gola del cantante soffre come non mai e dove tutti “picchiano” duro sui propri strumenti. Le influenze del Grande Maestro Canadese si fanno sentire in Red Mosquito, altra grande canzone di questo No Code, nella quale il fascino maggiore è dato dai cambi di tempo e dal passaggio distorto/pulito.

A questo punto può sembrare che i Pearl Jam si siano rammolliti, ma a far cambiare idea ci pensa il cortissimo e purissimo punk di Lukin. Present Tense riporta il disco su territori più sicuri e tranquilli; davvero notevole è l’evoluzione strutturale del pezzo. Il rock-punk di Mankind ci presenta per la prima volta la voce di Gossard come attrice principale, che si aggira, un po’ insicura, su una canzoncina divertente. Il tono si fa solenne in I’m Open dove Vedder declama l’importanza di sognare e la tristezza del diventare adulto, in un pezzo che ricorda i solchi di An American Prayer, album postumo di Jim Morrison. Around The Bend è una bellissima ninna nanna che riesce a mettere pace anche nell’animo più burrascoso; davvero bella.
L’intero disco risente molto dell’influenza di Neil Young, soprattutto nelle composizioni acustiche. La copertina è doppiamente apribile e tutta la facciata esterna è composta da diverse polaroid. Questo collage però potrebbe deviare dal contenuto dell’album, infatti anche se i pezzi sono molto differenti, la produzione riesce a dare una certa continuità all’intero lavoro. Un 75 non basterebbe solo per la presenza di Off He Goes, ma si adatta benissimo a questo disco comunque da scoprire.

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