Voto: 
8.5 / 10
Autore: 
A. Giulio Magliulo
Genere: 
Etichetta: 
Subpop
Anno: 
1990
Line-Up: 

- Mark Arm - vocals, guitar
- Matt Lukin - bass
- Dan Peters - drums
- Steve Turner - guitar

Tracklist: 


1. Touch Me I'm Sick
2. Sweet Young Thing (Ain't Sweet No More)
3. Hate the Police
4. Burn It Clean
5. You Got It (Keep It Outta My Face)
6. Halloween
7. No One Has
8. If I Think
9. In 'N' Out of Grace
10. Need
11. Chain That Door
12. Mudride

Mudhoney

Superfuzz Bigmuff + Early Singles

Quando si parla di nordovest americano dalla fine degli anni ottanta a quasi tutti gli anni novanta, i nomi che saltano fuori sono Nirvana, Soundgarden e Alice in Chains. Non si parla quasi mai di Tad e Skin Yard, formazioni dalle cui fila non sono fuorisciti personaggi che avrebbero portato il grunge a livelli di mainstream (lo stesso Jack Endino, figura chiave nella propagazione di queste sonorità, è più conosciuto come tecnico e produttore che non come frontman di Skin Yard) poiché questi gruppi non offrirono all’orecchio ineducato le possibilità melodiche dei loro più fortunati colleghi.

Ma perché si parla poco anche dei Mudhoney? Come sono andate le cose? L’occasione per ribadire ancora una volta che il fenomeno ‘grunge’ da quando ha preso tale denominazione sia stato un trend come tanti, da cavalcare per vicissitudini perlopiù geografiche e temporali, ci è confermato dalla diversità delle bands accomunate. I Mudhoney, appunto, sebbene avessero quell’attitudine selvaggia e pesante, poco mediata, non subirono però incondizionatamente le strutture di certo hard rock cupo e claustrofobico come alcuni loro colleghi. Di tutti i gruppi di Seattle, anzi, sono stati forse quelli più vicini allo spirito del rock n’ roll. Ma andiamo per ordine soffermandoci sulle tappe significative della band.

Tutto comincia con i Green River, formazione seminale che comprendeva oltre a Mark Arm e Steve Turner (voce e chitarra), Stone Gossard e Jeff Ament, poi nei Mother Love Bone e attuali Pearl Jam. Nei Green River è la voce psicotica di Mark Arm l’elemento caratterizzante che resterà pressochè immutata nel tempo. La musica invece, già anticipatrice delle scorribande a venire resta però ancora avviluppata in filamenti metallici (poi tessuti sapientemente dai Soundgarden e raffinati nelle pieghe più heavy dei Pearl Jam).
 
E’ da queste premesse che nel 1985 per Homestead esce Come on Down, anche se il grande riconoscimento sarà con Dry As a Bone del 1987 su Sub Pop. L’emissione sul mercato dei lavori dei Green River coincide sempre con fuoriuscite dal gruppo di membri dei futuri Mudhoney, prima Steve Turner, poi Mark Arm: era evidente che il ‘fiume verde’ volesse sfociare in mari diversi. I due transfughi, reclutati l’allora bassista dei Melvins Matt Lukin e il batterista Dan Peters formarono finalmente i Mudhoney che diedero alla luce due singoli: Touch me I’m Sick/Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More e You Got It/Burn It Clean.

E’ il 1988 ed i tempi ormai son maturi per entrare in modo più incisivo sul mercato; esce su Sub Pop Superfuzz Bigmuff (la label farà poi in seguito un ottimo lavoro di accorpamento degli Early Singles con il primo e.p. ufficiale, cosa che farà anche con gli altri famosi gruppi del rooster, dando un quadro sufficientemente completo della situazione del gruppo a quel momento).

Candidamente cinici e violentemente ormonali i quattro rielaborano lezioni di rock da fonti storiche proponendosi come fatto inedito nelle cronache musicali di quei giorni. Touch Me I’m Sick comincia con un riff asciutto, un urlo malsano ed una risata demente che possono essere considerati l’essenza stessa dei Mudhoney. Provocazione ed ironia nei testi: “…toccami, sono malato, vieni con me baby, altrimenti morirai sola…” con la stridula voce di Arm non possono non far pensare al primo punk di Johnny Rotten, anche se il punk a cui guardano i Mudhoney (sarà più evidente nei dischi successivi) è quello di oscuri combi dei sixties legati ad un immaginario deviato da teenagers cresciuti a b-movie.
In Sweet Young Thing… già si intravede chiaramente questa propensione ad una psichedelia malata fuori dai tunnel colorati del flower-power e che ha a che fare piuttosto con le anfetamine che con gli acidi; nelle note finali di ogni strofa c’è dilatazione e tormento vocale. Hate The Police dei Dicks è una smaccata dichiarazione d’amore verso il garage rock più vandalico di tutti i tempi. Ancora storie di figli degeneri e incattiviti da genitori ancora più subdolamente incarogniti. Stabilito quindi questo legame (anche geografico) con la decade sixties i Mudhoney ampliano il raggio d’azione ed i riferimenti della loro musica per arricchire e completare il loro anarchico orizzonte sonoro.
Il riff finale di Halloween dei Sonic Youth può senza dubbio far pronunciare il nome che per molti versi sarà (e per qualche anno ancora) indissolubilmente legato ai Mudhoney, come una paternità a figli bastardi, The Stooges, proprio quelli che hanno definitivamente seppellito il sogno multicolore degli anni sessanta. La velocità, il riffing scarno di Ron Asheton, la carica provocatoria dell’Iguana, la distorsione da incubo con quel wha-wha insistente ed il senso di peccato e trasgressione ma anche noia dominante rivive nei Mudhoney, ed il riff è quello di I Wanna Be Your Dog. Detroit ritorna anche con MC5, l’altro gruppo storico della città, per quel modo esplosivo in cui Arm canta, sempre al limite, a squarciagola, urlando qualunque sia lo stato d’animo, sempre riottoso e su di giri, con una forma di carica iniziale, quasi gioiosa, che per gli eccessi diventa rovinosa ed incontrollata.

E sembra davvero che i Mudhoney in certe parentesi acustiche, in certi accordi gentili (Need, If I Think) soffrano di una nostalgia, di una perdita per qualcosa di buono, di pulito (In ‘n’ Out Of Grace) e da bravi ragazzi americani quali sono, subìta la frustrazione, aprono gli occhi e si disperano contorcendosi in un rock altamente tossico. La finale Mudride, più che una cavalcata è uno strisciare nel fango della psichedelia più allucinata, con tentativi falliti di uscirne con adrenaliniche accelerazioni dalla palude di fuzz nella quale si annegherà.

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