Voto: 
4.0 / 10
Autore: 
Edoardo Baldini
Etichetta: 
Escapi Music/Self
Anno: 
2006
Line-Up: 

- Lizza Hayson - voce
- Karla Williams - chitarra
- Shahar Mintz - chitarra, voce
- Szymon Maria Rapacz - basso
- Roi Star - batteria


Tracklist: 

1. BH
2. The Prophecy
3. Cult
4. By The Numbers
5. Raw
6. Open Your Minds
7. Psychos
8. Deep Cobble
9. Anger
10. The Time Has Come

Mahavatar

From the Sun, the Rain, the Wind, the Soil

Da New York City ci giunge la realtà dei Mahavatar, già conosciuta dai più esperti cultori della scena underground Progressive per la pubblicazione di Go With the NO! (2005 - Cruz Del Sur Music): dopo essere approdati alla Escapi Music, l’inusuale quintetto multinazionale (con membri provenienti da Polonia, Giamaica ed Israele) completa il secondo album di studio, tale From the Sun, the Rain the Wind, the Soil, proponendo un Progressive oscuro e dalle parvenze tribali, sulla scia di bands quali Deadsoul Tribe ed Orphaned Land.
L’esperienza musicale compiuta dai Mahavatar risulta parecchio interessante sotto il punto di vista strettamente stilistico, poiché il genere presentato appare come originale e personale, ricco di ritmi e melodie orientaleggianti di notevole spessore.
Ciò che invece delude lungo lo sviluppo del full-lenght, oltre alla registrazione non impeccabile, è la stessa struttura delle canzoni, pesante da sopportare e abbastanza confusionaria; i toni Alternative che vengono inseriti a sprazzi nelle composizioni valorizzano lo stile dei Mahavatar, ma l’interpretazione data dai musicisti non si rivela delle migliori: il tessuto abbastanza significativo di chitarre e batteria non viene esaltato dalle linee vocali, formate da un duetto voce femminile/growl maschile che non cattura l’attenzione degli ascoltatori ma che penalizza profondamente il risultato finale di ogni singola traccia.

Basti ascoltare canzoni come le prime BH e The Prophecy per comprendere come le architetture ideate dalla chitarrista giamaicana Karla Williams siano totalmente sprecate e rovinate dall’impostazione vocale.
Gradualmente From the Sun, the Rain the Wind, the Soil si perde nei continui inserti di elettronica o negli intrecci di gorgheggi scoordinati: anche le melodie divengono ripetitive e non riescono a conservare il fascino sperimentale che la band vuole cercare di forgiare. Raw e Open Your Minds sono estremamente prive di mordente e si abbandonano ad un’evoluzione amorfa, che non strega e non trascina: anche l’impianto lirico scritto dalla cantante israeliana Lizza Hayson è scadente, poiché il concept che tratta della realtà come continua lotta di ciascuno individuo per aprire gli occhi e scoprire ciò che veramente lo circonda appare banale e scontata.
Sebbene siano presenti alcune discrete idee nell’album, come l’impiego delle percussioni e delle altre sezioni ritmiche, esse rappresentano dei piccoli bagliori all’interno di un platter in cui i Mahavatar brancolano nel buio. Dopo aver curato maggiormente la produzione, la formazione avrebbe dovuto puntare su un song-writing ben più coinvolgente e meglio strutturato, poiché episodi come Psychos distoglierebbero qualsiasi fan del Progressive ad accostarsi ad una realtà così ancora immatura e confusionaria.

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