Voto: 
8.0 / 10
Autore: 
Gioele Nasi
Genere: 
Etichetta: 
Black Lodge/Audioglobe
Anno: 
2007
Line-Up: 

- Erik Grawsiö - Voce, Batteria
- Markus Andé - Chitarra
- Jonas Almquist - Chitarra
- Pierre Wilhelmsson - Basso
- Janne Liljeqvist - Violino
Guest:
- Ymer – Voce femminile

Tracklist: 


1. Uppvaknande (1:49)
2. Ur Själslig Död (4:29)
3. En Fallen Fader (5:57)
4. Den Gamle Talar (2:08)
5. Genom Världar Nio (5:37)
6. Visioner på Isen (8:53)
7. Vargbrodern Talar (1:32)
8. I Underjorden (4:12)
9. Nio Dagar, Nio Nätter (4:44)
10. Vargstenen (5:34)
11. Vedergällningens Tid (3:46)
12. Eld (2:36)

Månegarm

Vargstenen

Ci sono voluti cinque dischi e più di dieci anni di carriera, ma finalmente è possibile dirlo: anche i Månegarm possono andare fieri di aver pubblicato uno di quei dischi che rimarranno come pietre miliari nel Viking Metal, il loro piccolo capolavoro nell’ambito del genere, il macigno che rimarrà fra le vette di questo minuscolo e variopinto anfratto del Metal più estremo ed epico.
“Vargstenen” è il primo disco che i Manegarm pubblicano per la Black Lodge ed il primo a convincere in toto, senza lasciare dubbi o incertezze: segno indelebile di una maturità artistica finalmente raggiunta, oserei dire quasi ‘a sorpresa’ per una band che ha sempre pubblicato lavori solidi, importanti e godibili, ma che non aveva ancora compiuto quel salto di qualità che l’avrebbe potuta portare nelle sale d’oro del Pagan Metal, accanto a nomi quali Thyrfing, Mithotyn od Enslaved – ebbene, quel passo è stato fatto, e possiamo dire di avere fra le mani un disco di quelli che si faranno ricordare: non sarà “Vargstenen” a rivoluzionare il Viking Metal, in quanto non possiede elementi realmente innovativi e sconvolgenti al suo interno, ma è sicuramente lui a portare al culmine quella ricerca stilistica che ha segnato il genere nei suoi ultimi anni, sempre più eclettico e versatile, sempre più contaminato dal Folk e dall’elemento epico a scapito della primigenia, lacerante furia Black Metal.

Bando alle ciance, e andiamo a vedere cosa ci propongono i Månegarm, quintetto in splendida forma, guidato da un Erik Grawsiö che non ha mai cantato così bene: la sua voce ‘pulita’ è urlata e roca, perfetta nel dare grinta e potenza al suono della band, essendo capace di scurirsi per arrivare ad un timbro gutturale quasi growl, o di lasciarsi andare ad interpretazioni più tonanti ed epiche: nel genere, forse solo i migliori Thyrfing, Amon Amarth e Vintersorg sono riusciti ad avere un simile impatto espressivo a livello vocale; fra gli altri protagonisti segnaliamo il sempre importante violino di Janne Liljeqvist, che riduce il suo raggio d’azione ma aumenta in peso specifico: interventi ridotti ma più organici e ponderati, a complementare la fantastica prestazione della coppia d’asce Andè-Almquist, entrambi scatenati fra assoli a bruciapelo, ritmiche taglienti e riff dalle melodie infuocate.
“Vargstenen” è il primo concept album della band, ma più che l’elemento lirico-concettuale mi preme far conoscere quello musicale: questo disco, infatti, sorprende perchè riallaccia i legami con il brutale “Dodsfärd” , di cui possiede la formidabile intensità e la devastante potenza, mentre volta la schiena alla facile immediatezza del precedente “Vredens Tid” , conservando delle recenti esperienze soprattutto l’accortezza e l’abilità nel coniugare le melodie Folk ai veementi ruggiti estremi, e la capacità di ben strutturare le canzoni – l’opprimente e stordente atmosfera, alla lunga confusionaria, che aleggiava sui primi due dischi della band (“Nordstjärnans Tidsålder” e “Havets Vargar”) è definitivamente perduta, in favore di brani ognuno caratterizzato da una fortissima personalità e da un impatto melodico eccellente.

Proprio le canzoni sono il punto di forza di questo disco: “Vargstenen” è ricco di inni dalla stupefacente forza espressiva, comprendenti rudi melodie vocali di sopraffina levatura e un riffing molto possente in primo piano, elementi capaci di esaltare facilmente l’ascoltatore: è questo il caso della virile e rocciosa “En Fallen Fader”, preceduta in apertura dall’altrettanto battagliera ed infuocata “Ur Själslig Död”; si segnalano fra i capitoli più ispirati anche le conclusive “Vargstenen” (tiratissima e furente, ma variegata e ricca di sfaccettature, nonché di melodie più o meno nascoste) e “Vedergällningens Tid” (il brano che più ricorda i migliori momenti di “Vredens Tid” per i suoi favolosi inserimenti Folk), succedute infine dalla bellissima ballata acustica “Eld”, degna erede degli esperimenti Folk di “Urminnes Hävd” .

Racchiusa fra due intermezzi atmosferici, la fase centrale del disco è affidata all’amena coppia “Genom Världar Nio” e “Visioner på Isen”, praticamente una l’opposto dell’altra: laddove la prima è tambureggiante, facilmente assimilabile, perfino frenetica nel rapido assolo di chitarra, la seconda è un colosso epico da quasi nove minuti, lento e ponderato, in cui fanno bella mostra di sé, oltre alle melodie del violino di Janne (vero mattatore, qui) anche voci ‘completamente’ pulite, sia maschili che femminili, per il momento più solenne del disco, quello che maggiormente integra nel proprio DNA il patrimonio Folk da cui più volte gli svedesi hanno attinto.
Due brani mancano all’appello, quelli posti in ottava e nona posizione: sono la violenta “I Underjorden”, che incorpora addirittura uno stacco Thrash Metal, nonché un delirante ed convulso (nonché di discutibile gusto) assolo di violino, e l’altalenante “Nio Dagar, Nio Nätter” che nella sua prima, furiosa sezione sembra avere poco da dire, continuando sulla scia demolitrice della precedente, ma al termine del consueto intermezzo di metà brano riesce a sprigionare nuova vita grazie ad un clamoroso coro pulito di grande intensità ed efficacia, ennesimo highlight di questo disco.

Chi segue la scena Viking Metal ha già capito dove voglio andare a parare: quest’anno, il genere ha visto trionfare sia la propria vena più apocalittica, sperimentale ed intricata (il riferimento è al masterpiece “Viides Luku: Havitetty” dei finnici Moonsorrow) sia la propria corrente più immediata ed accessibile, grazie proprio a “Vargstenen”, un disco che coniuga violenza e melodia grazie alla concretezza della forma-canzone.
Riassunto: i Månegarm, nonostante già marciassero accanto ai più illustri portabandiera del movimento, prima d’ora non avevano mai suonato in modo così convincente: chi apprezza queste sonorità non si faccia scappare il loro miglior disco di sempre – “Vargstenen”, “la Pietra del Lupo”.

LINKS PER L'ASCOLTO
- My Space Manegarm

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