Voto: 
6.5 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Etichetta: 
Psychonaut Records/Andromeda
Anno: 
2009
Line-Up: 

- René Rutten - electric and acoustic guitars, stylophone
- Hans Rutten - drums, percussions
- Frank Boeijen - keyboards, piano, harmonium, vibraphone
- Marjolein kooijman - bass guitar
- Silje Wergeland - vocals, grand piano

Guests:
- Anne van den Hoogen - vocals on track 6
- Marcela Bovio - vocals on track 8

Tracklist: 


1. When Trust Becomes Sound
2. Treasure
3. All You Are
4. The West Pole
5. No Bird Call
6. Capital of Nowhere
7. You Promised Me a Symphony
8. Pale Traces
9. No One Spoke
10. A Constant Run

Gathering, The

The West Pole

Nell'estate 2007 gli olandesi The Gathering annunciano che la loro celebre cantante, Anneke van Giersbergen, avrebbe lasciato il gruppo per concentrarsi sulla vita privata e sul suo progetto personale, gli Agua de Annique.
Un fatto certamente rilevantissimo (anche se a volte è stato gonfiato all'inverosimile, venendo dipinto come una grave sciagura dal quale i Gathering difficilmente si sarebbero ripresi), perché Anneke era un po' un gioiello d'ugola, un'icona ammiratissima e celebratissima grazie al suo talento canoro, e perderla è di sicuro un duro colpo. Ma la formazione nederlandese è composta da eccellenti musicisti e sicuramente subito dopo si saranno riuniti convenendo che:

1) a comporre la musica non era Anneke da sola, ma anche gli altri, che anzi avevano un ruolo importantissimo nella stesura delle canzoni e di conseguenza ciò che si riteneva speciale nella loro musica non aveva alcun motivo di sparire completamente assieme a lei;
2) per quanto fosse una cantante dotata di una voce unica, ciò non significa che un album sia degno di essere ascoltato solo se c'è lei, né che la musica dei Gathering possa continuare solo con lei come cantante.

Insomma, i membri del gruppo si sono ritrovati nella situazione di non far rimpiangere l'ormai ex-cantante e al tempo stesso di dimostrare di poter andare avanti componendo eccellente musica senza bisogno di avere la di lei ombra che incombe in continuazione.
Così, invitata la cantante norvegese Silje Wergeland (proveniente dagli Octavia Sperati e con un timbro vocale limpido e avvolgente, anche se molto ricalcato su quello di Anneke), la formazione entra in studio per dar vita a The West Pole, nono sigillo di una carriera ormai ventennale.

Viste le esigenze, ci si poteva aspettare probabilmente il loro lavoro più ambizioso e sperimentale, ma in realtà i Gathering compiono il sentiero inverso puntando piuttosto ad un lavoro molto più semplificato, più etereo e melodico, come anche quello con più apertura al lato chitarristico da qualche album a questa parte. Diciamo pure dai tempi di if_then_else, di cui ci sono richiami stilistici più evidenti (ma purtroppo senza mai toccarne i vertici compositivi, caratterizzativi ed emotivi). Effettivamente The West Pole si richiude nel lato più intimista del gruppo che sembra quasi dare uno sguardo al proprio passato per ricapitolare la situazione e trovare le basi su cui ripartire con un nuovo ciclo, come a voler andare sul sicuro, senza rischiare, prima di aver metabolizzato a dovere il cambiamento (e anche per questo probabilmente Silje non è presente in tutti i brani e ci sono due ospiti).
Ciò che emerge principalmente è la divisione fra un'anima più rockeggiante e immediata, espressa principalmente nelle prime canzoni in cui prevale l'elemento "riffocentrico" abbinato a spunti che esaltano il lato più sognante del gruppo, ed una maggiormente psichedelica/atmosferica, concentrata invece nella parte centrale dell'album e che offre i picchi di oscurità del disco.
Se la prima suona esecutivamente gradevole ma scontata, la seconda mostra più spessore e caratterizzazione pur tuttavia non ai livelli dei precedenti lavori. A far da collante al tutto c'è comunque la classe infinita dei Gathering, marchio di fabbrica altamente personale, e piccoli inserti sonori come gli archi, aggiunti in piccole dosi lungo diversi punti del full-lenght (altra soluzione ripescata da if_then_else) per aumentare l'emozionalità delle canzoni (anche se spesso sembrano più che altro semplici manierismi, per fortuna marginali), e tutta la perizia in studio del gruppo, dalla presenza nitida dei bassi fino alla produzione.

Il pezzo d'apertura è When Trust Becomes Sound, una strumentale energica e d'impatto trascinata dalla distorsione corposa della chitarra. I problemi sono due: il primo è che per come è strutturata e sviluppata, non suona come una strumentale tout-court ma come una normale canzone però senza canto, cosa che non risulta più tanto originale nel 2009 e che può lasciare una sensazione di incompletezza. Il secondo è che, a conseguenza di ciò, il brano sembra forzato, come a voler mostrare schitarrate a tutti i costi.
Treasure vede finalmente l'esordio della nuova cantante Silje, dalla voce cristallina e melodiosa, ma anche fortemente modellata sulle linee vocali di Anneke. Il riffing è solare e brioso, ma anche senza sorprese o guizzi creativi, ed il tutto è spogliato degli arrangiamenti più ricercati così come dei tratti più soft ed elettronici dei precedenti lavori. Praticamente il brano è funzionale più che altro come singolo catchy ed introduttivo, così come lo era Shortest Day in Home (e con cui c'è qualche affinità concettuale). In ogni caso sono apprezzabili dal punto di vista melodico l'atmosfera eterea e i malinconici archi, conferenti alla canzone tonalità più da "dream rock", ma un po' finiscono per eccedere nel sentimentalismo sembrando anche banali.
All You Are è più schitarrata e dinamica nel chorus, ma persistono i difetti già accennati. La canzone è melodica e in sè gradevole, ma anche tendenzialmente monotona, soprattutto per quanto riguarda il lato ritmico che si rivela povero di idee e ripetitivo facendola risultare più piatta.
La titletrack The West Pole inizia con brevi arpeggi che ricordano i Rush ma subito subentrano corposi chords che riportano indietro nel periodo del gruppo alla fine degli anni '90. Il pezzo scorre lentamente, alternando in maniera ripetitiva fraseggi distorti e distensioni atmosferiche, a cui si aggiungono nel finale i consueti archi per enfatizzare lo spessore emotivo. Non male, ma ancora sotto i livelli a cui ci avevano abituato.
No Bird Call, semplice ma in ciò ricercata e meditata, si focalizza sulla tastiera cupa e raggelante, scandita in lontananza da una tenuissima batteria, mentre i riff più decisi vengono messi da parte per far posto ad un'effettistica tetra, con anche gli archi molto meno scontati.
Capital of Nowhere riprende il discorso di Home in una veste più dream pop (canto angelico ed onirico della guest Anne van den Hoogen, arpeggi placidi, distorsioni corpose e riverberate) e con maggiore enfasi sui significativi climax emotivi che sul lato elettronico (marginale). La canzone è ricca di pathos ed è uno degli episodi più riusciti dell'album.
You Promised Me a Symphony è un'esecuzione di solo pianoforte in cui Silje ricorda più che in ogni altra canzone Anneke e che, seppur formalmente banale di per sè, svetta maggiormente nel contesto dell'album poiché lo condisce con ispirate tonalità malinconiche in contrasto con la maggiore solarità dell'inizio. Si genera così un riuscito effetto dolce-amaro che arricchisce l'economia generale del disco.
La mesmerizzante Pale Traces mantiene questo contrasto con una decadente e psichedelica marcia, arricchita da tetri sfondali ambientali, dalla dolente voce di Marcela Bovio e da un arrangiamento caratterizzatissimo. I cupi giri di tastiera riportano alla mente certi passaggi più sofferenti di Souvenirs, ma il tutto è molto più minimale e rarefatto. Ad un certo punto si inseriscono archi corposi, come in una Saturnine più macabra e senza chitarre, accompagnati da un organo allucinogeno e dalla batteria cadenzata. Da brividi.
Le ultime due canzoni sono la summa del disco e cercano di mediare fra la parte iniziale e quella centrale del disco. Non aggiungono moltissimo a quanto già affrontato, rappresentando più che altro delle sintesi ben scritte anche se poco originali. No One Spoke offre una piacevole miscela di riff magmatici, riverberi chitarristici, tastiere melodiche e refrain avvolgenti, mentre la conclusiva A Constant Run enfatizza il lato etereo e onirico, accompagnato da bassi intermittenti ottantiani e da un ritornello molto radio-friendly, estendendosi per oltre 7 minuti grazie a piacevoli tappeti di avvolgente tastiera sognante su cui si adagiano riff ossessivi e melanconici.

Insomma, il ritorno dei Gathering, più orecchiabile e sciolto, è però meno ricco ed espressivo di quanto ci si aspettava, incappando in una ripetitività maggiore ed in una originalità ben minore rispetto ai precedenti dischi. Intendiamoci, rimane comunque un risultato pregevole grazie alla loro personalità unica (tale che i loro risultati peggiori sono di gran lunga migliori dei "capolavori" di plurime altre formazioni), ma la sensazione che i Gathering siano regrediti mina il risultato finale, facendo sembrare i brani più deboli delle b-sides di if_then_else e limitando l'efficacia di quelli migliori.
Il fatto è che questo è un album di transizione, per forza di cose un "checkpoint" per guardare al futuro, sul quale ci si chiede se sarà ancora più pop e melodico, oppure intraprenderanno realmente la via della sperimentazione più totale.
La risposta la conosce soltanto il gruppo di Oss.

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