Voto: 
6.9 / 10
Autore: 
Gioele Nasi
Genere: 
Etichetta: 
Napalm Records/Audioglobe
Anno: 
1998
Line-Up: 

- Vratyas Vakyas – tutti gli strumenti



Tracklist: 



1)...When Gjallarhorn Will Sound...

2)...Where Blood Will Soon Be Shed

3)Towards The Hall Of Bronzen Shields

4)The Heathenish Foray

5)Walhall

6)Baldurs Tod

Falkenbach

...Magni Blandinn Ok Megintiri...

Nel 1996, dopo l'uscita dello straordinario debut album “En Their Medh Riki Fara”, Falkenbach inizia a ricevere buoni consensi e Vratyas Vakyas, mastermind della band, viene contattato dalla label austriaca Napalm Records, veterana di certo folk metal, per produrre il secondo disco dei Falkenbach; così nel dicembre del 1998 viene pubblicato il secondo full lenght del gruppo, “...Magni Blandinn Ok Megintiri...”, dotato di un artwork e di un booklet decisamente più professionali e apprezzabili rispetto al debutto.

Invece musicalmente questo secondo disco non è sicuramente ai livelli di quello che l’aveva preceduto. “Magni Blandinn...” è una sterzata, dubbiosa e maldestra, verso lidi più epici e meno black, che saranno raggiunti e sviluppati ad hoc nel terzo disco del gruppo, l’acustico e magnifico “Ok Nefna Tysvar Ty”.
Qui troviamo chitarre senza potenza, soffocate da una produzione poco brillante, e una voce sotto gli standard: lo scream difetta in sentimento, tecnica e rabbia, le clean mancano spesso di mordente, i cori sono usati con troppa parsimonia, e la voce parlata, stranamente gutturale, è totalmente fuori luogo.
E ancora: la batteria rigetta la velocità e l’aggressività che caratterizzavano i momenti più adrenalinici del debut, rifugiandosi in ritmiche soporifere e risultando niente più che uno stanco accompagnamento.
A livello di canzoni, per circa metà disco si viaggia sugli ottimi livelli cui Vakyas ci ha abituato; l’altra metà però soffre di una stanchezza compositiva abbastanza evidente anche nelle strutture delle songs stesse.

In realtà il disco parte splendidamente: un flauto sfacciatamente epico ed esaltante apre l’ottima “...When Gjallarhorn Will Sound...”, novella “Heathenpride”, superbo monumento del Viking falkenbachiano, potente nei suoi cori à la Bathory e accattivante nell’accompagnamento di flauti e synth.
“...Where Blood Will Soon Be Shed”, pur peccando gravemente sotto l’aspetto vocale (screaming un po’ inefficace, voce gutturale insipida), presenta alcune buone idee ritmiche e un apprezzato sostegno delle tastiere: ottimi i tamburi e i cori puliti (a livello d’intenzione mi hanno ricordato qualcosa di “Valhalla”, sempre dei Bathory) che s’odono a metà canzone. Le voci salgono maestose da dietro le scogliere dei fiordi: è il segnale che la flotta vichinga s’avvicina alla costa nemica? Potrebbe esserlo, ma il disco, al posto di accelerare, rallenta il passo inspiegabilmente.

A seguire non c’è appunto l’esplosione di emozioni che ci si potrebbe aspettare, in quanto la terza è una canzone abbastanza anonima. Strofe in pulito senza un minimo di climax epico ci guidano per tutto il pezzo, e solo un break atmosferico attorno al terzo minuto, condito di assolo, rende degna di menzione “Towards The Hall Of Bronzen Shields”: rimane comunque quasi una fatica ascoltarla per intero.
In quarta posizione troviamo “The Heathenish Foray”, brano con tutte le carte in regola per essere una “top song”, ma rovinato da un cantato inspiegabilmente monocorde e statico, in quanto l’interpretazione di Vratyas qui lascia veramente a desiderare: non c’è il benché minimo accenno di pathos nella voce. Se si aggiunge che le chitarre non hanno un volume decente per tenere viva l’attenzione, e che il flauto ripete instancabilmente lo stesso motivo per tutti i sette minuti della song [ad esclusione del break centrale], si capisce perché Vakyas abbia voluto ri-registrarla, (con risultati di ben altro spessore) nel suo ultimo lavoro Heralding the Fireblade.

Il rimbombo del tuono scuote la terra, e dalla terra riemerge l’ispirazione di Vakyas, appannatosi nella fase centrale del disco; "Walhall" è una grande canzone, con delle strofe dalle linee vocali pulite finalmente interessanti ed un refrain eccellente. L’apertura di tastiera ai due minuti e mezzo, clamorosamente indovinata, meriterebbe d’essere sostenuta da chitarre ben più corpose e da una parte parlata maggiormente significativa, ma sono difetti minori.

Non nascondo che da "Baldurs Tod", strumentale finale, mi aspettavo un vero e proprio masterpiece: un momento ricco d’emotività come quello della morte del dio Baldr poteva essere intuizione perfetta per una rappresentazione artistica di grande spessore. L’incipit drammatico, mozzafiato, maestoso, della song, fa venire l’acquolina in bocca: le chitarre partono subito veloci, riprendendosi quel ruolo imponente che la voce le aveva tolto nei primi cinque pezzi, le tastiere sono avvolgenti, la batteria finalmente lanciata in doppia cassa. E ora? Ora ci si aspetterebbe un’evoluzione, dei cambi d’atmosfera, degli arrangiamenti d’eccezione, dei colpi di scena: non arriveranno. Nulla da fare, Baldurs Tod crolla su sé stessa con lo stesso fragore con cui s’era erta a possibile capolavoro, prigioniera delle sue intuizioni indovinate ma pessimamente sviluppate.

Un disco indeciso, questo, un ibrido tra “En Their Medh Riki Fara” e “Ok Nefna Tysvar Ty”, troppo poco black per essere al livello dell’uno, e troppo poco folk per raggiungere i fasti dell’altro.
Sono presenti comunque degli ottimi spunti qui e là che riusciranno nonostante tutto a catturare l’attenzione del fan di Viking/Folk, cui mi permetto di consigliarlo se, e solo se, si possiedono già tutti gli altri lavori del gruppo. Chi non conosce Falkenbach si tenga alla larga, e parta dalla sincera, ruvida ispirazione del primo album, dalla raffinata epicità del terzo, o dalla perfezione stilistica dell’ultimo lavoro dell’islandese.
Un’occasione mancata.

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