Voto: 
5.5 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Genere: 
Etichetta: 
NoiTekk
Anno: 
2006
Line-Up: 

- Scott Denman - programmazione, sintetizzatori, tastiere
- Alan Smith - programmazione, sintetizzatori, tastiere
- John Gerteisen - voce, programmazione, tastiere

Tracklist: 

1. DeathKill
2. The Beating of Broken Wings
3. Follow the Screams
4. Revelation None
5. When Porcelain Bleeds
6. Mother Hunger
7. In the Arms of Eternity
8. Through Glass
9. Pray to the Razor
10. All Turns White
11. To Be Fed Upon

Die Sektor

To Be Fed Upon

Sotto il monicker Die Sektor (apparentemente un tedesco giargianese, in realtà un gioco di parole in inglese) si cela il progetto elettronico di Scott Denman, Alan Smith e John Gerteisen. Provenienti dall'America, dopo il demo Scraping the Flesh del 2004 pubblicano il loro disco d’esordio, intitolato To Be Fed Upon, nel 2006. Partendo dalla loro passione per Hocico, Amduscia, God Module, Wumpscut e Suicide Commando, ma anche per gruppi come gli Autechre per la componente danzabile/atmosferica e per (con le dovute proporzioni e distanze) il synth-pop dei Diorama (!) più (relativamente) oscuri, il disco si presenta come un orecchiabile mix di ebm, techno, alcune effettistiche ambient (prevalentemente nei tappeti di tastiera di contorno, ma con risvolti maggiori in un paio di brani), harsh e qualche cenno di dance. Purtroppo spesso i Die Sektor finiscono per sembrare più una pallida derivazione, strapiena di clichè. Ciò non significa che il disco sia assolutamente mediocre, anzi, ci sono spesso belle melodie ed un piglio divertente, oltre che alcuni momenti più soft, ma la classe e la creatività ristagnano, al punto che il disco in alcuni punti inizia più a sembrare un pastone melodico senza un preciso fine ed una identità originale capace di farlo emergere e brillare di luce propria. Non è tutto negativo, diversi brani si lasciano ascoltare piacevolmente, rappresentando così la parte più riuscita dell’album; però altri sono tutto sommato trascurabili e non si esagera se si ha l’impressione che si tratti di fillers manieristici. A pesare ulteriormente è il fatto che la struttura generale delle canzoni tende ad essere un po' piatta e ripetitiva, con una dinamicità nel songwriting discontinua. Prese singolarmente le canzoni non sono da buttare e, pur con un certo manierismo, scorrono con godibilità, ma il disco nel complesso è molto meno digeribile. Dato che si tratta comunque di un esordio, più che mezzo vuoto preferiamo considerare il bicchiere mezzo pieno, poiché gli americani potrebbero dover ancora ingranare la marcia giusta per fare il salto di qualità definitivo e non sembrare poco più che dei cloni destinati all'oblio: questo lo vedremo però in futuro.

L'opening track, Deathkill, ci catapulta in atmosfere d'epoca post-industriale oscura e decadente. Lo screaming "sussurrato" e i synth leggeri ma caustici costruiscono quest'atmosfera, ma il brano si sviluppa per inerzia, senza dei climax. Ciò non danneggia, ma lascia, alla fine dei quasi sei minuti e mezzo di durata, una sensazione di incompiutezza. The Beating of Broken Wings sembra essere più aggressiva, ma si perde anch'essa in una leggera ripetitività che fa perdere spessore alle sonorità della canzone, comunque azzeccate ma non impostate alla perfezione. A questo punto in ogni caso il gusto per le melodie brucianti ma danzabili inizia a farsi più ispirato, col risultato che nonostante tutto in Follow the Screams abbiamo synth parecchio coinvolgenti, mentre Revelation None è una variazione interessante, un ambient/ebm fra atmosfere gelide e ritmi elettronici meccanici; nonostante sia relativamente breve, soli quattro minuti, soffre ancora di una certa ripetitività, e il retrogusto di derivatività da gruppi come gli Autechre inizia presto a farla sembrare un'emulazione senza la stessa genialità e creatività. When Porcelain Bleeds si avvicina ad un'elettronica industrial più atmosferica, che cerca di sembrare al tempo stesso trascinante quanto angosciante. Le melodie sono tutte riuscite, ma ancora una volta il trio satura eccessivamente il brano. E ancora una volta, la soluzione sarebbe stata accorciare del necessario la canzone, o variarne un po' di più la struttura. Mother Hunger mantiene le sonorità canoniche del disco, mescolando un battito pulsante a synth corrosivi supportati da morbide melodie. Riesce ad essere molto divertente ed energica, scorrendo con scioltezza e piena godibilità; anche In the Arms of Eternity affascina con richiami al tempo stesso ottantiani e moderni sovrastati da uno screaming filtrato ma feroce. Thru Glass cerca di unire al lato ambient del gruppo un ritmo meccanico, che suscita un leggero senso di alienazione in perfetta sintonia con l'atmosfera inquietante che permea il brano, e degli effetti di sintetizzatore ruvidi e ripetuti, forse inseriti per generare un effetto suggestivo ma che stonano un po' nel tutto. Non c'è molto di più, lasciando che la canzone rimanga incompiuta: non riesce quindi del tutto, e il risultato è anche un po' banale. Prey to the Razor torna sulle direttive dei brani precedenti ma non è altrettanto trascinante, pur presentando buoni spunti alla fine inizia a farsi ancora più ripetitiva. All Thurns White è una parentesi interamente atmosferica, deliziosamente soft e con un pizzico di malinconia nei tappeti di tastiere atmosferiche. Non ha grosse pretese, difatti non è un brano rivoluzionario, semplicemente cerca di offrire melodie gradevoli, anche dolci (sempre con una certa nostalgia di sottofondo) e atmosfere leggere ma avvolgenti; ci riesce, ma ha poca longevità, e presto la sensazione di "già sentito" inizia a bussare alla porta. La conclusiva To Be Fed Upon ritorna fra le righe cercando di variare un po' gli schemi, ma paradossalmente questo sottolinea la piattezza che incombe sull'album: diversi refrain e giri di note potenzialmente succosi, che però vengono dilatati eccessivamente diminuendo l'impatto.

Insomma, questo To Be Fed Upon in pratica non è un lavoro sufficientemente ambizioso per potersi elevare al di sopra della media. Se sapranno trarre esperienza da questo esordio per guardare avanti e migliorarsi, i Die Sektor potranno realizzare in futuro qualcosa di ricercato e d’effetto al tempo stesso; altrimenti, rischiano di naufragare nella ripetizione infinita della solita solfa già spremuta di beats, screams e tastieroni.

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