Voto: 
8.8 / 10
Autore: 
Paolo Cazzola
Genere: 
Etichetta: 
Warner
Anno: 
1992
Tracklist: 

1. Signe
2. Before You Accuse Me
3. Hey Hey
4. Tears In Heaven
5. Lonely Stranger
6. Nobody Knows You When You're Down & Out
7. Layla
8. Running on Faith
9. Walkin' Blues
10. Alberta
11. San Francisco Bay Blues
12. Malted Milk
13. Old Love
14. Rollin' & tumblin'

Eric Clapton

Unplugged

Era il 1992 e il mondo della musica era in grosso fermento. Era il periodo del Grunge, della rinascita delle sonorità rock più dure e sporche, della nascita di una cultura e di un movimento tanto breve quanto importante. Ma se da una parte il rock/grunge di alcuni importantissimi gruppi faceva la sua comparsa, nello stesso periodo Eric Clapton era già un chitarrista affermatissimo, con un ottima carriera solista alle spalle.

I Cream erano ormai sciolti e sepolti da un paio di decenni ormai, dopo aver rivoluzionato, insieme a pochi altri gruppi, la concezione di e il modo di comporre rock del periodo. Dopo una manciata di album incendiari e seminali come Wheels Of Fire o Disraeli Gears, il trio inglese si scioglie, e permette così l’inizio delle singole carriere soliste dei suoi componenti. Chi prima (Clapton e Bruce), chi dopo (Backer), tutti e tre i musicisti iniziano a produrre ottimi album blues di pregievole fattura. Un autentica perla nella discografia del suo membro più importante, ovvero Clapton, è sicuramente l’Unplugged, registrato nel 1992.
Il concerto, come tutti quelli della fortunata serie denominata Unplugged (che può vantare la partecipazione di nomi celebri come Nirvana o Alice In Chains), si distingue dagli altri show “canonici” e tipicamente Rock per via della strumentazione: totalmente acustica, con totale assenza di distorsioni, effetti o tastiere.

E’ strano come molti artisti o gruppi vogliano infondere alla propria musica e al loro stile un’elevatissima dose di tecnica, quando basta guardare al passato per trovare grandissimi interpreti, come Clapton, che riuscivano a ottenere risultati inimmaginabili puntando sull’armonia e sul sentimento, piuttosto che sul virtuosismo. Questa percorso sonoro, e sostanzialmente, questa scelta, è plateale in Unplugged, appunto. L’atmosfera creata dal disco è soffusa, quanto mai toccante e sognante.

Le soavi melodie di Clapton ci accompagnano in questo viaggio acustico, leggere e vellutate, rendendo l’ambiente denso di emozioni e di pace. Le canzoni sono riprodotte con estrema fedeltà, ma superando il concetto di riproduzione, rendendole più interessanti e tranquille…Una collana di perle musicali incastonate perfettamente le une con le altre. Tra le più significative non si possono non citare la bellissima opener strumentale Signe, Lonely Stranger e Walking Blues (che personalmente giudico un piccolo capolavoro).
Le due canzoni più famose del lotto rimangono comunque Tears In Heaven e Layla. La prima è una canzone a cui Clapton è molto legato, in quanto è dedicata suo figlio, morto lo stesso anno cadendo dal quarantanovesimo piano della sua abitazione di New York. La song in questione è una ballata dai toni malinconici e veramente toccante, sia per quanto riguarda il testo sia per la grandissima interpretazione del bluesman inglese. Layla non ha bisogno di ulteriori presentazioni: molto probabilmente si tratta del pezzo più famoso e amato di Clapton. Ma la dirompenza e l’energia delle distorsioni della versione originale in questo caso lasciano il campo a dei teneri arpeggi di acustica, ad una prestazione più rilassante e trasognata. Il lento incedere blues della canzone e la grande classe con la quale “slow-hand” e compagni la eseguono la rende un capolavoro assoluto anche in versione acustica.

Unplugged si può definire come uno degli album migliori che il nostro amato Eric Clapton abbia mai prodotto nella sua interminabile carriera. La chiave di re-interpretazione che il bluesman ha dato ai suoi stessi pezzi è strabiliante e assolutamente inaspettata. E’ proprio da qui che si evince la grande preparazione musicale di Clapton, pronto a mettersi sempre e comunque in discussione e a scommettere sul suo futuro, cercando sperimentazioni sempre nuove e gradite. Forse è proprio questa capacità di rischiare che divide i semplici comuni mortali dai migliori chitarristi del mondo…

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