Voto: 
8.0 / 10
Autore: 
Gioele Nasi
Genere: 
Etichetta: 
Black Mark
Anno: 
1996
Line-Up: 

- Quorthon - Voce, Basso, Chitarra, Liriche, Musiche, Produzione
- Vvornth - Batteria
- Kothaar - Basso


 

Tracklist: 

1. Intro (01:45)
2. Blood On Ice (05:41)
3. Man Of Iron (02:47)
4. One Eyed Old Man (04:21)
5. The Sword (04:07)
6. The Stallion (05:13)
7. The Woodwoman (06:17)
8. The Lake (06:42)
9. Gods Of Thunder Of Wind And Of Rain (05:42)
10. The Ravens (01:09)
11. The Revenge Of The Blood On Ice (09:52)

Bathory

Blood on Ice

L’ORIGINE
Lontano dai fasti vichinghi della trilogia "Blood Fire Death" – "HammerHeart" – "Twilight of the Gods", il progetto Bathory nei primi anni ’90 vide la pubblicazione dapprima di due raccolte (gli oramai celeberrimi “Jubilaeum”, di cui una terza parte uscirà nel 1998) e successivamente di due dischi minori nella discografia di questo seminale progetto scandinavo: si tratta di “Requiem” (1994) e “Octagon” (1995), episodi in cui tornavano alla luce sia uno spirito più diretto e legato al Thrash Metal, sia liriche legate a temi perversi, guerreschi e anti-cristiani – ma in generale la qualità di questi platter non si avvicinava nemmeno lontanamente alla grandezza dei Bathory d’annata.
Il 1994 aveva inoltre visto nascere l’omonimo progetto parallelo di Quorthon, con cui l’artista svedese sfogò le sue voglie più intimamente “Rock”, incorporando perfino piccole influenze Punk e Grunge: insomma, il futuro di Bathory appariva sempre più controverso.

Nel frattempo, tuttavia, i fans continuavano a bersagliare di lettere il loro beniamino, con una richiesta ben precisa: la pubblicazione di una cassetta divenuta col tempo mitica, una cassetta contenente materiale dei tardi anni ’80, un nastro leggendario contenente la registrazione di un disco in stile Epic-Viking, con tanto di concept barbarico a tema; infine convinto dalle preghiere e dalle lacrime dei fans, quella cassetta vide infine la luce nel 1996: fu “Blood On Ice”, il regalo di Quorthon.

“Now that “Blood on Ice” is finally here, our hopes are that you will take this souvenir to your hearts […] This saga is for you all”
[Quorthon, Stoccolma 1996, Blood on Ice booklet]

IL RACCONTO
Lasciando i particolari più folkloristici della storia al booklet del cd, scarno graficamente ma ricchissimo di storia e pensieri (contiene diverse pagine in cui è spiegata la genesi di questo disco), mi limiterò a tratteggiare le idee fondamentali cui Quorthon si ispirò per creare “Blood on Ice”. Abbozzato originariamente all’incirca nel periodo di “Blood Fire Death” e “Hammerheart”, il tema di questo ‘disco perduto’ è derivato dalle saghe nordiche (“...I more or less stole the legend of Siegfried...”), dalle opere di Wagner (di cui Quorthon era avido cultore) e dai racconti fumettistici epici quali “Conan il barbaro”, e racconta della storia di un giovanissimo bambino delle lande nordiche, che vede il suo villaggio devastato dalle sanguinarie orde guidate da un mostro a due teste (“Blood on Ice”); abbandonato, egli cresce solitario nella foresta per divenire un uomo valoroso (“Man of Iron”) prima di intraprendere la sua ricerca della vendetta. Guidato da un saggio (“One-Eyed Old Man”), egli dopo varie peripezie ottiene il destriero di Odino (“The Stallion”), un’antica spada (“The Sword”) e alcuni poteri magici (“The Woodwoman”), in cambio della cessione del suo cuore e dei suoi occhi (“The Lake”); infine, accompagnato dalla benevolenza degli dèi (“Gods of Thunder, Of Wind and Of Rain”), egli riesce ad ottenere la sospirata lotta finale contro la bestia a due teste (all’incirca una via di mezzo fra Cerbero e Garm) e a vincerla (“The REvenge of Blood on Ice”). La storia è in realtà abbastanza banale e prevedibile, a volte più vicina a certe produzioni Hollywoodiane che non a una vera saga mitologica, ma a darle vita sono tutti i vari accorgimenti di Quorthon, dai riferimenti interni al disco (la ripresa del tema di “Blood on Ice” nella conclusiva “The Revenge...”) alle grandi musiche, composte ed ideate come ‘colonna sonora’, fino ad arrivare ai più piccoli accorgimenti, quale l’aggiunta di rudimentali samples cinematografici: passi nella neve, acqua che gocciola, cinguettio di uccelli, scalpitare di zoccoli, richiamo dei corvi, ferri che battono sull’incudine, imponenti parti corali...

LA MUSICA
Le musiche furono concepite alla stessa epoca dei testi, ma furono completate e ritoccate in uno studio moderno a cavallo tra 1995 e 1996, aggiungendo le parti mancanti (cori, chitarre soliste) e rifinendo quello che era stato solo abbozzato (basso, parti vocali) o registrato in modo amatoriale (batteria). “Blood on Ice” è, come detto, il naturale prosieguo della Viking-era Bathoryana, in quanto gode di gran parte dei pregi e soffre di gran parte dei difetti che caratterizzavano quella fase della produzione della band svedese: a sopperire alla registrazione approssimativa e al cantato tecnicamente inadeguato (produzione e intonazione sono decisamente peggiori su “Blood on Ice” che non su “Hammerheart”) sono le fantastiche melodie delle canzoni, il feeling sincero e appassionato del disco e la capacità di rendere musica e storia complementari e perfettamente integrate.

Piuttosto variegato all’interno del proprio registro stilistico, il disco presenta brani più lenti e solenni come “The Sword”, altri più oscuri (vedi le due “Blood on Ice”), e altri, più veloci, sprizzanti giovanile baldanza (“One Eyed Old Man”); sono perfino presenti due piccoli episodi acustici, introspettivi e poetici: uno di questi è la breve ma sentita “The Ravens”, posta in chiusura, l’altra è “Man of Iron”, la ballata più famosa di Bathory, un brano semplicissimo composto da chitarre acustiche, cori e voce solista, ma dotato di una carica emotiva limpida, purissima, commovente, che non viene intaccata nemmeno dal famoso “rumore del tagliaerba” ad inizio brano.
Ma, tra tutti i capitoli, a svettare è la trilogia di metà disco, introdotta da “The Woodwoman”, arcana e magica nel descrivere l’incontro del coraggioso ragazzo con una misteriosa fattucchiera: contro-cori inesauribili fanno da contorno all’incostante ma emozionante (ed emozionata!) voce di Quorthon che racconta le indecisioni del suo protagonista di fronte alla preparazione dei magici intrugli della donna dei boschi. A seguire, quella meraviglia che risponde al nome di “The Lake”, presenta in rapida successione una struttura con strofe, bridge e chorus: ogni sezione è incredibilmente più ispirata della precedente, rendendo questa ottava traccia un passaggio indimenticabile della saga, il più epico e visionario. Di tutt’altra pasta invece “Gods of Thunder, of Wind and of Rain”, che ad un’introduzione sognante sostituisce assalti all’arma bianca, galoppanti ed incalzanti, ritmati dalla batteria e dagli onnipresenti cori maschili: il refrain mostra Quorthon alla sua massima espressività come compositore, capace di graziare la song con un chorus lunghissimo ma di efficacia straordinaria, la cui foga ed esaltazione riflettono alla perfezione come si sarebbe sentito il giovane eroe della saga prima di affrontare la battaglia finale.

IL GIUDIZIO
Nonostante ci sia chi lo vuole capolavoro e miglior disco della fase Viking del gruppo, “Blood on Ice” non arriva alla gloria delle luminose sale d’oro descritte da “Hammerheart”, né al fascino dei crudeli campi di battaglia di “Blood Fire Death”, né alla malinconia degli inni di “Twilight of The Gods”, inattaccabili parti di una trilogia inarrivabile la cui importanza è oramai cristallizzata dal tempo e dalla storia della musica estrema che li ha eletti come suoi stendardi. Tuttavia “Blood On Ice” ha un fascino tutto suo, donatogli dalle vicissitudini attraverso cui è dovuto passare prima di esser pubblicato, donatogli dal fanatismo con cui tutti i fans lo tengono in considerazione, e donatogli, soprattutto, dalla grande passione e abilità con cui Quorthon l’ha composto e registrato: fra i solchi di “Blood on Ice” magia, mito e metallo si fondono in un formidabile tutt’uno che appassionerà chiunque ami i Bathory.
 

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