Voto: 
10.0 / 10
Autore: 
Gioele Nasi
Genere: 
Etichetta: 
Emi Records
Anno: 
1982
Line-Up: 

- Bruce Dickinson - Voce
- Steve Harris - Basso
- Adrian Smith - Chitarra Ritmica e Solista
- Dave Murray - Chitarra Ritmica e Solista
- Clive Burr - Batteria

Tracklist: 

1. Invaders
2. Children of the Damned
3. The Prisoner
4. 22 Acacia Avenue
5. The Number of the Beast
6. Run to the Hills
7. Gangland
8. Total Eclipse
9. Hallowed be Thy Name

Iron Maiden

The Number of the Beast

Killers, pur non bissando il successo del disco di debutto, portò i Maiden al primo tour mondiale, toccando anche il Giappone in concerti che saranno immortalati nell’EP “Maiden Japan”. Durante questa serie di concerti, però, il singer Paul di’Anno iniziò a non sentirsi più a suo agio con le situazioni in cui la band si veniva a trovare: paradossalmente, il suo malumore cresceva con l’aumentare dell’importanza e della fama della band. Così, a fine tour, le strade di Paul di'Anno e degli Iron Maiden si divisero per sempre, lasciando immusoniti molti fans - ancora oggi, una buona fetta di appassionati ritiene il periodo con Paul come il momento migliore dei Maiden, sotto il profilo delle liriche e dell'approccio vocale: sicuramente, fu la fine del periodo più genuino e 'attaccato alle proprie radici' dei Maiden, che passarono ad un'ottica completamente diversa con "The Number of the Beast".
La scelta di Rod Smallwood e Steve Harris cadde  sul singer dei Samson, il talentuoso Bruce Dickinson, cantante indiscutibilmente superiore a Di'Anno sotto il profilo tecnico, dotato di una voce tonante e cristallina, molto squillante, e di interessi assai vari: schermidore, laureato in Storia, futuro pilota d'aerei, interessato a materie culturali più che ai racconti della 'vita di strada', Bruce stravolgerà le atmosfere degli Iron Maiden, portandoli a livelli di epicità colossali, e partecipando attivamente alle attività di songwriting da "Piece of Mind" in poi - invero, "The Numer of the Beast" rimane firmato quasi esclusivamente da Harris, nonostante alcuni contributi minori (in particolare del chitarrista Smith, che collabora alla stesura di tre canzoni) degli altri membri in alcuni brani.

"The Number of the Beast"
è comunque il disco della svolta, commercialmente parlando: conquista infatti il primo posto in classifica in Inghilterra e li lancia in tutta Europa come una realtà di primo piano del panorama Metal; a fruttare parecchia pubblicità extra, va detto, furono copertina e titolo: Riggs disegnò un diavolo-marionetta che dominava su un mondo in fiamme, ma che è in realtà mosso dalla mascotte del gruppo, Eddie: come sempre accade in questi casi, le critiche dei perbenisti e degli scandalizzati non fecero che accrescere la popolarità della band, spingendo i Maiden ancora più in alto.

Il full è aperto da "Invaders" (versione riveduta e corretta di quella Invasion che era comparsa su “The SoundHouse Tapes”), un brano piacevole e trascinante sull’invasione dei Vichinghi in Inghilterra in cui il nuovo arrivato Bruce spazza via ogni dubbio sulle sue qualità canore e interpretative, sebbene egli mostrerà performance ben più convincenti sui dischi successivi, visto che l'alchimia fra lui e i nuovi compagni deve ancora perfezionarsi.
Di buon livello anche la seconda, "Children of the Damned", una ballad lenta e atmosferica durante le strofe, ma pesante durante il ritornello: particolarmente buona la maligna accelerazione che anticipa il finale. Posta fra due brani abbastanza oscuri, "The Prisoner", ispirata dall’omonima serie tv –da cui è tratta l’introduzione-, inizia lenta ma prosegue velocizzandosi e risultando un brano piuttosto liberatorio, capace di convincere specialmente durante il chorus.
Bruce nuovamente protagonista anche in "22 Acacia Avenue": a volte messa in ombra dalle super-hits qui contenute, è in realtà uno degli episodi meglio riusciti, tanto tetro quanto vario, proseguimento della storia di Charlotte, iniziata con la penultima traccia del primo disco; questa volta, però, il songwriting è della coppia Harris/Smith, e il flavour punkeggiante del primo capitolo va completamente perduto.

Si parlava di grandi hits: a seguire vi sono infatti la title track e Run to the Hills, senza dubbio i brani più famosi in assoluto della band assieme a "Fear of the Dark". Il primo dei due, aperto dalla misteriosa recitazione biblica di Bruce, conserva il mood oscuro del brano precedente e convince per l'atmosfera 'infernale' e per il refrain immediato, capace di conquistare fin dal primo ascolto.
Forse perfino più famosa è la veloce e catchy "Run to the Hills", guidata da un Burr “galoppante” durante le strofe, mentre il ritornello è cantato a squarciagola da un Bruce che si arrampica in tonalità irranggiungibili per di'Anno, pur sacrificando un poco d'espressività.
A differenza delle precedenti, "Gangland" è generalmente considerata una delle 'pecore nere' nella produzione dei Maiden: il riffing veloce e tirato, in realtà, è dignitoso, ma la considerazione per il brano è effettivamente penalizzata da un refrain non eccezionale e dall'assenza di un bell'assolo (che invece erano fra i punti di forza dei brani fin qui esaminati): inoltre, Bruce è ben poco credibile nel raccontare storie di gangs e crimini, sicuramente più adatte alla figura da 'cattivo ragazzo' di Paul.
La seguente "Total Eclipse", una B-side inserita nella ristampa, è un brano di medio livello, piuttosto cadenzato ma anche alquanto anonimo, che si lascia ascoltare con piacere ma che lascia poco all'ascoltatore, pur avendo dalla sua delle buone melodie vocali: a ridurne ulteriormente il valore è il confronto con la traccia finale, uno dei capolavori della band: "Hallowed be Thy Name" è infatti la progenitrice di tutte quelle epic-songs che chiuderanno i futuri dischi dei Maiden (mastodonti del calibro di To Tame a Land, Rime of the Ancient Mariner, Alexander the Great). Descrizione degli ultimi pensieri di un condannato a morte, questo gioiello di sette minuti gode di un’introduzione terrificante, che riesce a ricreare abilmente sconforto e cupezza: l'evoluzione della song mette i brividi, e culmina in un assolo centrale straordinariamente indovinato.

Sfatando un mito, va detto che "The Number of the Beast" non è assolutamente il disco migliore degli Iron Maiden, tuttavia, è indubbiamente quello più rappresentativo e significativo, perchè simbolo del loro periodo più fortunato e ricco sotto il profilo artistico - ci saranno (e c'erano già stati) nella discografia degli Iron Maiden, dischi più interessanti, più originali, più costanti sotto il profilo qualitativo, ma nessuno così facile da approcciare, così  importante a livello di stile, così ricco di hits che colpiscono al primo colpo, così influente a livello di iconografia: insomma, "The Number of the Beast" è il disco consigliato per chi chi volesse uno, e un solo disco, degli Iron Maiden, solamente il più rilevante (gli altri, più furbi, si procurino tutti e sette i loro dischi del periodo anni '80, e troveranno gemme anche più brillanti di questa).
Al di là di tutto questo, quelo di fronte a voi è un classico dell’Heavy Metal. Imprescindibile anche per chi non mastica queste sonorità.

NUOVE USCITE
Filastine & Nova
Post World Industries
Montauk
Labellascheggia
Paolo Spaccamonti & Ramon Moro
Dunque - Superbudda
Brucianuvole
Autoprod.
Crampo Eighteen
Autoprod..
BeWider
Autoprod..
Disemballerina
Minotauro
Accesso utente