Africa Unite
(Madaski)
di: 
Elena Fava
25/05/2006



 

Al Kubo di Bolzano gli Africa Unite, una delle band più rappresentative del panorama Reggae italiano, concedono un'intervista a RockLine.it prima dell'esibizione serale: a rivolgersi ai lettori è Madaski, voce e tastierista della formazione, che svela qualche particolare sul nuovo album Controlli...


E.F. - Ciao Mada! Come va?

Mada - Tutto bene, grazie. Ho visto che il vostro è un portale molto Rock! Mi ha sorpreso la vostra richiesta…

E.F. - Tranquillo, porterò io del sano Reggae su RockLine.it! Cominciamo Parlando di Controlli. Siete soddisfatti della vostra ultima fatica?

Mada - Assolutamente sì. Diciamo che si è sempre soddisfatti dell’ultimo disco che si fa, è quello al quale al momento si è sempre più legati, e nel nostro caso è quello che stiamo portando in giro ormai da una quindicina di date (questa di Bolzano dovrebbe essere circa la quindicesima, ma non so esattamente) ed è un disco che ci sta dando molte soddisfazioni live, perché corrisponde ad un cambiamento di formazione degli Africa Unite, a varie novità, e quindi in questo momento nel portare avanti il tour c’è molta tensione, positiva chiaramente.

E.F. - Le vendite riflettono quelle che erano le aspettative?

Mada - Le vendite sono sempre un po’un terno al lotto, nel senso che il mercato discografico è molto contratto. Per ora siamo sui nostri soliti livelli di vendita in uscita, ma è un po’prestino per darti un effettivo riscontro. Gli Africa Unite non vendono delle cifre pazzesche quanto a numero di dischi, in compenso attirano molta gente dal vivo, è un po’una nostra caratteristica. Questo disco comunque mi sembra stia andando come al solito, rispecchia insomma la norma. Però è ancora all’inizio, non siamo nemmeno a un mese dall’uscita, ci sono ancora molte attività promozionali di cui ci stiamo occupando, quindi speriamo di incrementare ulteriormente le nostre vendite.

E.F. - Come avete lavorato in studio?

Mada - Il metodo di lavoro è stato simile a quello seguito per gli latri album: c’è sempre una preparazione in prima battuta di quelle che sono le basi e il lavoro musicale, che viene fatto da me solitamente. In questo caso la grossa novità è stata l’entrata di un coproduttore, che è diventato poi anche il bassista live, Paolo Baldini, pordenonese, già militante in una formazione live che si chiama BR Stylers, con il quale abbiamo iniziato a produrre insieme le basi, il suono, per questo disco. Poi chiaramente c’è stata la parte che da sempre svolge Bunna, che è quella di aggiungere le melodie, di comporre il pezzo nel suo sviluppo melodico. Infine c’è sempre il mio lavoro, i testi, in seconda battuta. Quindi il metodo sostanzialmente non è cambiato, sono cambiati un po’i componenti, come ti dicevo: non ci sono i fiati né nel disco né dal vivo, è invece entrato nel gruppo un ulteriore elemento nuovo che è Patrick “Kikke” Benifei, già tastierista dei Casino Royale e dei Blue Beaters nel primo disco, e quindi diciamo che c’è stato un potenziamento per quanto riguarda le linee vocali e le linee tastieristiche.

E.F. - C’è qualche legame tra il mutamento di sound e l’eliminazione della sezione fiati?

Mada - Bè sì, sicuramente c’è. Diciamo che l’eliminazione della sezione fiati ha fatto sì che cambiasse anche il sound. Sono state comunque scelte fatte in maniera abbastanza tranquilla. Mentre i Bluebeaters hanno scelto di continuare per la loro strada con quel tipo di formazione, noi abbiamo deciso di fare un disco un po’ diverso, ma ne siamo molto contenti, perché il cambiamento di suono secondo me è notevole, e mi pare sia molto apprezzato. Siamo perciò molto soddisfatti.

E.F. - Come mai il bassista è cambiato rispetto alla vecchia formazione?

Mada - Bè, Paolo Baldini è stato chiamato a coprodurre il disco ed anche questo ha fatto parte di un naturale cambiamento: nel nostro sound c’erano le sue linee di basso, c’era il suo apporto molto forte e creativo. Ci è piaciuto molto chiamarlo e abbiamo un feeling del tutto nuovo con lui. Quest’aria di novità non fa altro che giovare ad una band che è relativamente vecchia, che ha fatto parecchi dischi e attraversato diversi momenti. Questo è un nuovo momento, sono cambiati vari membri del gruppo e questo contribuisce a migliorare il clima del gruppo. Stiamo veramente molto bene insieme.

E.F. - Ho notato che avete ripreso l’uso dell’inglese per i testi di molte canzoni. Se non sbaglio era da parecchio tempo che ciò non accadeva…

Mada - Sì, era da un po’di tempo che non accadeva. In effetti l’ultimo disco con testi misti, in italiano e in inglese, forse è stato Babilonia E Poesia, risalente al ’93. L’abbiamo fatto perché Bunna ha voluto un po’sperimentare e tornare a quel suono che ha la lingua inglese, che ti fa cantare in una maniera diversa, ti fa esprimere in un modo differente. Oltretutto ci interessa approfondire certe dinamiche anche all’estero, per vedere se il disco riesce a trovare uno spazio fuori dall’Italia, e l’inglese è un buon mezzo per raggiungere questo scopo.

E.F. - Il titolo dell’album può sembrare un po’ generico. Cosa c’è dietro a questa scelta?

Mada - Il titolo dell’album, Controlli, è un addentrarsi tra quelli che possono essere i controlli positivi e i controlli negativi. I controlli sono quelli del suono e cioè le macchine attraverso le quali il suono si esplica. C’è quindi la concezione del Dub, del mixer, del suono che passa attraverso i circuiti, come un linguaggio che si esprime nell’elettronica per portare il suono. Ci sono invece i controlli di cui si parla nei testi, che sono quelli ai quali siamo sottoposti giornalmente. Ce ne sono di più evidenti e di più subdoli, di più radicati nel nostro essere uomini e di imposti dalla società, quindi dalla televisione, dai media, dalla spettacolarizzazione di certi eventi, dalla religione, dalle diverse ideologie, che da sempre hanno avuto un potere enorme sull’uomo. In realtà il campo è molto ampio: il titolo Controlli come anche il simbolo delle rose che campeggia in copertina è una simbologia ampia, che però va a riflettere tutte queste tematiche.

E.F. - Parlando appunto dei testi: per quanto riguarda In Nomine la canzone costituisce più una critica alla morale cattolica o alla Chiesa in quanto istituzione?

Mada - Diciamo ad entrambe, anche se la critica propende, più che alla morale, al moralismo cattolico, al moralismo fine a se stesso, che dal mio punto di vista causa solo dei gravi problemi, e poi all’istituzione cattolica come tale, che penso sia molto distante da quella che può essere una possibile fruizione della religione cattolica stessa, cioè del credo di quest’ultima. Le istituzioni in quanto istituzioni, e specialmente in questo campo, nei secoli dei secoli, è il caso di dirlo, hanno fatto veramente molto male all’umanità, e continuano a farlo. Secondo me siamo in una situazione molto particolare della storia dell’uomo, quasi un nuovo Medioevo, come io a volte me lo raffiguro. Gli interessi privati anche nel campo religioso sono ormai fortissimi e si mescolano totalmente con quelli economici e di potere. Ciò accade da sempre, ma questo tipo di approccio molto malato alla religione sta venendo fuori in modo particolare in questo periodo. In Nomine vuole essere uno spunto per parlare di queste cose, vuole essere una critica, anche forte, ma vuol essere soprattutto un modo per fare pensare, in maniera anche un po’ironica, a questo tipo di problemi che esistono. Ognuno poi trarrà le sue conclusioni, al di là del misticismo della fede o della propensione nei confronti dell’essere religioso.

E.F. - Qual è il tuo, il vostro, modo di rapportarvi alla spiritualità?

Mada - Io posso risponderti per me, perché quello di cui si parla non è un approccio collettivo: ognuno di noi si rapporta alla spiritualità in un modo diverso. Io sono un non credente totale, sono assolutamente laico e ho un atteggiamento di condanna nei confronti di ogni tipo di religione. Penso che l’uomo debba credere principalmente in se stesso, nella forza del suo modo di sopravvivere, di fare bene e di non farsi imprigionare da nessun tipo di credenza o di applicazione, fatta molto spesso con il ricatto di un aldilà che per me assolutamente non esiste. La mia tensione è tutta rivolta verso la vita terrena e non ci sono altri premi. Questo è il premio: esistere.

E.F. - Nessun membro del gruppo aderisce alla dottrina rastafariana o ad alcuni suoi aspetti?

Mada - No. La dottrina rastafariana ci è piuttosto lontana, è qualcosa che non condividiamo. È abbastanza lontana dal nostro modo di apprendere e dalla nostra società. Mi sembra una forzatura essere un rastafariano in Italia, come mi sembra esserlo in Europa. È una cultura che appartiene a un altro mondo, a un altro modo di pensare. Mi astengo dal dare una valutazione, che comunque, rispetto anche a quello che ti ho detto prima, sarebbe assolutamente negativa.

E.F. - Parliamo del vostro tour. Mi dicevi che il pubblico sta apprezzando l’esecuzione live…

Mada - Il pubblico sta apprezzando molto l’esecuzione live, come mi sembra stia apprezzando il disco, anche se c’è stata una divisione: il pubblico più legato a certe sonorità Roots, proposte dagli Africa Unite in passato, ha inizialmente storto un po’il naso. Mi rendo conto che il disco abbia avuto un impatto forte, ed è proprio l’impatto che noi stavamo cercando. È però un impatto che adesso, vedendo il pubblico come si svolge il concerto e apprezzandolo, sta rientrando molto. La gente si sta rendendo conto che questo è, fortunatamente, un appuntamento diverso, nuovo, che gli Africa Unite danno al proprio pubblico. Io penso che il fatto di cercare di sentirsi sempre con le spalle coperte sia il figlio dei nostri tempi. Si cercano delle sicurezze che purtroppo sono immobilismo: nulla deve mai cambiare, ci si sente coperti se una cosa è sempre la stessa, se viene propinata sempre la stessa dottrina, sempre la stessa trasmissione, sempre gli stessi personaggi. Ecco, questo noi lo rifiutiamo in toto. Noi non possiamo essere uguali a noi stessi, alla copia di noi di dieci anni fa., non sarebbe giusto. Questo è un rischio, ma è, secondo me, un attestato di volontà e di capacità di rinnovarsi. Nel rinnovamento non c’è nulla di male, nell’immobilismo c’è veramente la morte della sensazione e della creatività, che dovrebbe essere quel motore che ci porta avanti.

E.F. - Voi siete quindi assolutamente contrari all’idea di scrivere musica solo in base a ciò che il pubblico si aspetta?

Mada - Di persone che scrivono musica in base a ciò che il pubblico si aspetta ne abbiamo già a sufficienza, no? Molti personaggi cercano di interpretare il volere del pubblico per fare soldi alle spalle di quest’ultimo. Noi non facciamo parte di questa categoria. Noi cerchiamo di fare le cose per come ci piacciono e specialmente con sincerità. Io penso che chiunque ci veda dal vivo capisca che questa cosa è così e che continuerà ad esserlo ed è importante, si vede subito.

E.F. - A proposito della produzione del video di Amantide: da chi è stato pensato?

Mada - Amantide è stato realizzato da un collettivo che si chiama Kroijtniz. Il regista è Ago Panini e i suoi collaboratori sono Antonio Di Peppo e Guido Morozzi. Questa è una crew che ha già lavorato parecchio con noi: con loro abbiamo realizzato il video di Concrete Jungle, La Storia e Mentre Fuori Piove. Ci troviamo proprio bene, è sempre una realizzazione di livello molto alto, per la quale oltretutto ci siamo anche avvalsi del featuring che abbiamo inserito nel disco, che è questa cantante danese, di Copenhagen, che si chiama Natasja, con la quale speriamo di realizzare altri progetti.

E.F. - Avete intenzione di girare anche un secondo video?

Mada - Ci stiamo pensando. Magari un po’più avanti, dopo l’estate vedremo di affrontare un secondo progetto.

E.F. - Una curiosità personale: inizialmente il nome del gruppo era Africa United, non è vero? Potresti far chiarezza sul motivo del cambiamento?

Mada - Diciamo che la “d” è caduta nel 1993, con Babilonia E Poesia. È stata semplicemente una scelta così: un po’ per il pezzo di Marley che era Africa Unite senza “d”, un po’ per togliere quell’atmosfera calcistica da “Manchester United” che il nome aveva in quel modo, abbiamo semplicemente tolto la “d”. La faccenda nacque anche come un’esigenza grafica, per realizzare il logo del sole, quello che ci portiamo avanti da allora. Successe questo, non ci sono particolari scelte o prese di posizione alla base di ciò.

E.F. - Agli esordi della vostra carriera vi siete ispirati alla figura di Bob. Vi sentite ancora legati a lui musicalmente?

Mada - Non si può prescindere dalla figura di Marley, chiaramente: è colui che ha inventato, tra virgolette, il Reggae, o perlomeno colui che lo ha sdoganato e portato ad essere conosciuto in tutto il mondo. Il nostro amore per certi dischi di Marley è dunque immutato. È chiaro che il Reggae non è più quello che proponeva Marley, ma ci sono ad esempio dei lavori Reggae, che ultimamente uno dei suoi figli ha realizzato in maniera ottima, arrivando ad un tipo di suono sicuramente diverso, decisamente evoluto. Io penso che anche Marley si sarebbe evoluto, se avesse vissuto più a lungo.

E.F. - Cosa ne pensi invece dalle scena Regge italiana?

Mada - La scena Reggae italiana c’è, esiste, ma non è superviva, nel senso che tende ad essere sempre sullo stesso livello. Non ci sono gruppi che abbiano avuto un grandissimo salto di qualità, tranne i Sud Sound System ultimamente. Ci sono delle band molto brave, per esempio una assai giovane del Salento, gli ex Salento Roots Project, che io sto producendo e che presto pubblicheranno un album. Poi ci sono i gruppi fiorentini, che ruotano intorno a Michelangelo Buonarroti e ad altri che mi piacciono molto, e poi ancora i B.R.Stylers, il gruppo che in assoluto ha il suono migliore fra le band italiane. Ci sono anche alcuni cantanti pescati qua e là nella zone del nord-est, specialmente in questa zona. I buoni spunti sono numerosi insomma e io penso che in futuro verranno fuori delle altre situazioni a livello grosso, come sono ormai da anni gli Africa Unite o i Sud Sound System. Stiamo aspettando che qualcun’altro si faccia avanti.

E.F. - Qual è la canzone meglio rappresenta gli Africa Unite di oggi?

Mada - Eheh.. questa è una domanda difficile. È sempre un casino scegliere una canzone. Ti risponderei che Controlli nella sua globalità rappresenta molto bene il suono degli Africa Unite di oggi, e quindi non estrarrei una canzone, ma tirerei fuori piuttosto quella contaminazione di genere che stiamo cercando di creare, che è quella dell’elettronica, di un certo tipo di Dub elettronico che va a fondersi con lo stile suonato degli Africa Unite, e quindi un’elaborazione al totale servizio della melodia Reggae di Bunna, ma che porta anche dei contenuti sonori un po’diversi da quelli che avevamo fino ad ora espresso, senza rinnegare nulla, senza lasciare nulla nel dimenticatoio, ma cercando di compenetrare l’esperienza di prima con quella di oggi e del futuro, spero.

E.F. - Progetti in cantiere?

Mada - Sì, ce ne sono diversi, sempre legati a Controlli. Probabilmente un album di riddim estratti da quest’ultimo, quindi le basi di due o tre pezzi fatte cantare dalla scena Reggae italiana. Questa è un’idea che ci piacerebbe molto, ma ce ne sono altre: un’ospite potrebbe essere ancora Natasja, qualche guest potrebbe essere giamaicano, qualche altro europeo, come potrebbero essere gruppi che ci attirano in questo momento, quali i Seeed, tedeschi, che ci piacciono moltissimo. Io trovo che il tedesco sia una lingua che nel Reggae funziona benissimo, ha un bellissimo suono. È un featuring che abbiamo già un po’inseguito per quest’ultimo album, ma loro avevano un disco in uscita e l’inizio del tour, e quindi non siamo riusciti a concludere nulla. C’è però una conoscenza reciproca che magari ci permetterà di fare qualcosa di interessante in questo senso. E poi, forse, oltre alle versioni in riddim, anche una versione strettamente Dub di Controlli, una chicca per ascoltatori più di nicchia. Vedremo quindi di portarlo avanti remixato.

E.F. - Bene, non mi resta che augurare a te e agli Africa Unite buona fortuna per il futuro. Grazie di tutto. Ciao!

Mada - Grazie a te. Goditi il concerto e alla prossima, ciao!

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