Voto: 
9.0 / 10
Autore: 
Alessandro Emmi
Etichetta: 
Volcano
Anno: 
2006
Line-Up: 

- Maynard James Keenan - voce
- Adam Jones - chitarra
- Justin Chancellor - basso
- Danny Carey - batteria

Tracklist: 

1. Vicarious
2. Jambi
3. Wings For Marie (Pt 1)
4. 10,000 Days (Wings Pt 2)
5. The Pot
6. Lipan Conjuring
7. Lost Keys (Blame Hofmann)
8. Rosetta Stoned
9. Intension
10. Right In Two
11. Viginti Tres

Tool

10,000 Days

Ciò che contraddistingue i grandi gruppi è la capacità di rinnovarsi volta dopo volta senza snaturarsi, di fare musica con un occhio al passato (il proprio, ma non solo) ed uno al futuro, in una continua ricerca di nuove soluzioni. Nel caso dei Tool tale capacità era già stata appurata con il precedente Lateralus, e sin da Aenima appariva evidente come il quartetto americano riuscisse con ogni nuovo lavoro ad andare oltre ciò che era già stato fatto, suonando sempre personali, innovativi, originali.
E anche prendendo in considerazione questo 10,000 Days ci si accorgerà che il sound Tool si è ulteriormente evoluto. Ma a cambiare questa volta non è tanto lo stile in sé, quanto l’insieme delle modalità espressive che lo delineano: assistiamo dunque al crescente miglioramento tecnico del chitarrista Adam Jones, al ruolo sempre più importante ricoperto dal basso di Justin Chancellor e alla grandissima performance vocale di Maynard James Keenan, ennesima riprova della sua infinita versatilità, che concorrono alla realizzazione di un disco più eterogeneo che in passato, un disco dalle tante prospettive e pertanto ancora più ricco di sfaccettature.

Tuttavia, più che mere questioni tecniche ciò che salta all’occhio è il modo in cui si concentrino cinque anni di maturazione e nuove influenze, dando vita a una creatura che conserva l’ipnoticità di Lateralus ma vuole e riesce ad allargarne i confini: facendosi ora più aggressiva che mai, ora avvolgente e dal mood inaspettatamente caldo, ma soprattutto risultando sempre convincente,anche quando si parte da schemi ritmici e armonici già consolidati. Qualcuno coglierà un certo autocitazionismo in alcuni passaggi, e in effetti come già detto di novità strutturali non ce ne sono poi molte. Ma è forse l’unico limite di un lavoro il cui risultato è ancora una volta maledettamente elevato e maledettamente intenso, senza cali emotivi, e che va gustato pazientemente dall’inizio alla fine.
Perché solo col tempo un flusso così denso di musica, fatto di riff rocciosi ma anche di arpeggi eterei,di ritmiche nervose, tribali, ma anche dirette e coinvolgenti, di urla e di sussurri può depositarsi pienamente nel cervello e nel cuore di chi ascolta e, al di là delle aspettative personali, piacere.
L’emotività è probabilmente la chiave di lettura e il punto di forza di un disco che, se non si discosta dal passato, lo mette certamente sotto una luce diversa.
La condizione è una sola,quella di sempre: lasciarsi trasportare.


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