Voto: 
7.0 / 10
Autore: 
Corrado Penasso
Genere: 
Etichetta: 
Worm Hole Death
Anno: 
2011
Line-Up: 

Giulia Stefani - Voice

Paul Raimondi - Guitar

Mauro Paganelli - Guitar

Andrea "Fagio" Fagiuoli - Bass Guitar

Simon Carminati - Drums

Tracklist: 

01 Calliope

02 Elements Dance

03 Nobody

04 A Starless Night

05 Redemption I - Rainy

06 Redemption II - Reflection

07 Redemption III - Far Away

08 Embrace

09 Journey

10 Back to Hell

11 This Funny Dangerous Game

12 My Bitter Tale

Ravenscry

One Way Out

Nati a Milano nel 2008, i Ravenscry con questo One Way Out arrivano alla pubblicazione del loro primo album. Il combo che suona gothic metal si era già presentato sulle scene con l’omonimo EP nel 2010 ed ora sono arrivati al grande passo. Mauro Paganelli e Paul Raimondi alle chitarre, Fagio al basso, Simon Carminati alla batteria e la romana Giulia Stefani alla voce si sono appoggiati all’instancabile Worm Hole Death per produrre questo nuovo lavoro che ora andremo ad ascoltare.

L’introduzione è potente grazie al riffing groove delle chitarre in occasione di Calliope, prima canzone dell’album. Presto la voce di Giulia si fa notare a contrastare con le parti chitarristiche sempre abbastanza ruvide. La tastiera ricrea la giusta atmosfera ed alcuni stacchi possono ricordare parecchio gli Evanescence o i Lacuna Coil. La band mi perdonerà per il paragone che ormai viene abusato nelle recensioni in generale. Le influenze metal comunque sono qui maggiormente presenti, soprattutto nel succitato riffing di chitarra che non abbandona mai la scena e si scontra con la parte maggiormente suadente del sound, composta dalla voce e dalle tastiere. La successiva Elements Dance lascia trasparire un tocco melodico leggermente più accennato anche se non si cade mai nella banalità ed anzi, il sound pare sempre molto delicato e volutamente mai ruffiano. Le influenze elettroniche e la profondità musicale di Nobody risultano essere molto convincenti anche per chi, come me, non è avvezzo al genere e si potrebbe aspettare la solita minestra riscaldata. Nulla risulta lasciato al caso e l’andamento lento non puzza di nu-metal ma si nutre di melodie raffinate e soluzioni ad ampio respiro in un sound sempre leggermente decadente e tenebroso.

A Starless Night continua questa predilezione per le atmosfere oscure, principalmente costruite su una base di tempi medi con riffs a tratti veramente rabbiosi e di una pesantezza che non viene riscontrata parecchio nei gruppi moderni che suonano un genere simile. Qui la voce di Giulia muta con più facilità e gli stacchi di piano contribuiscono anch’essi al mood generale. La trilogia Redemption, ovvero tre brani che seguono lo stesso filone logico, mostra un’ottima interpretazione della cantante. Il tutto accompagnato dai suoni di violini e tastiere che mi ricordano molto i Macbeth migliori (quelli di Vanitas, ad esempio). Embrace non si distacca molto da quanto proposto dal gruppo finora e  possiamo rimarcare l’ottimo assolo chitarristico, anticipato da break nel mezzo ove tra arpeggi e voci filtrate l’atmosfera ne giova. Journey mostra un riffing più deciso e presente per una traccia che strutturalmente parlando mostra segni di dinamicità maggiore, il tutto sempre e comunque accompagnato dalla profondità delle tastiere  e dalla voce suadente e teatrale della dotata singer.

Avvicinandoci alla fine dell’ascolto troviamo una Back to Hell più accessibile durante il ritornello anche se la distorsione delle chitarre rimane il punto più pesante della musica, grazie anche ad alcuni break molto decisi e di indubbia potenza. This Funny Dangerous Game ci presenta sempre un ottimo bilanciamento tra partiture melodiche ed aperture rabbiose ove il DNA metal viene allo scoperto, supportato alla grande dalle tastiere.  La finale My Bitter Tale mostra un groove roccioso che si distacca (in bene) da ciò che la band ci ha proposto sinora e dona dinamicità grazie anche ad un tocco moderno di tutto rispetto che non dà fastidio o annoia. Sicuramente la traccia più rabbiosa e movimentata del lotto per chiudere degnamente un disco di valore. Per essere al debutto, i Ravenscry mostrano di saperci fare nel genere. Un song writing molto curato, una rabbia strumentale mica da ridere e tanta passione fanno sì che la band possa ricevere consensi ad ampio raggio.

Ultime due note di lode per il libretto curato e per l’ottimo video di Nobody a mettere la ciliegina sulla torta.

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