Voto: 
6.5 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Etichetta: 
Parlophone
Anno: 
1993
Line-Up: 

- Thom Yorke - voce, chitarre, tastiere
- Colin Greenwood - basso
- Jonny Greenwood - chitarre, tastiere
- Ed O'Brien - chitarre
- Phil Selway - batteria

Tracklist: 

1. You
2. Creep
3. How Do You?
4. Stop Whispering
5. Thinking About You
6. Anyone Can Play Guitar
7. Ripcord
8. Vegetable
9. Prove Yourself
10. I Can’t
11. Lurgee
12. Blow Out
13. Creep [Clean]

Radiohead

Pablo Honey

Originariamente i Radiohead avevano il nome di On a Friday, ma quel quintetto inglese decise di cambiarlo in onore di una vecchia canzone degli storici Talking Heads. Il gruppo è composto da Thom Yorke, cantante dalla voce personale e tagliente nel suo proporre falsetti volutamente stonati in maniera leggera per ottenere un effetto particolareggiato; il batterista Phil Selway, discreto ed efficiente esecutore dietro le pelli che vedremo acquisterà in futuro sempre più polivalenza e spessore nel suo ruolo; il chitarrista Jon Greenwood, principale esecutore di uno stile brioso ed incalzante anche se agli esordi ancora acerbo (ma in futuro sorprenderà per la sua versatilità stilistica); suo fratello Colin, altro elemento della sezione ritmica, in questo caso il basso; Ed O' Brien, secondo chitarrista nonché voce secondaria di supporto a Thom. Dopo qualche esperienza iniziale nell'underground inglese e l'incisione di un singolo abbastanza scialbo (Pop Is Dead), i cinque ottengono l'attenzione della Parlophone che li scrittura e li promuove per la realizzazione del disco d'esordio.
Così si creò la situazione di partenza del gruppo che alla fine, nel 1993, diede alla luce quest'album, primo di una discografia che seppe guadagnarsi ampi consensi di pubblico e di critica.

Perché i Radiohead sono così famosi? Per il loro stile sperimentale e innovativo portato avanti in dischi come Kid A o Amnesiac. Ma all’inizio i Radiohead non erano così, nei loro primi album non vi era ancora traccia di questi attributi, nessunissima. Erano ancora una modesta band britpop nata in piena epoca grunge, che riprendeva la lezione degli Smiths e dei R.E.M. abbinandola al sound massiccio di gruppi americani come i Nirvana e alle melodie essenziali degli U2.
È il caso in particolare di Pablo Honey, puro e divertente disco di pop rock con cui gli inglesi hanno saputo proporre brani al tempo stesso semplici e accattivanti, con diverse canzoni altamente orecchiabili. Ma nell’album i Radiohead non raggiungono mai altissimi livelli, mostrando ancora tutta la loro inesperienza con un songwriting ancora acerbo e che necessita di maggiore caratterizzazione e maturità nello stile.

L'arpeggio iniziale di You introduce una batteria intensa ed un attacco incalzante di chitarra, sempre energica per tutto l'album ma capace anche di momenti più dolci o calmi e riflessivi. E anche di schitarrate distorte. Si può dire che You riassuma buona parte di quanto il disco dirà nelle traccie successive, per questo è uno dei picchi del full-lenght (ma anche perché più che altro le altre canzoni non decollano sempre). Su quest'ultimo punto fra parentesi non rientra il secondo brano, Creep, forse il singolo più famoso di sempre dei Radiohead. Praticamente un punto d'incontro fra il senso melodico dei R.E.M. e l'impulsività dei Nirvana, Creep è una personale e originale canzone orecchiabile che inizia con placidi arpeggi di chitarra accompagnati dal basso pulsante e dalla batteria cadenzata che scandiscono l'atmosfera, per poi esplodere nel chorus iper distorto, con un riff stoppato secco e metallico. Grazie anche al suo testo (esemplificativo: "but I'm creep, I'm a weirdo, what the Hell I'm doing here? I don't belong here") Creep identifica appieno il disagio adolescenziale degli inglesi della generazione dell'epoca, tanto che il successo notevole che ne derivò ancora molti anche anni dopo fece sì che molti continuavano a considerare i Radiohead semplicemente "quelli di Creep" - motivo per cui il gruppo in seguitò ripudiò la canzone (salvo poi riprenderla nei concerti molti anni dopo).
Non convincono appieno però i tripli attacchi di chitarra del grunge/pop di How Do You?, esuberante sprigionamento di energia giovanile che, tuttavia, inizia a mostrarsi blando e annacquato. I Radiohead hanno talento, ma devono ancora maturare e dosare bene le proprie vene rock e pop, in modo da amalgamarle in maniera più personale e creativa per tutto il corso del disco. Nonostante l'energia dimostrata fino ad ora (ad eccezione del pop liscio e tranquillo di Stop Whispering, un brano senza infamia seppur anche senza lode) comunque, nell'album trovano spazio anche brani orecchiabili acustici come l'emotiva seppur banalotta ballata Thinking About You, praticamente il pezzo "romantico" del lotto, con qualche spunto interessante che però viene occultato dal fatto che la canzone insiste su melodie abbastanza trite. Torniamo ora agli stilemi topici dell'album: purtroppo brani come Anyone Can Play Guitar sono solo mediocri singoli rockeggianti abbastanza prevedibili e dimenticabili. Non è una canzone brutta, solo ha poco da dire e scorre anonimamente nel full-lenght, non brilla e difetta di mordente. Migliorano la situazione brani come Ripcord e Vegetable, con i quali i Radiohead azzeccano melodie più divertenti e trascinanti nella prima, più tenui e avvolgenti nella seconda; pur rimanendo complessivamente nella media, assestandosi su di un pop rock senza pretese, il songwriting è qui più sicuro e rifinito e riesce ad essere abbastanza coinvolgente ed orecchiabile. Prove Yourself ci dimostra che i Radiohead le qualità per scrivere una buonissima canzone le hanno, devono solo imparare a sfruttarle al meglio; il chorus è accattivante e le schitarrate ben dosate, un pezzo piacevole che si lascia ascoltare alla grande. Il finale dell'album è buono, con il piglio carismatico di I Can't e le dolci melodie della ballata Lurgee, ma è la conclusiva Blow Out a svettare maggiormente, fra alcuni leggeri spunti jazzeggianti e la sua dinamica, impetuosa ma atmosferica outro.

Insomma, i Radiohead non reggono ancora il confronto sulla lunga durata, alternando buoni momenti ad altri tutto sommato trascurabili, questi ultimi concentrati nella parte centrale del disco che dopo un buon inizio solo in seguito riesce a risollevarsi (va dato atto però che gli inglesi non lasciano che si peggiori ancora di più e invece ci rifilano una conclusione in crescendo). Non per certe lacune in ogni caso Pablo Honey va buttato: ci saranno stati sicuramente dischi migliori, ma se non si hanno troppe pretese e si chiude un occhio su un certo appiattimento nel songwriting nel corso dell'ascolto si scopre un album tutto sommato vitale e divertente. Il meglio in casa Radiohead però deve ancora arrivare.

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