Voto: 
9.0 / 10
Autore: 
Filippo Morini
Etichetta: 
4AD
Anno: 
1989
Line-Up: 

- Black Francis – voce, chitarra
- Kim Deal – basso, voce
- David Lovering – batteria
- Joey Santiago – chitarra


Tracklist: 


1. Debaser
2. Tame
3. Wave Of Mutilation
4. I Bleed
5. Here Comes Your Man
6. Dead
7. Monkey Gone To Heaven
8. Mr.Grieves
9. Crackety Jones
10. La La Love You
11. Number 13 baby
12. There Goes My Gun
13. Hey
14. Silver
15. Gouge Away

Pixies

Doolittle

Difficile descrivere cosa sarebbe oggi la musica rock senza che i Folletti di Boston avessero mai calcato le scene, mentre gli anni '80 tramontavano lasciandosi alle spalle un mosaico di proposte musicali che potrebbero tranquillamente definirsi “spazzatura” in un numero preoccupante di casi.
Tuttavia siamo qui per parlare di coloro i quali, insieme a Husker Du, Black Flag e pochi altri, riuscirono nell’arduo intento di passare alla storia pur non riscuotendo mai un effettivo successo commerciale. Ma andiamo con ordine.

Nel 1988, dopo un EP di esordio come Come On Pilgrim e il successivo full lenght Surfer Rosa, i Pixies, ormai lasciato maturare a dovere il proprio talento schizoide ed incosciente, abbandonarono la produzione di Steve Albini per assicurarsi i servigi di Gil Norton, produttore inglese che curerà tutti i loro successivi lavori. Dopo aver firmato per l’ Elektra Records che si occupò di distribuire l’album in madre patria, venne perciò licenziato Doolittle, disco che consacrerà per sempre i Pixies come pionieri di ciò che solo due anni dopo verrà denominato “Grunge”.
Risulta in ogni caso complicato descrivere il tipo di sensazioni che lascia emergere questo album, il tipo di sonorità di cui si rende, forse inconsapevolmente, geniale inventore e padrone, poiché sebbene di gruppi catalogabili come Grunge ne possiamo elencare a centinaia, di gruppi come i Pixies non ne sono mai esistiti.

Il compito di aprire le rumorose danze è giustamente concesso a Debaser, un proiettile di melodia pop dove gli accenni di furore chitarristico e vocale vengono imbrigliati a dovere da un basso granitico ma dannatamente attraente, infetto fino al midollo da un’orecchiabilità quasi imbarazzante che si fionda senza pietà nel cuore e nella testa. La successiva Tame, gonfia di furore primitivo, è spezzata dagli affannati sospiri asmatici di Black Francis che sembra soffocare prima di trovare salvezza nell’urlo liberatorio e straziato del ritornello finale. Dopo Dead e la crudele ma commerciale Wave Of Mutilation, arriva Here Comes Your Man, che nascosta in un cantautorale giro di chitarra folk, letteralmente ipnotizza l’ascoltatore con una linea melodica che sovrappone basso e chitarra solista, talmente ricordabile e pura e stupidamente allegra da suonare quasi come una filastrocca per bambini. Ovviamente il tutto farcito da una voce stridula e gracchiante che in ogni caso si addice perfettamente ai testi schizofrenici di Francis.
La vera e forse unica hit dell’album risulta essere Monkey Gone To Heaven, costruita con due semplici accordi ripetuti per tre minuti, rappresenta meglio di qualunque altra canzone quanto i Pixies fossero maestri indiscussi nel manipolare una struttura melodica tanto semplice quanto originale, alternando la tranquilla dolcezza e cantabilità della strofa alla rabbia lacerante del ritornello, spezzettando e sistemando il tutto nella sequenza “piano-forte-piano-forte” assolutamente innovativa per gli anni '80, soprattutto se si parlava di un gruppo dalle sincere radici punk.
Seguono i due fratelli in acido Mr.Grieves e Crackity Jones, pezzi deviati da importanti influenze spagnoleggianti che non fanno altra che contribuire all’originalità assoluta e plateale che impregna ogni singola traccia di Doolittle. La spumeggiante e tarantolata energia di questi due episodi che sembrano scritti a quattro mani con uno spacciatore messicano delirante, esplode e si scioglie in un attimo, scorrendo fino alla successiva perla intitolata Hey.
Nel suo languido romanticismo questa straziante ballata si dimostra coinvolgente come non mai, incrinandosi sotto i feedback nervosi e sostenuti di Joey Santiago, ricordandoci quanto raramente una chitarra solista sappia dimostrarsi così appropriata ed elegante, e paradossalmente a ricordarcelo è un disco quasi indie. Cala il sipario con Gouge Away, un’ultimo ma devastante colpo di coda elettrificato insaporito dal condimento insano e drogato dei Pixies.

Cos’altro dire di Doolittle, disco che a suo tempo raccolse complimenti dalle personalità più disparate, facendo sentire in anteprima al mondo qualcosa che sarebbe scoppiato solo due anni dopo come un fenomeno generazionale? Onestamente non gli si possono trovare difetti rilevanti che ne pregiudichino l’ascolto. E’ vero che è un disco di rock “alternativo”, è vero che la voce di Black Francis o la si ama o la si odia, è vero che i temi delle canzoni vergono amorevolmente su argomenti nobili e delicati come stupri, mutilazioni, morte, droghe, malattie mentali, solitudine, doppie personalità, suicidi collettivi, omosessualità e surrealismo, il tutto dal punto di visto di personaggi che vanno dal comico al grottesco.
Ma le melodie sono obbiettivamente irresistibili. Ed il contrasto così tremendamente stridente con i contenuti delle canzoni crea un mix lisergico originale oltre ogni limite, che non può passare inosservato, qualunque siano i gusti dell’ascoltatore. E allora perché il disco non ha ricevuto il successo commerciale che sembrava meritarsi senza riserve? A questo è veramente difficile rispondere. Forse il fatto che i principali ispiratori fossero Salvador Dalì e David Linch ha reso troppo bizzarro ed inclassificabile il prodotto finale. Forse sarebbe dovuto uscire 2 anni dopo. O forse, molto probabilmente, il suo insuccesso è la prova che anche l’immagine riveste un ruolo di grande (forse troppa) importanza.
Se infatti Doolittle avesse goduto della produzione e del mixaggio di Nevermind, di una distribuzione più capillare, ma soprattutto fosse stato suonato da un gruppo di attraenti e carismatici ventenni dai grandi occhi blu, le cose sarebbero andate in modo differente.
Purtroppo una band formata da un cantante ciccione e schizoide, una bassista con una voce da segreteria erotica, un chitarrista filippino mezzo calvo, e un batterista che sembra un bagnino in pausa pranzo, è forse troppo “out” per il ferreo mainstream americano.
Ma almeno loro, la storia del Rock l’hanno fatta solo grazie alla forza della propria musica, come ammise candidamente un certo signor Cobain.

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