Voto: 
10.0 / 10
Autore: 
Edoardo Baldini
Etichetta: 
Peaceville Records
Anno: 
1999
Line-Up: 

- Mikael Åkerfeldt - chitarra, voce
- Peter Lindgren - chitarra
- Martin Lopez - batteria
- Martin Mendez - basso

 

Tracklist: 

1. The Moor (11:28)
2. Godhead's Lament (09:47)
3. Benighted (05:01)
4. Moonlapse Vertigo (09:00)
5. Face Of Melinda (07:59)
6. Serenity Painted Death (09:14)
7. White Cluster (10:02)
 

Opeth

Still Life

La copertina rosso sangue, sempre opera del geniale Travis Smith, illumina già dall’esterno il concept album meglio sviluppato dagli Opeth di Mikael Åkerfeldt, reduci dalla pubblicazione di un altrettanto eccezionale My Arms, Your Hearse. Still Life, uscito nel 1999 per la Peaceville Records, è il capolavoro della band, che corona anni di impegno e di costanza nel modellare il song-writing: certamente ognuna delle tre uscite precedenti rappresenta un capitolo separato, unico nel suo concepimento e splendido nell’interpretazione, ma il quarto album di studio degli Opeth, tale Still Life, va oltre, raffigurando il culmine di una carriera più che onorevole.
Il concept album narra di un uomo che, esiliato dalla sua città natale perché considerato empio ed irreligioso, ritorna a distanza di quindici anni per ottenere vendetta e per cercare la sua amata Melinda: ella, pur avendo stabilito una relazione con un altro uomo, continua ad amarlo.
La vicenda si evolve attraverso sette lunghe tracce, magistralmente composte dal front-man Åkerfeldt e dagli altri tre musicisti, il solito Peter Lindgren alla chitarra, il neo-promosso a pieni voti, data l’esibizione su My Arms, Your Hearse, Martin Lopez alla batteria e il neo-entrato Martin Mendez al basso.

The Moor è l’immenso episodio iniziale, in cui l’uomo dalla palude si avvia, ardente di vendetta, sul sentiero che lo riporterà nella sua città, dove troverà riscatto di se stesso: emozioni su emozioni scorrono man mano che la canzone prosegue nei suoi undici minuti di durata, alternando momenti di spaventosa rabbia e estrema follia sonora ad intervalli acustici di pregevole fattura. Lo stesso Akerfeldt dà una prova straordinaria di sé, sia nelle infernali e stupende esplosioni in growl, sia nei sognanti passaggi corali in clean.
Allo stesso modo si struttura Godhead’s Lament, massiccio ed impetuoso brano carico di potenza, violento nel suo andamento ma commovente nei bridge in pulito; i riff di chitarra contorti ed articolati coinvolgono a pieno, scandendo un ritmo accattivante che trova il suo culmine nei meravigliosi assoli. Benighted, pezzo acustico tessuto da Åkerfedt a partire dall’arpeggio di Never Let Go dei Camel, al contrario delle precedenti, culla l’ascoltatore anteponendo la melodia all’impatto sonoro: proprio come il suo predecessore, risente completamente dei timbri Progressive degli anni ’70 sia nell’impostazione vocale raffinata ed elegante, sia nell’accompagnamento onirico in sottofondo, costituendo un intermezzo inaspettato ma ricco di passione.

Si giunge così a Moonlapse Vertigo, un altro capolavoro a cavallo tra elettrica ed acustica, trascinante nel suo tema portante, piacevole nelle sue strofe acustiche e devastante nelle riprese in growl. Perfetta è la costruzione della canzone, come accade per ciascun altro brano di Still Life: le linee ritmiche sono descritte ottimamente da basso e batteria, mentre le chitarre si legano alla voce con una facilità stupefacente. Nessun riff è azzardato, perché l’intreccio delle chitarre sa conferire compattezza ad ogni capitolo.
Un passaggio simile a Benighted nell’impostazione iniziale è Face of Melinda: la sua evoluzione però sa stregare invece di assopire, poiché più scorre, più si scopre nella sua maestosità. Le voci corali guidano l’ultima porzione distorta, delineando il più bel ritratto di Still Life.
Altrettanto trascinante è Serenity Painted Death, strutturata egregiamente nelle variazioni di tempo e dotata di melodie catchy, sostenute dall’impetuoso growl di Mikael. Sia questa che la successiva e conclusiva White Cluster non stonerebbero certamente su My Arms, Your Hearse, l’album della ribalta che ha portato al distaccamento dalle prime sonorità Orchid-Morningrise: White Cluster è per l’appunto il capitolo più maligno presente su Still Life, come testimoniato sia dall’aggressivo approccio iniziale, sia dalle riprese devastanti di Lopez che atterriscono, stupiscono ed incantano, sia dallo sfrenato rincorrersi delle chitarre.

Era un’impresa colossale riuscire a ripetersi e addirittura a migliorarsi dal magnifico My Arms, Your Hearse, ma gli Opeth hanno superato anche questo ostacolo, definendo l’album più introspettivo della loro carriera. Non paesaggi oscuri e malinconici, ma un racconto struggente in uno scenario decadente: questo è Still Life, un capolavoro che trasuda tragicità dalle sue note, studiato e concepito in pochi mesi e, per questo, segno indelebile delle capacità di song-writing in possesso della band.
 

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