Voto: 
9.0 / 10
Autore: 
Corrado Penasso
Genere: 
Etichetta: 
Elektra
Anno: 
1986
Line-Up: 

- James Hetfield - chitarra ritmica e voce
- Kirk Hammet - chitarra solista
- Lars Ulrich - batteria e percussioni
- Cliff Burton - basso

Tracklist: 

1. Battery
2. Master of Puppets
3. The Thing that Should Not Be
4. Welcome Home (Sanitarium)
5. Disposable heroes
6. Leper Messiah
7. Orion
8. Damage, Inc.

Metallica

Master of Puppets

Si dice spesso che il terzo album da parte di un gruppo rappresenti per esso la definitiva consacrazione o l’inizio della rovina. I Metallica con il loro terzo lavoro, Master of Puppets, cominciarono la strada che da una parte li avrebbe portati a conquistare il mondo del thrash e dall’altra li avrebbe portati, nell’immediato futuro, alla crisi causata dall’oggettivo calo qualitativo della loro proposta musicale.
Il 1986 è da sempre considerato l’Anno del thrash metal giacché molte delle uscite che ora consideriamo “seminali” per questo genere vennero date alle stampe proprio in quell’anno, spartiacque tra la prima generazione di thrashers e la seconda. Slayer, Metallica e Dark Angel (tra i principali) pubblicarono degli album eclatanti ove la furia cieca del loro primo periodo venne sapientemente miscelata ad un sound sempre violento, ma anche più personale e per questo oggetto di grandi influenze in futuro.

L’irruenza del loro primo lavoro, Kill ‘em All, datato 1983, venne filtrata con la tecnica acquisita con l’oscuro Ride the Lightning per creare questa pietra miliare del thrash. Molti fans d’allora criticarono i Metallica già in occasione del loro secondo sforzo discografico, reo, secondo loro, di aver mutato le coordinate dell’esordio verso lidi più oscuri e rallentati, complici anche strutture più complesse e durate allungate.
Fortunatamente, la maggior parte dei thrashers si stava accorgendo che in casa Four Horsemen i ragazzini cominciavano a maturare e la proposta, seppur un filino meno diretta, si stava facendo più competitiva e personale. Personalmente a detta di chi scrive, le critiche rivolte al sound di Ride the Lightning vanno prese con le pinze perché non dimentichiamoci di cosa i quattro ragazzi furono capaci di fare con l’opener Fight Fire with Fire, vero concentrato di potenza che avrebbe fatto rimanere molti a bocca aperta nel 1984. Forse tutto è dettato dal fatto che allora, James e soci si stavano evolvendo per distaccarsi dalle radici punk/speed per creare qualcosa di veramente loro. Ad ogni modo, i tour massacranti continuarono e finalmente il 21 febbraio del 1986, il disco venne pubblicato dalla Elektra Records.

L’apertura è nella mani della violentissima Battery. L’introduzione di chitarra acustica segue l’andamento che accolse i metal kids due anni prima in occasione di Fight Fire with Fire, openening track di Ride the Lightning. Improvvisamente le ritmiche si fanno martellanti ad accompagnare riffs di chitarra serrati e galoppanti. Sporadicamente i velocissimi assoli di Kirk gettano quel tocco in più ad un’ottima composizione, suggellata da una prestazione vocale di James molto convincente e graffiante, mentre Lars non perde un colpo, massacrando le pelli a dovere tra up tempo e veloci ripartenze di doppia cassa.
Dopo una bordata di tali proporzioni, la celeberrima Master of Puppets ci accoglie con uno dei riffs più famosi, imitati e suonati nella storia del metal. Il piglio trascinante è palpabile e tutta la composizione viaggia su tempi medi per assicurarsi il giusto impatto, appena spezzato da una sezione acustica nel mezzo, a base di arpeggi e fasi soliste drammatiche ma melodiche, per poi riprendere ancora più pesantemente. Le strutture si fanno più intricate, i colpi della batteria sincopati e la voce di James più recitativa a narrare un testo dalla duplice interpretazione ("esternamente" una critica politica, nella quale il Mastro Burattinaio è il governo che manda giovani soldati a morire in posti sperduti del globo come indicato anche dalla copertina, ma in realtà fra le righe è anche la personificazione delle dipendenze della droga, la quale comanda la persona debole che cade nel suo tranello).

The Thing that Should Not Be
si distingue per le sue atmosfere darkeggianti ed il riffing di chiara ispirazione Black Sabbathiana. I riffs si alternano con arpeggi dal retrogusto oscuro, chiara anticipazione dello stile che i Metallica adotteranno dal seguente …And Justice for All per poi ampliarlo con l’omonimo album del 1991.
I tempi simil-doom creano la giusta atmosfera anche se continuo, personalmente, a reputare questa composizione come la meno ispirata dell’album. Cugina di Fade to Black, ecco che troviamo la semi-ballata Welcome Home (Sanitarium) con le sue atmosfere dapprima sognanti e melodiose che presto sfociano in riffs serrati. Ottimo il lavoro di Kirk in fase solista, sia durante l’introduzione che nelle successive fasi più tirate. James al microfono narra i pensieri e le vicende di alcuni reclusi (probabilmente ex-combattenti) di un ospedale psichiatrico, etichettati come “deranged” a causa dei loro trascorsi sui campi di battaglia.
Di tutt’altra pasta la mitragliata dal nome Disponsable Heroes, concept sul militarismo e sull’utilizzo indiscriminato dei ragazzini in guerra, qui etichettati come pedine sacrificabili. I riffs di chitarra ritmica creano il giusto tappeto affinché il solismo drammatico di Kirk possa giovarne al fine di costruire le giuste melodie oscure. I tempi si alternano, in un susseguirsi di up tempo e down tempo. Una composizione assolutamente devastante ritmicamente parlando, coadiuvata da un tocco catchy che fa sì che non ti esca più dalla testa.

Il tema del vile denaro che finanzia il credo religioso è ben affrontato dalla maestosa, ipnotica Leper Messiah. I tempi sono principalmente medi per dare risalto ai riffs grooveggianti ma sempre pesanti come macigni, mentre la voce rabbiosa di James narra il disgusto per i falsi credi e rabbia verso i predicatori Statunitensi, rei di attirare gente a loro solo per ricavare profitti monetari. Ottima la fase solista nel mezzo ad introdurre lunghe fasi di sfuriate di doppia cassa a cura del compattissimo Lars, in piena fase crescente, tecnicamente parlando. La strumentale Orion mette in risalto la versatilità del combo californiano alla prese con cambi di atmosfere e mette l’accento sulla prova del compianto Cliff, così ancorato al metal classico per modo di suonare e per il gusto nella ricercatezza della melodia giusta. A conclusione di uno dei capisaldi del thrash metal mondiale troviamo la devastante Damage, Inc., orgia di riffs e up tempo come forse solo con Battery abbiamo avuto modo di saggiare sull’album. Le rullate marziali e le conseguenti ripartenze di batteria con vari cambi di tempo a sostenere riffs arrembanti ed intricati ci salutano a dovere.

I Metallica targati 1986 sono un fiume in piena che di lì a poco avrebbe travolto il mondo intero. Master of Puppets è pura grinta ma non solo: è ricercatezza, tecnica e buongusto. Caratteristiche che rendono questo album veramente immortale ed attuale, nonostante la registrazione spartana. D’obbligo in ogni collezione metal che si rispetti.

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