Voto: 
6.5 / 10
Autore: 
Gabriele Bartolini
Genere: 
Etichetta: 
Wire-sound
Anno: 
2011
Line-Up: 

- Howard Devoto
- Dave Formula
- John Doyle
- Norman Fisher-Jones
- Jon White

Tracklist: 

01. Do the Meaning
02. Other Thematic Material
03. The Worst of Progress…
04. Hello Mister Curtis (With Apologies)
05. Physics
06. Happening in English
07. Holy Dotage
08. Of Course Howard (1979)
09. Final Analysis Waltz
10. The Burden of a Song
11. Blisterpack Blues

Magazine

No Thyself

Trenta anni esatti separano Magic, Murder and the Weather da No Thyself, ovvero dal disco dello scioglimento a quello di reunion della storica formazione di Manchester, i Magazine. Che il duemilaundici fosse l' anno dei ritorni targati new wave non lo scopriamo ovviamente oggi, ma certo stupisce tutta la carrellata di vecchie glorie succedutasi da inizio gennaio, ed ancor più sorprendente è come, mantenendo sempre le giuste proporzioni, chi ha osato incidere un nuovo disco non abbia mai largamente deluso. Partendo dal bignami dei Cars ed arrivando alle prove di forza dei Wire e dei Feelies, la sensazione che si è provato per la maggiore è di un vero e proprio ritorno alle origini per gli amanti del post-punk e dintorni, di un prodotto che non ha bisogno di essere etichettato come un revival per ricevere maggiori attenzioni e che certamente è fiero di portare tutti gli anni che ha sul groppone. Stranamente, chi non si ripresentava con un lavoro da maggiore tempo è risultato anche colui con le idee più chiare: è il caso di No Thyself dei Magazine, che in perfetta alternanza con il deludente Content dei Gang of Four, ci restituisce una band quanto mai sapiente, forse non ancora nel pieno delle proprie potenzialità ma non per questo scevra dal risultare più interessante di certi complessi da quattro soldi che si stanno succedendo in questi ultimi anni.

I nostri, coadiuvati dalla provvidenziale Wire-sound ( nomen omen, evidentemente), con il nuovo act si rimettono infatti in piena carreggiata, dando lustro ad un nome importante qual'è quello che portano, logorato col tempo a causa anche delle definizioni non sempre precise di critici o appassionati, quelli intenti ad emarginare con inutili nozionistiche un genere inclassificabile come la new-wave. Recuperando la decadenza art-punk del primo importantissimo Real Life si ha come la sensazione di rivivere quegli affascinanti momenti sospesi tra esercizi chitarristici e montature elettroniche, virati adesso con gusto grazie ad un tocco glam del primo Bowie adesso tramite un classicismo rock ripreso dall' ineguagliabile leggerezza dei primi Style Council. Con la sola differenza che qui niente suona trendy, ma anzi tutto sembra conforme all' ideale dei Magazine come infallibili dandy, con Wilde, l' ironia che pervade le liriche ed un migliaio di orpelli sonori complicati da digerire per i puristi del genere. I cinque opposti del Dorian lussurioso, martoriati nel fisico ma non nell' animo, riescono ad essere ancora impeccabilmente espressivi, tanto che invece di spiegarci il corretto uso del sapone preferiscono usare l' arma dell' introspezione e della teatralità, sputando fuori dieci brani ( più uno nell' edizione limitata in digipack) impeccabili dal punto di vista esecutivo, basati esclusivamente sulla formula dell' imprevedibilità e dell' originalità che li ha resi famosi che fanno pensare al loro ritorno tutto fuorché una semplice visita di passaggio. Perché i Magazine, volendo, avrebbero potuto benissimo aggrapparsi alle qualità indiscutibili di Howard Devoto e Dave Formula - il primo un genio in senso lato ( si ricordi il primo furioso EP coi Buzzcocks in veste di cantante) ed il secondo un vero e proprio avanguardista dietro ai synths - sfornando nel più semplice dei modi l' ennesimo quanto inutile disco di electro-pop, buono solo a dar ragione agli scettici. Certo, con il percorso intrapreso adesso dal gruppo, e confidando pure in una continuità non più adesso così scontata, i consensi e le attenzioni ricevuti saranno inferiori a quelle che ti potrebbero portare i singoloni dall' effetto sicuro, ma sicuramente non mi tirerei indietro nell' azzardare fin da adesso una seconda vita gloriosa più della precedente. Per adesso, accontentiamoci di un ensemble capace di inventarsi riff pazzeschi ( Do The Meaning, insieme al compare Shelley e Holy Dotage, stupenda nella robusta rivisitazione del Morrissey di Your Arsenal) e nel giro di pochi minuti rimettersi a specchiarsi in una serie di ballate molto personali vero, ma anche sempre giocate sugli stessi piani, tra le cui si poteva evitare almeno il talking-over alienato di Of Course Howard (1979) e il quasi-lounge Physics. Sempre fuori dalle righe, per questo non incasellabili e degni di nota soprattutto nella doppietta metereopatica The Worst of Progress... - Hello Mister Curtis (with apologies) che abbina cunicoli improvvisati del più pessimo del post-punk ad un sarcasmo affatto leggero, persino solare nel suo incedere.

Se ancora non si fosse capito, i Magazine non hanno deciso di riunirsi per una minima pensioncina di mantenimento. A livello qualitativo sono ancora indiscutibili (e questo dovrebbe far riflettere tutti i musicisti del nuovo millennio...) e, se proprio bisogna trovare un difetto al nuovo No Thyself, diremmo senz' altro che strabocca di troppi contenuti e bada poco in alcuni frangenti ad una sostanza di cui forse nemmeno Devoto & co. sente il bisogno. Il loro è un disco testamento, che non avanza nulla di particolarmente nuovo, se non la conferma dovuta di un gruppo che a questo punto merita di rientrare tra le prime pagine della Storia della new-wave. Una band venuta da lontanto, quando la musica sembrava un posto peggiore, e più che al capello o al timbro vocale si dedicava maggiore attenzione al concetto di coralità, su cui molti hanno già investito per il futuro.

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