Voto: 
6.0 / 10
Autore: 
Emanuele Pavia
Genere: 
Etichetta: 
Relapse Records
Anno: 
2012
Line-Up: 

- Matthew Widener - Voce, tutti gli strumenti

Tracklist: 

1. The Falcon Cannot Hear the Falconer
2. Build No System
3. Without Blazon (Is the Flag I Hold Up and Do Not Wag)
4. We Are Not Afraid of Ruins
5. Class War Never Meant More Than It Does Now
6. Rise Like Lions After Slumber
7. That Which Is Not Given but Taken
8. Better to Die on Your Feet Than Live on Your Knees
9. Usurious Epitaph
10. Revolution's Wick Burning Quick
11. 99 to 1
12. Sweat for Blood
13. Barbarians at the Gate
14. When We Can't Dream Any Longer
15. It Is the Secret Curse of Power That It Becomes Fatal
16. I Am Spartacus
17. Feast of Industry

Liberteer

Better to Die on Your Feet Than Live on Your Knees

Liberteer è solo l'ultimo dei numerosi progetti in cui il bassista Matthew Widener, in passato già membro di disparate realtà del metal estremo quali Exhumed, County Medical Examiners, Cretin e Citizen, si è imbarcato lungo la sua carriera quasi ventennale.
Improvvisandosi ora multi-strumentista, Widener pubblica il 31 gennaio 2012 il suo primo lavoro solista tramite la Relapse Records, intitolato Better to Die on Your Feet Than Live on Your Knees, che nuovamente manifesta l'interesse del bassista californiano nella scena grindcore in cui per oltre un decennio ha militato fedelmente.

Non è però il concept fortemente politicizzato di ispirazione anarchica che anima le diciassette tracce dell'album a rendere particolare Better to Die on Your Feet Than Live on Your Knees (un clichè comune ne genere fin dalla sua nascita e cui Widener stesso aveva attinto nella passata carriera con i Citizen), quanto un modus operandi compositivo leggermente diverso rispetto agli standard grindcore.
Nel grindcore di Liberteer, infatti, Matthew Widener riflette ora non solo una certa passione per la musica classica, ma anche e soprattutto un forte apprezzamento nei confronti delle marce e fanfare militari, a supportare adeguatamente il messaggio d'insurrezione politica dell'album: per questo, in Better to Die on Your Feet Than Live on Your Knees fanno la loro comparsa fiati, ottoni, archi, sintetizzatori e arrangiamenti della musica tradizionalmente americana su un tessuto grindcore che predilige tonalità maggiori alle sonorità più oscure e opprimenti tipiche del genere.
Ma nonostante questo difetto nell'utilizzo degli elementi marziali e un certo manierismo nelle strutture più tradizionalmente grindcore, il risultato è sicuramente apprezzabile e l'album procede in modo abbastanza omogeneo (sia qualitativamente che stilisticamente), senza sensibili battute d'arresto: i brani di Better to Die on Your Feet Than Live on Your Knees ribollono di accelerazioni in blast beat e tremolo picking ma sempre con un'elevata attenzione a hook melodici e Leitmotive orecchiabili, che rendono il disco appetibile anche a un'audience più estranea al genere; d'altronde, la brevità dell'album e dei pezzi (solo ventisei minuti, per una media di circa un minuto e mezzo a traccia) dona impatto al lavoro e gli impedisce di risultare eccessivamente monotono, nonostante lo sviluppo molto simile di quasi tutti i brani del disco, anche dal punto di vista melodico.
Fanno eccezione solo pochi brani, essenzialmente quelli in cui si intromettono le influenze della musica patriottica americana, come l'opener The Falcon Cannot Hear the Falconer (una breve fanfara di tromba di mezzo minuto a segnare l'inizio della battaglia), la tronfia Rise Like Lions After the Slumber (un duetto di banjo e trombe su un melodico tessuto metal), o Sweat for Blood (che nell'intro cadenzata e contaminata elettronicamente sembra voler citare pure i Godflesh, prima di esplodere in una marcia magniloquente quanto orecchiabile).

Better to Die on Your Feet Than Live on Your Knees è in definitiva un album carino, che risulta notevole nei momenti in cui la commistione di folk e grindcore viene attuata a dovere ma che di contro risulta claudicante quando Widener mostra la sua eccessiva immaturità nel conciliare due stili musicali così differenti. Ciononostante l'esperimento è intrigante e in definitiva anche parzialmente riuscito, seppur il lavoro sia probabilmente più congeniale per coloro a digiuno di metal estremo piuttosto che al pubblico navigato dei classici grindcore.

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