Voto: 
7.5 / 10
Autore: 
Gabriele Bartolini
Etichetta: 
Mannequin
Anno: 
2012
Line-Up: 

- Kovre - Voce
- Claudio Asserini - Sintetizzatori, ritmi
- Gabriele Farina - Basso

Tracklist: 

01. The Red Moon
02. On The Dancefloor
03. Highly
04. War Days
05. Back On Water
06. Shadow Of A Desert Land
07. There Grows My Heart
08. Destruction Babies
09. Scurry Song
10. Lovely Times

Janitor of Lunacy

Crimes on the Dancefloor

Pochi giorni fa, a proposito di un gruppo stanco, con più niente da dire, abbiamo tristemente sottolineato la pigrizia intellettuale che molto spesso imperversa di fronte a memorial, ristampe, reunion o peggio ancora nuovi dischi dalle tre parti interessate: la band e l' etichetta, pronte a fiutare affari a costo zero piuttosto che puntare su di un prodotto di qualità, ed il pubblico, entusiasta ed impaziente anche solo per la minima sciocchezza commemorativa.

A meno che, aggiungiamo adesso, non ci si chiami Mannequin e si abbia il raro quanto segreto dono di riesumare ad ogni ristampa pezzi di Storia post-punk ancora vivi, pulsanti di oscurità propria, essenziali quanto basta per continuare a dettare legge nel proprio campo ispirativo. Stavolta è il caso dei Janitor Of Lunacy, formazione alquanto titolata già a suo tempo, come dimostrano anche le numerose presenze in compilation nostrane ( VM2, Komakino) e straniere ( la francese Magnetique), nonché nella recente serie "Danza Meccanica", nel cui primo volume ( tra l' altro anche prima stampa per la Mannequin) compare la magniloquente On The Dance Floor, la tetra litania synth-wave di puro stampo Factory che dà il nome alla seguente raccolta, "Crimes On The Dancefloor", in cui vengono immortalati i pochi ma fondamentali passi compiuti dal trio bresciano, fedele ( e non solo nel nome) alla leggendaria figura di Christa Paffgen. Nell' opera sono difatti inclusi gli unici "due" vagiti recanti la suddetta dicitura, ovvero il primo demo tape omonimo datato 1983 - la costola dura della parabola con ben sei tracce - e "The Testroom Tapes", quattro brani rielaborati che dovevano costituire parte del disco del 1986 mai portato a termine per divergenze artistiche, ben presto causa naturalmente dello scioglimento.

Difficile comprendere tali motivi, se pensiamo che i Janitor Of Lunacy costituiscono ancora oggi qualcosa di estremamente interessante e caratteristico, sia per la vena cold-wave - aperta ad incursioni elettroniche di puro stampo foxxiano - del primo periodo ( la marcia tagliente e funerea di Highly, ad esempio, fa sembrare i Balaclavas dei plagiatori di prima categoria) sia per la seguente apertura verso trame eteree di cantautorato romanticamente oscuro, sulle orme dei migliori Reed ed Eldritch ( da segnalare almeno le inquietanti ballate Shadow Of A Desert Land - There Grows My Heart). Ma oltre alla perfetta esecuzione delle tracce in scaletta, ognuna delle quali poteva benissimo essere trasmessa fin nei vicoli più tetri di Manchester, ciò che stupisce particolarmente della formula musicale ideata dal trio formato da voce - sintetizzatore - basso è l' invidiabile pazienza nel saper attendere i giusti momenti, nel prendere a piccole dosi l' elettricità degli strumenti, nel limitare a pochi convulsi attimi le parti cantate, e non per ultimo nel costruire pulsanti ritmiche a base di drum machine.

Il perfetto compromesso tra Neon ed Underground Life che non vi sareste mai aspettato.

 

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