Voto: 
6.4 / 10
Autore: 
Enrico Gullo
Etichetta: 
Elektra
Anno: 
2003
Line-Up: 

- James La Brie - voce
- John Petrucci - chitarra
- John Myung - basso
- Mike Portnoy - batteria
- Jordan Rudess - tastiera

Tracklist: 

1. As I Am
2. This Dying Soul
3. Endless Sacrifice
4. Honor Thy Father
5-.Vacant
6. Stream Of Consciousness
7. In The Name Of God

Dream Theater

Train of Thought

Una copertina che vuole essere una sorta di gigantesco punto interrogativo – un po’ come tutte le precedenti copertine dei Teatranti – ci inserisce subito nell’atmosfera del disco. I Dream Theater insomma, vogliono ancora una volta stupirci – e ci riescono, in un certo senso.
Un occhio che emerge dal terreno, in un bosco, che ci guarda dall’uscita di una galleria, come in attesa. L’intera immagine è realizzata in bianco e nero. Se dovessimo attenerci solo alla cover art, potremmo reputare Train Of Thought uno degli album più riusciti di tutti i tempi.

E invece i Dream Theater stupiscono ancora, anche se in maniera negativa. Roba da far rizzare i capelli in testa. La prima traccia, As I Am ci propone un LaBrie costretto a un’imitazione di James Hetfield, con delle atmosfere decisamente tendenti (rubate?) ai Metallica, un Rudess poco indaffarato con le tastiere, un Myung intento a seguire fedelmente la ritmica e, ovviamente, un Petrucci e un Portnoy intenti a far emergere se stessi a tutti i costi. Il tutto condito da qualche influenza Alternative che sa molto di Tool e A Perfect Circle. Insomma, un pezzo che sa di già sentito, ma è abbastanza gradevole e si lascia ascoltare senza particolare difficoltà – anche se, per tutti i sette minuti che la canzone dura, viene da chiedersi perché la pulitissima voce di James LaBrie è forzata a quegli urli che non dovrebbero uscire che dalla bocca del frontman dei Metallica.

Il seguito non è dei più prosperi: mentre ci stiamo ancora chiedendo il perché di un LaBrie costretto a un cantato così diverso dal suo stile, in This Dying Soul Rudess sembra risvegliarsi, e torna tutto contento alle sue brave tastiere – anche troppo – seguendo di pari passo gli assoli del buon Petrucci, con un LaBrie che ancora non ha ingranato, dei ritmi alquanto inusuali per il gruppo proposti dal buon Portnoy e un Myung che continua a mantenersi dietro le quinte . Già nell’introduzione Petrucci si mette in mostra. Buona la scelta di un’atmosfera tesa, ma perché questa chitarra così scialba di idee si ritrova sempre? E perché, ancora, la voce del buon James viene sintetizzata, accompagnata da un ritmo che ricorda non poco gli Slipknot? Undici minuti in bilico tra sofferenza, noia e qualche parte che riesce a emergere: non mancano gli spezzoni abbastanza creativi – il riff di chitarra fondamentale ogni tanto ci ricorda che John P. sa ancora comporre, e un mini-assolo di pianoforte ci propone un Rudess ben in grado di arrangiare - ma alcune parti goticheggianti e alcune arie che continuano a sapere del peggiore nu-metal sommergono il brano. Nella conclusione il virtuoso chitarrista torna all’attacco in un solo che lascia perplessi.

Interrogandoci ancora su questo pezzo, quasi senza accorgercene scivoliamo in Endless Sacrifice, che lascia ben sperare: un’introduzione costituita da un arpeggio pulito, un bel fraseggio sull’arpeggio, un Portnoy finalmente calmo, un LaBrie che – finalmente, visto che ormai sono passati circa venti minuti dall’inizio del disco – canta con la propria voce, e dei bei arrangiamenti di tastiere e synth accompagnano il tutto. Myung rimane – ancora una volta – assente. Dopodiché il gruppo si perde nuovamente in un’atmosfera che sarebbe stato preferibile non prendere. Non si addice a loro, non sono capaci di ambientare un album del Teatro del Sogno con delle sonorità pesanti senza annoiare o infastidire. E per tutta la sua durata, il pezzo continua ad alternare dei pezzi di buona creatività con queste uscite davvero poco adatte a quello che potrebbe essere un bel pezzo. Non male i soli di Rudess, che rendono più gradevole e appetitoso questo strano piatto che ci troviamo davanti e per qualche momento limitano gli ormai fastidiosi assoli di John Petrucci.

Un’introduzione con una batteria scatenata: Honor Thy Father è la conferma che i Dream Theater di tornare a comporre come sanno fare loro non vogliono saperne. L’ormai solito J.P. con gli ormai soliti riffs che starebbero bene a chiunque altro della scena moderna, ma non a lui, James LaBrie costretto nuovamente a usare impropriamente la propria voce (in questo pezzo addirittura “rappa” in una maniera che ricorda moltissimo Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers), Jordan Rudess continua a tornare con i suoi arrangiamenti, che non possono all’infinito salvare la nave che sta inesorabilmente affondando e John Myung rimane, ancora e ancora, sul retroscena. Continuano i chiari riferimenti al Nu-Metal, continua il fastidio acustico – insomma, ci troviamo tra le mani la peggior traccia del disco, una vera e propria agonia che non ci lascia via di scampo se non quella di spegnere lo stereo o di aspettare il termine di questi interminabili (scusate il gioco di parole) dieci minuti e quattordici secondi.

Al varco, Vacant. Non vi lasciate ingannare dal titolo, nonostante non duri moltissimo (solo due minuti e cinquantasette secondi) questa traccia è tutt’altro che vuota. E’ piena, finalmente, di buone idee. I Dream Theater sembrano aver ritrovato la giusta ispirazione. Un brano stupendo, un ispiratissimo Rudess al pianoforte accompagna il cantato (e sottolineo: cantato) di James LaBrie, il tutto unito ai suggestivi archi dell’ospite Eugene Friesen.

Da qui in poi, i Dream Theater, sembrano aver ingranato. Stream Of Consciousness è una strumentale della durata di circa undici minuti che riprende il tema di Vacant e che non fa pesare un solo secondo di sé stessa. John Petrucci abbandona l’idea dei riff nu-metal, Portnoy si tranquillizza, Rudess continua con i suoi arrangiamenti miracolosi – che stavolta, accanto a un Petrucci di nuovo in grado di comporre, sfigurano un po’ – e Myung, finalmente, ritorna a imbracciare il basso come si deve, quel tanto che basta per emergere almeno qualche secondo. Non c’è che dire, proprio un bel pezzo.

Già, ora i Dream Theater hanno ingranato. Peccato che non sono molte le tracce rimaste: In The Name Of God è la traccia di chiusura, che si apre con un arpeggio e mantiene lo stile oscuro e malinconico delle altre tracce. I riffs si appesantiscono di nuovo un po’, ma non suonano più così fastidiosi come in Endless Sacrifice e Honor Thy Father. Anche le parti vocali tornano a essere un po’ più pesanti, ma rimangono sempre nella media dell’ottimo cantato di LaBrie. I fraseggi di tastiere continuano a rendere molto gradevole il brano, la batteria di Portnoy riesce a far uscire (era ora) qualche ottima idea, il basso è ancora poco presente, ma a questo punto non se ne sente un bisogno impellente, bastano gli altri membri a rendere questo brano un bel pezzo. Intorno al nono minuto un paio di assoli di chitarra ipnotizzano l’ascoltatore – anche infastidendo un po’, ma riprendono quasi subito il gradevole ritmo della canzone, e possono essere considerati piccoli episodi. Nella conclusione alcuni effetti (campane e cori) si aggiungono agli strumenti che danno il meglio di sé, e con un bellissimo outro di pianoforte la traccia si conclude, insieme al disco.

Che dire? Un peccato. Un disco che avrebbe potuto essere un altro capolavoro del Progressive Metal (come riportato sul bollino in copertina), e che a causa di tre pezzi perde tutto il suo fascino e risulta quasi fastidioso. Davvero un peccato.

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