Voto: 
6.6 / 10
Autore: 
Enrico Gullo
Etichetta: 
Atlantic Records
Anno: 
2005
Line-Up: 

- James La Brie - voce

- John Petrucci - chitarra

- John Myung - basso

- Mike Portnoy - batteria

- Jordan Rudess - tastiera


Tracklist: 

1. The Root Of All Evil (08:25)
2. The Answer Lies Within (05:33)
3. These Walls (07:36)
4. I Walk Beside You (04:29)
5. Panic Attack (08:13)
6. Never Enough (06:46)
7. Sacrificed Sons (10:42)
8. Octavarium (24.00)

Dream Theater

Octavarium

Ci sono gruppi che, a un certo punto della propria carriera, giungono a trovarsi nella condizione di poter pubblicare persino la registrazione di un sasso che rotola sapendo che, in ogni caso, il nome del gruppo scrittovi sopra garantirà la vendita di un gran numero di copie. Non solo: tale prodotto potrà anche vantare diversi tentativi di emulazione.

A questa categoria appartengono i Dream Theater, pionieri del Progressive Metal, e se ne sono accorti nel 2001, alla pubblicazione del loro album finora più discusso: “Six Degrees Of Inner Turbulence”. L’album in questione era una scelta coraggiosa: quella di cambiare sapendo di non avere la totale sicurezza che il cambiamento fosse accettato. La scommessa, è risaputo, è stata persa dal gruppo almeno sul versante musicale. Dal punto di vista prettamente economico, invece, si dimostrò un successo; del resto il gruppo stava uscendo vittorioso dallo strabiliante successo di “Metropolis Part II: Scenes From A Memory”.

E’ così, probabilmente, che Mike Portnoy, John Petrucci e soci (d’altro canto non sono forse il chitarrista e il batterista a dominare dall’interno questa band?) decisero, nel 2003, di dare alla luce “Train of Thought”, che sembrava esser stato creato per dare ragione ai detrattori di lunga data del gruppo, coloro che da sempre definiscono i Dream Theater “un inutile sfoggio di tecnica fine a sé stessa”. La decisione di dare all’album questa caratteristica, in termini di acquisizione di nuovi fans, fu un successo – esistono moltissime persone per le quali l’equazione “tecnicismo=bellezza” è vera. Per evitare la perdita dei vecchi sostenitori della band, nell’album fu introdotta qualche chicca (“Vacant”, ad esempio).

Sebbene “Train of Thought” non fosse di certo l’album più estroso che sia mai stato creato, non si trattava ancora di una registrazione anonima (come il “sasso” di cui parlavo nell’introduzione). L’album che incarna appieno questa caratteristica è, invece, “Octavarium”, il successore di “Train of Thought”. A distanza di due anni da quest’ultimo, si possono notare alcuni miglioramenti (la voce di LaBrie è tornata a squillare come ai tempi di “Images & Words”, almeno per quanto riguarda i tour, e i tecnicismi vengono limitati), demoliti però da una profonda e spiazzante mancanza di qualsiasi idea, buona o cattiva che sia. Badate bene: non si tratta di un album inascoltabile o particolarmente brutto.

Ci troviamo invece ad ascoltare un colossale e palese plagio verso più di un gruppo: a partire dalla opener “The Root of All Evil”, che rimanda ai Velvet Revolver di “Slither”. Per carità: la canzone ha la giusta dose di adrenalina, ma un orecchio ben allenato riconosce quasi immediatamente la somiglianza tra i riffs delle due canzoni. Inoltre, viene da chiedersi se fosse davvero necessario riprendere il tema di “This Dying Soul” (da “Train of Thought”). La differenza la fa la voce di James LaBrie, che con i suoi vocalizzi riesce a rendere il pezzo nonostante tutto parecchio piacevole.

Segue una mielosa ballata dal titolo “The Answer Lies Within”, che pure può risultare gradevole e certamente è ben composta, ma che a un’analisi un po’ meno superficiale fa emergere la sua vera natura: una ballata che potrebbe appartenere a un qualsiasi gruppo rock (di qualsiasi sottogenere) che ha suonato tra il 1970 al 2005. Incredibile come a tratti si facciano sentire i Coldplay, a tratti i Guns N’ Roses più melodici, a tratti addirittura gli U2 – davvero, non manca nulla.

Da notare come, man mano che ci si addentra nelle otto tracce dell’album (sembra che il gruppo abbia messo più impegno nel proporci divertenti giochetti di parole piuttosto che nel comporre per bene un nuovo album) le tastiere di Jordan Rudess divengano sempre più le protagoniste: e se non lo fanno in maniera discreta, sicuramente non disturbano quanto gli assoli di chitarra che nel lavoro precedente erano stati demoliti dalla critica. “These Walls” è un esempio di come l’elettronica possa venire in aiuto del Progressive, e fortunatamente non fa segnalare alcun plagio particolare; nonostante difficilmente risulti pienamente soddisfacente, il brano è comunque da stimare per la sua peculiarità rispetto ai suoi “compagni di album”.

La “via del miele” viene intrapresa anche per il pezzo che segue “These Walls”, che è intitolato “I Walk Beside You”: un brano che rimanda immediatamente agli U2, tanto che sembra quasi di sentire cantare Bono Vox piuttosto che James LaBrie. Senza alcun pudore, il brano persiste nel seguire i canoni tipici del gruppo irlandese, per poi sfociare in una coppia di canzoni che si rifà a un certo gruppo britannico che ultimamente acquista sempre più consensi. I brani, “Panic Attack” e “Never Enough”, sono infatti una sorta di reinterpretazione in chiave Dream Theater dei Muse, gruppo parecchio apprezzato da Mike Portnoy e John Petrucci (loro stessi l’hanno dichiarato apertamente più volte). In particolare, questa coppia di pezzi sembra ripresa da “Stockholm Syndrome”, proveniente da “Absolution”, ultimo lavoro del terzetto inglese sopraccitato, e vede persino un James LaBrie lanciarsi in un’imitazione del falsetto di Matt Bellamy. Triste ma vero, il bassista John Myung continua a non emergere se non nell’introduzione di “Panic Attack”.

Inutile dire che il risultato, seppur ancora una volta risulti gradevole all’ascolto, è fastidioso per chi ha voglia di ascoltare un album dei Dream Theater e si ritrova invece ad ascoltare altri gruppi che ha già sentito spesso. Si prosegue con “Sacrificed Sons”: anche questa, come pure “These Walls”, emerge dall’album per originalità – in realtà soltanto a paragone con gli altri pezzi finora incontrati. Durante i dieci minuti del brano, il quintetto americano trova anche il tempo per una combo polistrumentale che sembra voler celebrare i fasti del passato, ma riesce male: così la canzone resta in bilico tra un “perché?” e un “mah”.

E’ tempo, infine, della title-track “Octavarium”, ottava traccia del disco, della durata di ben tre per otto… pardon, ventiquattro minuti. Si suppone che un’opera di questa portata e durata debba risultare come minimo monumentale; tuttavia, nonostante la canzone sia gradevolissima, emozionante, ben composta e abbia tutte le caratteristiche che la renderebbero un pezzo vincente, si ha ancora la sensazione che ci sia qualcosa che non và. Dicendola tutta: se l’intera scena del Rock Progressista degli anni ’70 non fosse mai esistita, “Octavarium” entrerebbe nella storia. Purtroppo per i Dream Theater, in molti loro ascoltatori il ricordo di Genesis, Yes, King Crimson, Pink Floyd e Rush (giusto per citarne qualcuno) è ancora vivido, e il verdetto non perdona. Si può dire che avrebbe potuto funzionare.

Così, allo scoccare del ventiquattresimo minuto della suite, si rimane quasi allibiti (a meno che non vogliate difendere a tutti i costi i Dream Theater o non abbiate sentito nessuno dei gruppi che ho citato finora – e la seconda alternativa mi sembra un po’ improbabile) nel constatare come i Dream Theater, che da bravi padroni del Progressive Metal dovrebbero fornire un buon esempio per le nuove bands, prendono invece spunto da queste ultime per produrre un lavoro senza dubbio gradevole, ma poco personale e mal studiato. In breve: una presa in giro che si fa ascoltare.

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