Voto: 
7.0 / 10
Autore: 
Damiano Cembali
Genere: 
Etichetta: 
Nuclear Blast/Audioglobe
Anno: 
2003
Line-Up: 

- Andreas "Whiplasher Bernadotte" Bergh - voce
- Erik "Beast X Electric" Halvorsen - chitarre
- Emil "Nightmare Industries" Nördtveit - chitarre, tastiere
- Jonas "Skinny Disco" Kangur - basso
- Ole "Bone W Machine" - Öhman - batteria
- Johanna Beckström - voce secondaria

Tracklist: 

1. Semi-Automatic
2. Synthetic Generation
3. New Dead Nation
4. Syndrome
5. Modern Death
6. Little Angel
7. The Revolution Exodus
8. Damn Me
9. The Rape of Virtue
10. Genocide
11. No Light to Shun

Deathstars

Synthetic Generation

La straziante oscurità dei Ministry, i tappeti elettronici dei The Kovenant, la pesantezza glaciale dei Rammstein: tutto questo sono i Deathstars, combo industrial metal svedese formatosi ormai 9 anni fa nella gelida Stoccolma.
Il gruppo nasce dalla fusione di 2 realtà piuttosto affermate, all’epoca, del metal scandinavo: da un parte il duo Swordmaster, ovvero Andreas Bergh (Whiplasher Bernadotte) al microfono ed Erik Halvorsen (Beast X Electric) alla chitarra ritmica; dall’altra, la coppia Dissection (ex Ophtalamia), ovvero il batterista Ole Ohman (Bone W Machine) ed il chitarrista Emil Nordtveit (Nightmare Industries). La doppia coppia appena unitasi recluta immediatamente il bassista Jonas Kangur (Skinny Disco), si costruisce un’immagine piuttosto provocatoria (le divise simil-nazi, in particolar modo, hanno destato più di qualche perplessità), scegliendo nomi in codice (precedentemente indicati tra parentesi) e intraprendendo una via musicale piuttosto ben definita sin dal principio: un industrial metal glaciale e meccanico, che strizza l’occhio al glam rock dei Kiss (ma il facepainting li ha fatti accostare al Marilyn Manson di Antichrist Superstar, che però i Deathstars disprezzano) senza perder mai di vista un innato gusto per la melodia e la cantabilità (la titletrack Synthetic Generation, New Dead Nation e Genocide sono, sotto questo aspetto, più che emblematiche).

Le costruzioni sonore di Synthetic Generation, opera prima del gruppo scandinavo (la pubblicazione avviene il 24 novembre 2003 in l’Europa, il 6 gennaio 2004 nelle 2 Americhe), tratteggiano in maniera fascinosa e inquietante allo stesso tempo i soffusi contorni di un apocalisse cibernetico: le atmosfere in chiaroscuro svelano la più totale debolezza umana a confronto con la freddezza programmatica delle macchine robotiche, laddove gli scricchiolii elettronici e gli angoscianti rintocchi in sezione ritmica delineano ambientazioni gotico – nucleari, in cui esplodono tutte le inquietudini proprie di un’esistenza mortale in balia dei suoi stessi prodotti cerebrali; in questa rappresentazione, tanto fulgida quanto evanescente, interviene un gusto quasi patologico per un horror estremamente glamour, in cui la crudeltà della batteria, insolente nella sua insistente pesantezza, e la solennità dei cori in sottofondo, talvolta gracchianti talvolta spettrali, si tinge di un sadismo estetico di inedita brillantezza.
Su questo sfondo plumbeo, rischiarato di quando in quando da inattese scintille elettriche, si staglia il cantato poderoso e severo di Andreas Bergh, che, nella sua aggressività e nella sua irriverenza, ricorda molto più che dignitosamente il maestro Till Lindemann (pur con qualche improbabile vocalizzo pattoniano, essenzialmente in Modern Death). A rafforzare ulteriormente l’efficacia metallica della straripante potenza visiva dei Deathstars interviene una sorprendente pulizia sonora delle tracce, talvolta doverosamente corrotta da schizzi di electric noise che perfettamente si sposano con gli orizzonti elettro-meccanici dell’album.

Tuttavia, pur con indiscutibili pregi, nel corso degli ascolti Synthetic Generation tende a divenire abbastanza ripetitivo: nonostante un uso variegato e mai banale dei campionamenti elettronici e delle linee di synth keyboards, un’ottima alternanza dei pattern ritmici sia in drumming che in riffing (addirittura integrati da qualche imprevedibile assolo, come nella strepitosa Genocide) ed un’eccellente varietà di atmosfere e relative sonorità (su tutte, Little Angel, che abbacina con la sua agghiacciante decadenza gotica), la struttura canora finisce per diventare prevedibile, quasi scontata, molto spesso privando le inquiete sfumature ambientali della loro inattesa tensione emotiva. Ad ogni modo, qualche accenno di sbadiglio sul finale non può certo essere considerato peccato capitale, tanto più che di Synthetic Generation sono numerosi gli episodi realmente intriganti, collocati indicativamente alle estremità della tracklist: se Semi-automatic e Synthetic Generation in principio, Rape Of Virtue e Genocide in chiusura sono in assoluto le 4 tracce più valide, al contempo non si possono sottovalutare nemmeno la già citata Little Angel (con alcune supponenti sfumature epiche poste in fase introduttiva), New Dead Nation (dall’insospettabile sapore catchy), The Revolution Exodus (contraddistinta da inquietanti vocalizzi femminili) e Damn Me (con interessante campionamento techno iniziale, riff bruciante ed egregio intermezzo di cori maschili).

In conclusione, i Deathstars si affacciano sulla scena internazionale con una prepotenza assolutamente giustificata, tanto più alla luce della personalità manifestata al momento della loro definitiva composizione: è inevitabile che, data la recente costituzione nonché la loro precisa dichiarazione d’intenti, la proposta musicale firmata dal quintetto svedese manifesti ancora palesi debiti nei confronti degli artisti precedentemente individuati, ma ciò non significa che Synthetic Generation abbia le sembianze o, ancor peggio, le fattezze di una vergognosa copia carbone. Al contrario: la produzione musicale dei Deathstars possiede tutti i crismi dell’assoluta individualità, soprattutto se questi ultimi sapranno proseguire e migliorarsi nella direzione ottimamente intrapresa, ma già sin d’ora esprime una riconoscibilità pressoché immediata e assolutamente fuori dal comune.

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