Voto: 
9.0 / 10
Autore: 
Gioele Nasi
Genere: 
Etichetta: 
Dawn Records
Anno: 
1971
Line-Up: 

- Roger Wootton – Voce, Chitarra acustica
- Glenn Goring – Chitarra (acustica a 6 e 12 corde, elettrica, slide), Percussioni, Voce
- Andy Hellaby – Basso, Voce
- Colin Pearson – Viola, Violino
- Rob Young – Flauto, Oboe, Percussioni
- Bobbie Watson – Voce femminile, Percussioni

Tracklist: 


1. Diana (4:37)
2. The Herald (12:12)
3. Drip Drip (10:54)
4. Song to Comus (7:30)
5. The Bite (5:26)
6. Bitten (2:15)
7. The Prisoner (6:14)

Comus

First Utterance

Sovrano degli eccessi e della baldoria, figlio di Circe e Bacco, Comus era per i greci il dio delle celebrazioni e degli scherzi: è questa dissoluta ed ambigua figura, nella particolare versione rivista da John Milton per un suo spettacolo teatrale, ad ispirare i due chitarristi inglesi Roger Wootton e Glenn Goring nell'atto di formare una nuova band, inizialmente nulla più che un duo dedito all'esecuzione di cover acustiche dei Velvet Underground, ma ben presto evolutosi in un esuberante sestetto capace di sviluppare una propria, inedita, sconvolgente visione artistica, destinata a rimanere più unica che rara nell'eppur spumeggiante panorama musicale di fine anni '60 ed inizio '70.

Pubblicato nel febbraio del 1971 dalla Dawn Records, “First Utterance” fu il disco di debutto dei Comus e nonostante rappresentasse lo zenit creativo non solo della band, ma anche di una larga fetta di Folk underground britannico dell'epoca, esso vendette pochissimo e fu massacrato dalla critica, tanto che la band finì per sciogliersi (seppur temporaneamente), menomando irreparabilmente quell'alchimia pagana e mistica, quasi irrintracciabile in qualasiasi altro complesso di quell'era, che aveva portato alla creazione di un capolavoro di straordinario valore e poliedricità, poiché aveva saputo raccogliere elementi dai più significativi stili musicali popolari di quel tempo: del Folk aveva la sostanza e la poeticità, del Rock avanguardista la terribile intensità e le sfumature decadenti, della Psichedelia le surreali atmosfere, del Progressive le sempre cangianti strutture compositive.

Comes the sunlight, summer day – Comus wakes, he starts to play...

I Comus modellavano in “First Utterance” un Folk prettamente acustico, talora dai risvolti medievali, fondato sul prezioso fingerpicking di Glenn Goring e sull'accompagnamento ballabile e coinvolgente di Roger Wootton, entrambe situazioni sonore ben integrate dal solidissimo e travolgente apporto del basso di Andy Hellaby, un pilastro ritmico imprescindibile quanto le percussioni a mano e i sonagli che, pur perdendo in potenza rispetto a una tradizionale batteria Rock, guadagnano in etnica dinamicità e primitiva varietà, meglio complementandosi all'atmosfera genuina e carnale del disco.
Il violino di Colin Pearson e il flauto di Rob Young, sempre attivi e toccanti, sono ulteriori valori aggiunti, poiché ammettono una varietà amplissima di soluzioni ed evoluzioni; ma ben più personali e caratterizzanti risultano essere le ricchissime interpretazioni vocali: oltre ai cori di Hellaby e Goring, abbiamo la soave voce femminile di Bobbie Watson, non tecnicamente eccelsa quanto quelle di altre celebri damigelle del Folk Rock inglese di quell'era (da Sandy Danny dei Fairport Convention, a Celia Humphris dei Trees, a Jacqui McShee dei Pentangle, per citare tre delle più abili in un panorama tanto ricco) ma comunque capace di gorgheggi da brivido, sia come prima attrice che come supporto dietro le quinte per il vero protagonista vocale del disco, Roger Wootton: stilisticamente imprevedibile e altamente teatrale, l'interpretazione di Roger (anche lui non esente da qualche incertezza tecnica, ma imbattibile a livello di carisma) varia da falsetti agghiaccianti a ringhi truculenti, passando per eleganti armonizzazioni che non sfigurerebbero su hits di stampo Pop o inventandosi altalenanti vocalizzi dal timbro maniacale, ottenuti battendosi il petto o agendo con le dita sulla gola durante il canto.

Una recitazione bizzarra e psicopatica che è da considerarsi una scelta pressochè obbligata, visti gli scabrosi, rudi e spettrali toni lirici del disco, da sempre il più ostico ed indigeribile connotato di “First Utterance”: omicidi, insanità mentale, violenze sessuali e tormenti spirituali sono infatti i temi distintivi di un disco vizioso, disturbante e crudele, che nasconde dietro le danze tribali e i baccanali psichedelici un'anima nera come la morte e tormentata dalle più terrificanti immagini di pazzia e perdizione, splendidamente rese in un inglese semplice ed efficace ma brillante di accostamenti sonori intriganti e assonanze mai banali.

Probe me, mold me – Reassemble my brain, my brain
Schizoid, paranoid - Just terms, just names, just names
Why can't you leave me – Don't drive me insane, insane

Nonostante la breve durata, la traccia iniziale “Diana” è proprio il brano che meglio sintetizza l'essenza di “First Utterance”: un inquieto giro di basso e ipnotiche spirali di violino racchiudono in sé la fuga della protagonista Diana dalla lussuria di un non meglio identificato spirito dei boschi, forse lo stesso dio che ritroveremo in “Song to Comus”; un ritornello esplosivo, magistralmente condotto dal duetto vocale maschile-femminile, fa da sfogo a strofe ondeggianti in un'ipocrita atmosfera di dolcezza, mentre gli inarrestabili contrappunti dei tamburelli danno carica e passo rapido alle sezioni più tumultuose, con le intromissioni del violino a rendere ulteriormente inquietante l'andamento di un brano rimasto iconico per i fans della band, tanto da esser coverizzato da uno dei più illustri estimatori dei Comus: David Tibet, che oltre a riproporre “Diana” (nel singolo “Horsey”) ha addirittura concepito un intero EP dei suoi Current 93 (il formidabile classico Neo Folk “Earth Covers Earth”) come estensione (una 'second utterance') di questo disco.

Quasi a smentire quanto detto finora, la seconda canzone “The Herald” è (l'unica ad essere) contraddistinta da sensazioni di eterea pace e tranquillità, in quanto interamente affidata alla dolce voce di Bobbie Watson, con violino e flauto a riposarsi in delicatissimi meandri da rinascimento Folk e le chitarre a dominare indisturbate, supreme regine di momenti pallidi e lattiginosi, nonché creatrici di un'atmosfera sognante e silenziosa, per dodici minuti di superba calma Psych-Folk il cui unico, marginale demerito è quello di essere composta da sotto-sezioni giunte tra loro con insufficiente approssimazione.
A suonare la sveglia dopo tanta distensione è un altro (e supremo) capolavoro: “Drip Drip”, anch'essa di oltre dieci minuti e dotata di uno sviluppo più giustificato e fluido della precedente, è una fenomenale traccia di Progressive Folk in costante metamorfosi, tra incontrollabili danze orgiastiche tanto surreali da fare invidia alla Incredible String Band e armonie chitarristiche (le migliori, tra quelle firmate Comus) degne dei migliori Love: l'assassino ha appena ucciso la propria amata e la trascina verso la tomba, descrivendo con dovizia di particolari il suo infernale e rivoltante tragitto nella foresta – pietra miliare dall'intensità mozzafiato, condivide con la successiva traccia l'accoppiamento definitivo tra melodie meravigliose e liriche perverse: “Song to Comus”, una panica, calorosa e Jethro Tull-iana ballata dominata da flauto e chitarra, riprende infatti il filo di “Diana” e prosegue il tema narrativo, stordendo l'ascoltatore con incalzanti assoli di flauto che accompagnano sia gli attimi più afosi e quieti che quelli più aggressivi e movimentati.

L'accoppiata seguente “The Bite”“Bitten” è da considerarsi tematicamente unitaria: la prima è una vertiginosa sequenza collettiva in cui ogni strumento risulta fondamentale nel descrivere, con vivida espressività, le allucinazioni e i sogni dell'ultima notte di un prigioniero cristiano destinato alla forca la mattina successiva; la seconda è un frammento atmosferico puramente strumentale idealmente vicina alle sperimentazioni Rock dell'epoca, con viola, basso e chitarra a descrivere i tragici momenti dell'agonia del condannato. Chiude “The Prisoner”, basata sull'esperienza di un malato di mente, rinchiuso in un manicomio e sottoposto alle torture dei suoi medici: inizialmente frizzante e primaverile, l'ultimo brano si tramuta presto in un malandato e paranoico canto di incompreso dolore non appena il trattamento dei dottori si fa più invasivo, con frementi unisoni strumentali e vocali di gran vigore a malapena stemperati da più riposanti sequenze di introspezione e quiete.

Magistralmente concluso dallo schizofrenico ed azzeccato coro 'insane, insane, insane...', “First Utterance” è rimasto unico ed originale nella sua estrema peculiarità ed eccezionalità, sia a livello di stile musicale che di impianto lirico: in quel movimento di riscoperta del Folk che travolse l'Inghilterra Rock negli anni a cavallo del 1970, i Comus per svariati motivi (testi disturbanti e atmosfere scomode incluse, ma anche per essere di anni in anticipo rispetto al gusto musicale e alle innovazioni di molti compatrioti) non ebbero la popolarità e l'influenza degli acts più quotati, pur condividendo (e, talvolta, superando) le grande qualità musicali di veri e propri monumenti quali Steeleye Span o Fairport Convention; contemporanemente, la band di Wootton e Goring si elevava nettamente dalla massa di bands locali più o meno underground, in quanto nessuna fra esse, neppure tra i migliori e più ispirati progetti (dai sognanti Midwinter agli armoniosi Mellow Candle, dai progressivi Spirogyra agli spettrali Stone Angel), riuscì a raggiungere una combinazione tanto tremenda in termini di abilità compositiva, spinta sperimentale e, soprattutto, personalità, cedendo pertanto al passare del tempo e lasciando “First Utterance” come un esclusivo, imprendibile gioiello a sé stante, tanto maledetto quanto ammaliante, una perla imprescindibile da cui partire per affrontare il lato più misterioso, tenebroso e nascosto del Folk inglese.


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