Voto: 
5.0 / 10
Autore: 
Gabriele Bartolini
Genere: 
Etichetta: 
Sub Pop
Anno: 
2011
Line-Up: 

-Eric Earley
-Erik Menteer
-Brian Adrian Koch
-Michael VanPelt
-Marty Marquis

Tracklist: 

01. Might Find It Cheap
02. Fletcher
03. Love The Way You Walk Away
04. Your Crying Eyes
05. My Home Town
06. Girl In A Coat
07. American Goldwing
08. Astronaut
09. Taking It Easy Too Long
10. Street Fighting Sun
11. Stranger In A Strange Land

Blitzen Trapper

American Goldwing

Il nome dei Blitzen Trapper dovrebbe oramai essere conosciuto ai più: formati a Portland, storico itinerario del folk, ed attivi da ben undici anni, riuscirono a guadagnarsi addirittura un contratto con la prestigiosa Sub Pop solamente nel duemilasette, ammaliata dalla capacità del gruppo di saper alternare, anche durante l' arco dello stesso album, sonorità country derivate più che altro dal lavoro solista del leader Eric Earley ad altre di stampo rock molto accentuato oppure indie-folk a cavallo tra una vena cantautoriale ed un pop sicuramente solerte nel non assomigliare a quella del predestinato Bon Iver. Il loro terzo lavoro, Wild Mountain Nation, apparirà allora senza dubbio il loro capolavoro per freschezza ed un' omogeneità che tutto sommato non riusciranno più ad avere, gli aprì letteralmente le porte del successo, bissato nemmeno un anno più tardi dall' aneddotico Furr, dotato di maggiore urgenza rispetto al precedente nonché di un singolo coi fiocchi ( ovvero la traccia omonima, che evidenziava come nel credo del gruppo risiedesse una vera e propria passione per Bob Dylan, qui virato nella variante Traveling Wilburys). Per poi cambiare totalmente le carte in tavole due anni dopo con Destroyer of the Void, un lavoro che fin dalla traccia omonima si incentrava molto sui testi, malleando allo stesso tempo ogni sgradevole angolatura imperfetta nel suono ed apparendo come una caricatura hard-rock dei Byrds, escludendo le solite dipartite corali ed acustiche ( The Man Who Would Speak True).

Per questo sesto capitolo intitolato American Goldwing i Nostri decidono di lasciare a casa le sperimentazioni, credendo di riuscire a far perdere ancora una volta l' ascoltatore nei suggestivi campeggi ai bordi di profonde scarpate dal profumo inconfondibilmente americano cui erano soliti evocare nei loro lavori anche senza quell' uso minimale, quasi tiepido e sensibile, che li aveva contraddistinti dalla miriade di complessi capaci solamente di ripetere la stessa mediocre formula per mille volte, riuscendo persino nella non facile impresa di portare a livelli commerciali due generi come la bluegrass ed il southern rock. Fin dai primi ascolti, si sente che la formula di American Goldwing senza le tipiche sfaccettature che i Blitzen Trapper sapevano dare al loro suono risulta vuota e per niente ricca di quel fascino sentimentale che li aveva lanciati, ed anche per questo risiede forse la scelta di puntare su di un impianto di puro stampo rock, con evidenti rimandi a certe fascinazioni sabbathiane che con le loro trame alla Tom Petty poco o nulla hanno a che fare. Dovendo scegliere una precisa parola: confusionario. Mai come adesso le diverse ambizioni dei vari componenti vengono a galla, facendo sembrare American Goldwing non solo un lavoro piuttosto eterogeneo ma soprattutto un calderone confusionario di cui a malapena si potrebbero apprezzare i passi faciloni di cui è pieno il lavoro. American Goldwing, precisamente, è il lato senza fronzoli dei Blitzen Trapper di cui avremo fatto volentieri a meno.

Le tracce inspiegabilmente godono di uno spirito ottimista ma non patriotta come accaduto con The King is Dead dei Decemberists, preferendo molto spesso dividersi in veri e propri frullati di rock vario. Si parte con il blues fuori di corda dell' opener Might Find it Cheap e di Taking It Easy for Too Long che molto devono agli album punk-blues dei Black Keys ( con Rubber Factory in testa), ma anche le ballate Fletcher e Astronaut non possiedono quella miscela di pop-rock e vanno a scadere come due delle b-side meno desiderate di nomi come My Morning Jacket. Sembra quasi di assistere al festival della monotonia, con tutte queste trame scarne e sentite un milione di altre volte: Your Crying Eyes potrebbe benissimo essere assegnata a Kid Rock, ed anche la traccia omonima risulta inoffensiva persino nell' inserimento di tastiere. Le due bonus track non migliorano nè peggiorano ( anche perché forse non si potrebbe) la situazione, con la carica di Street Fighting Sun troppo calcolata in ogni suo riff e l' acustica Stranger in a Strange Land che stavolta niente ha a che fare con Guthrie e soci.

E dire che dall' EP Maybe Baby non traspariva questo nuova tendenza a standardizzare in maniera così evidente il proprio sound: i due brani anzi apparivano ancora più influenzati dalle radici settantiane del folk, eseguiti con la stessa sicurezza ed enfasi di una volta. Incredibile invece come a distanza di mesi bisogna certificare il primo passo falso dei Blitzen Trapper, che in American Goldwing includono solo arte prettamente derivativa, ma soprattutto troppo scialba ed irriconoscibile se paragonata coi precedenti lavori.

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