Voto: 
7.5 / 10
Autore: 
Lorenzo Iotti
Etichetta: 
Inside Out/Audioglobe
Anno: 
2008
Line-Up: 

- Arjen Anthony Lucassen - chitarra, basso, mandolino, tastiere, synth e Hammond
- Ed Warby - batteria e percussioni

Guests:
- Ben Mathot - violino
- David Faber - violoncello
- Jeroen Goossens - fiati
- Lori Linstruth - guitar solo su Newborn Race
- Derek Sherinian - synth solo su The Fifth Extinction
- Tomas Bodin - synth solo su Waking Dreams
- Michael Romeo - guitar solo su E=Mc2
- Joost Van Der Broek - synth solo e piano su The Sixth Extinction

Cantanti:
Forever
- Tom Englund (Evergrey)
- Steve Lee (Gotthard)
- Daniel Gildenlow (Pain Of Salvation)
- Hansi Kursch (Blind Guardian)
- Floor Jansen (After Forever)
- Anneke Van Giersbergen (Agua De Annique)
- Jonas Reske (Katatonia)
- Jorn Lande (ex-Masterplan)
- Magali Luyten (Beautiful Sin)
- Bob Catley (Magnum)
Men
- Arjen Anthony Lucassen
- Simone Simons (Epica)
- Phideaux Xavier
- Wudstik
- Ty Tabor (King’s X)
- Marjan Welman (Elister)
- Liselot Hegt (Dial)


Tracklist: 

CD 1:
1. Age Of Shadows
2. Comatose
3. Liquid Eternity
4. Connect The Dots
5. Beneath The Waves
6. Newborn Race
7. Ride The Comet
8. Web Of Lies
CD 2:
1. The Fifth Extinction
2. Waking Dreams
3. The Truth Is In Here
4. Unnatural Selection
5. River Of Time
6. E=Mc2
7. The Sixth Extinction

Ayreon

01011001

Arjen Anthony Lucassen, polistrumentista e compositore olandese, è una di quelle persone che si può dire soddisfatte del proprio lavoro. Nonostante sia sempre stato ben lontano dal registrare record di vendita, nonostante l’ambiziosità di un progetto come gli Ayreon renda impossibile suonare i brani su un palco, e nonostante fino al contratto con la InsideOut la band fosse pressoché sconosciuta al di fuori dei pochi appassionati, il signor Lucassen ha avuto il privilegio di lavorare con, o meglio di far lavorare per lui, alcuni dei più importanti cantanti della scena metal e non, che comprendono nomi di certo conosciuti come Bruce Dickinson (Iron Maiden), James LaBrie (Dream Theater), Fish (ex-Marillion), Mikael Akerfeldt (Opeth) e molti altri, e, come lo stesso Arjen ha dichiarato nella recente intervista a Rockline.it, il riconoscimento da parte di altri musicisti è una delle cose migliori che possano capitare.
Il progetto Ayreon, avviato nel 1995 con il primo full-lenght The Final Experiment, si è infatti sviluppato nel corso di una serie di concept album facenti parte di un’unica storia fantascientifica, delle opere rock in cui Arjen è affiancato da musicisti e cantanti ospiti, ognuno dei quali rappresenta un personaggio della storia.

Come già detto, il contratto con la InsideOut, senza dubbio una delle migliori etichette in campo prog, ha permesso ad Arjen di migliorare la sua attività, ristampando i suoi album per una più ampia distribuzione e arrivando a comporre quello che è senza dubbio il miglior album della sua carriera: The Human Equation, album che ha acquisito tra l’altro una certa notorietà all’interno del pubblico metal e non solo.
Ora, a quattro anni dall’album precedente, e quindi con una grande responsabilità sulle spalle, Arjen ultima i lavori per il nuovo capitolo della saga Ayreon: 01011001, titolo quantomai criptico ed inconsueto che si rivela essere nient’altro che la lettera Y scritta in codice binario ASCII. In quest’opera, il punto di vista viene infatti focalizzato, per la prima volta, quasi interamente sui misteriosi alieni Forever, abitanti del pianeta appunto denominato Planet Y, e sulla storia della loro decadenza che darà vita al genere umano. E proprio la storia, purtroppo, appare come il primo punto debole del disco: in tutti gli album precedenti, Arjen aveva infatti dimostrato senza eccezioni una grande inventiva personale, nel creare in ogni caso una trama originale e sorprendente; in 01011001, invece, sono ben poche le nuove informazioni che vengono fornite a chi si interessa del maxi-concept che sta dietro agli album di Lucassen, ed il musicista si limita a sviluppare e approfondire elementi già forniti, in modo frammentario, negli album precedenti, e ad amalgamarli in una storia unica.
Sia chiaro, come sempre il lavoro di Arjen non è affatto sommario, e anzi costruisce in modo perfetto il dramma di un popolo diventato talmente dipendente dalle macchine da aver perso le emozioni (anche se, come può confermare qualsiasi appassionato di Isaac Asimov, Lucassen non sia di certo il primo ad elaborare una storia simile) e in seguito la progressiva evoluzione degli umani che li porta ad acquisire sempre di più i difetti dei loro creatori fino ad arrivare alla propria autodistruzione. Per concludere il discorso, l’attenzione dedicata da Arjen alla stesura dei testi è indubbia, e anzi le lyrics di qualità risollevano alcune soluzioni non troppo ricercate che affioravano nei lavori precedenti; si fa però sentire l’assenza di una di quelle particolari trovate che rendono ogni album degli Ayreon una sorpresa, e che coinvolgono l’ascoltatore nell’universo narrativo della band.

Pur potendo contare su un cast meno “stellare” rispetto all’album precedente, le premesse parlando di ospiti sono ottime, soprattutto per gli appassionati di una certa scena scandinava, di cui troviamo interpreti Jonas Renske dei Katatonia, Tom Englund degli Evergrey e Daniel Gildenlow dei Pain Of Salvation, e del più tradizionale power metal mitteleuropeo, rappresentato dal grande Jorn Lande, senza dubbio il miglior interprete del disco, e dal singer dei Blind Guardian Hansi Kursch, oltre che, come di consueto, della scena gothic metal olandese, a cui appartengono la sublime Floor Jansen degli After Forever, Simone Simons degli Epica e la ex singer dei The Gathering Anneke Van Giersbergen, nonostante queste ultime due non appaiano eccessivamente coinvolgenti rispetto ai risultati con le rispettive band; come sempre, comunque, la prestazione vocale risulta di altissimo livello, e valorizzata da una produzione pulitissima e quasi maniacale nella perfezione delle sovrapposizioni vocali.
I cantanti sono divisi in due gruppi: la maggior parte delinea i tratti della razza aliena dei Forever, mentre una minoranza interpreta personaggi umani. La scelta di limitare questi ultimi a poche canzoni, e comunque a poche battute, non si rivela però particolarmente azzeccata, rendendo la loro prestazione abbastanza inutile o comunque superflua e poco coinvolgente.

Per quanto riguarda l'ambito strumentale, il sound ripercorre lo stile tradizionale della band, ovvero una mescolanza di vari generi con una prevalenza Prog Metal, ritmiche varie e complesse, sintetizzatori prevalenti dal suono liquido e morbido e meravigliosi stacchi acustici di matrice folk. L’unica differenza apprezzabile da subito è proprio l’uso delle tastiere, che abbandonando quasi completamente quel sound fortemente melodico un poco pacchiano di cui Lucassen non si era mai sbarazzato, si mantengono su toni oscuri ed atmosferici, costituendo uno dei punti di forza di 01011001. L’altro punto di forza è senza dubbio l’impeccabile produzione del disco, compiuta dallo stesso Lucassen, che rivela un’attenzione al minimo dettaglio davvero invidiabile, costituendo un’unione perfetta tra elettrico, acustico, ritmiche e voce, che raggiunge livelli superiori anche al disco precedente.
E’ però proprio nell’analisi del processo compositivo che emergono le falle del lavoro di Lucassen. Innanzi tutto, la divisione dell’opera in due dischi (il primo ambientato sul Pianeta Y e il secondo sulla Terra) si rivela una divisione anche a livello qualitativo: il disco di partenza fatica a convincere, a partire da un esordio spiazzante come The Age Of Shadows, che abbandonando lo stile prog prediletto da Arjen accoglie influenze gothic metal infarcite di sintetizzatori melodici, adottando quello stile diretto e un po’ “facilotto” che si pensava Lucassen avesse abbandonato ai primi episodi della sua carriera compositiva, risultando un pezzo ripetitivo, noioso e eccessivamente prolisso. Anche passando ad atmosfere musicali più tipiche dello stile Ayreon si mantiene invariata questa prolissità e questa ripetitività, come testimonia la prima suite Beneath The Waves, la cui bellezza si ferma a piacevoli atmosfere di tastiere che diventano presto ripetitive, se non fossero compensate da un conclusivo duetto al cardiopalma tra Floor Jansen e Jorn Lande, la cui esecuzione si piazza ai primi posti di quest’opera; la seconda suite, Newborn Race, si rivela già migliore, e finalmente riconosciamo la classe di un compositore come Lucassen nella maestria con cui collega i temi musicali nel loro continuo alternarsi e nella forza prorompente della conclusione, dove una volta per tutte si torna ad apprezzare quella carica emotiva che rappresentava il punto di forza di The Human Equation; è proprio questo il difetto sostanziale di questo primo cd: ottime le atmosfere tessute dagli onnipresenti sintetizzatori, dolci ed evocativi gli intermezzi di fiati, violini e mandolini, azzeccate le interpretazioni dei cantanti, ma il tutto fatica a decollare, e si mantiene al livello di “atmosfera piacevole” senza raggiungere quella forza di emozioni a cui Arjen ci aveva abituati.
A sorpresa, se Arjen generalmente rivelava la sua genialità musicale nei lunghi e contorti brani progressive, in questo caso sono i pezzi più brevi a risollevare le sorti di questa prima parte: e se Comatose cattura nel suo distendersi calmo e scorrevole, trasportato dalle stupende melodie appena accennate di synth, il cui pathos sembra incarnarsi perfettamente nella voce di Lande, Ride The Comet cattura con le sue ritmiche avvincenti che conducono l’ascoltatore attraverso strofe ricche di tensione verso un ritornello magari un poco scontato, ma deciso e coinvolgente.

Si passa dunque, senza poter negare un po’ di amaro in bocca, al secondo disco: e qui finalmente Arjen sembra aver imboccato la giusta strada. Se infatti ad un ascolto distratto alcuni brani possono sembrare poco incisivi ed eccessivamente ripetitivi, un ascolto attento e con il booklet alla mano apre le porte alle composizioni di Lucassen, alla classe data dall’amalgamarsi delle tastiere con chitarre e violini, e al pathos creato dalla voce, dove gli acuti dei cantanti di scuola hard rock si mescolano alla potenza epica di un Hansi Kursch in ottima forma, alla soavità di Floor Jansen e alla melodia di Gilderlow e Lande; tutti elementi che aprono nel modo migliore il disco con The Fifth Extintion.
Meno forti e pesanti dal punto di vista strumentale, i brani successivi si mantengono comunque su un livello alto, permettendo di apprezzare pienamente la stupenda prestazione vocale di Jonas Renske, inarrivabile nel suo tono malinconico e pessimista, in Waking Dreams, e la magica voce di Arjen (che ancora una volta si assegna ironicamente la tradizionale parte dello “scoppiato” interpretando un pazzo sensitivo) guidata da solari strumenti acustici in The Truth Is In Here.
Il livello compositivo si mantiene alto anche nei pezzi successivi, dalla operistica Unnatural Selection a E=Mc2 (interpretata dal rapper olandese Wudstik, completamente sconosciuto ma ottimo cantante), passando per River Of Time, dove ancora una volta il fattore decisivo è determinato dalla bellezza delle parti acustiche accostate agli onnipresenti sintetizzatori.
E così, si arriva, musicalmente rincuorati, alla suite finale, con la Terra ormai distrutta dall’ultima guerra nucleare, e i Forever che prendono atto del loro fallimento; The Sixth Extinction, senza dubbio il miglior brano dell’album, è un concentrato di emozioni e di pathos, che si sviluppano dalle malinconiche melodie di chitarra e tastiere alle atmosfere cupe e minacciose, accostate a vocalizzi di livello altissimo che trovano il proprio vertice nell’epica furia di Kursch e nella disperazione di Renske, perfetto sia nel growl che nel pulito.
Ma a sorpresa arriva la svolta, che cattura con un pianoforte denso di speranza e tutto il pathos di Catley, Lee, Gildenlow e Lande: è proprio la disperazione per il fallimento del piano, infatti, a ridare ai Forever le emozioni perdute, e a liberarli dalla schiavitù delle macchine portandoli ad una fine serena, non prima di aver gettato le basi per l’ultima sopravvivenza della specie nel progetto Universal Migrator (sviluppato da Lucassen in altri due album). Comincia così l’escalation progressiva verso la conclusione, che arriva in un coro universale, ammaliante e prorompente, che riscatta le incertezze iniziali con una carica emotiva degna dei migliori brani di Lucassen.

Molto, forse troppo, è stato detto su 01011001, un album che si può dire essere riuscito per metà, e che pur essendo, a conti fatti, un buon platter, non riesce affatto a mantenere l’eredità del suo stupendo predecessore. E’ un album innegabilmente realizzato con passione e cura per i particolari, ma che a tratti fatica a prendere e a catturare emotivamente, e necessita comunque, nella maggior parte dei brani, di un ascolto attento per andare sotto l’apparente superficialità ed entrare nel vivo delle emozioni date dagli scambi vocali.
Per i fan della band, e per chi aveva apprezzato The Human Equation, consigliamo dunque sicuramente un ascolto ripetuto, che pur mostrando gli ottimi spunti non potrà comunque annullare la delusione per un lavoro che si mantiene senza dubbio al di sotto agli standard degli ultimi dischi di Lucassen; per chi invece si vuole avvicinare al progetto Ayreon, 01011001 è un album che, a differenza degli oggettivamente ottimi The Human Equation e Into The Electric Castle, potrà essere apprezzato o meno a seconda del background musicale dell’ascoltatore.

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