Voto: 
6.5 / 10
Autore: 
Filippo Morini
Etichetta: 
Universal
Anno: 
2008
Line-Up: 

- Manuel Agnelli - voce, chitarra elettrica
- Giorgio Ciccarelli - chitarra elettrica
- Giorgio Prette - batteria
- Dario Ciffo - violino
- Roberto Dell’Era - basso, voce
- Enrico Gabrielli - tastiera, fiati

Tracklist: 

1. Naufragio sull’Isola del Tesoro
2. E’ Solo Febbre
3. Neppure Carne da Cannone per Dio
4. Tarantella all’Inazione
5. Pochi Istanti nella Lavatrice
6. I Milanesi Ammazzano il Sabato
7. Riprendere Berlino
8. Tutti gli Uomini del Presidente
9. Musa di Nessuno
10. Tema: la Mia Città
11. E’ Dura Essere Silvan
12. Dove Si Va Da Qui
13. Tutto domani
14. Orchi e streghe sono soli (ninna nanna reciproca)

Afterhours

I Milanesi Ammazzano Il Sabato

Dopo il primo disco ufficialmente tradotto in inglese, dopo un tour nei sempre più disfunzionali Stati Uniti e dopo la più o meno agognata firma a favore di una major come la Universal, gli Afterhours sono ritornati sui palchi e sugli scaffali dei negozi di dischi.
E per l’occasione decidono di cambiare nuovamente pelle, scelta sistematicamente ripetuta in modo più o meno palese per ogni episodio discografico e qui giunta, o meglio “caduta”, in una sorta di limbo incolore, una costruzione multiforme senza forma alcuna, un equilibrio di elementi più o meno inediti che per alcuni potrebbero rivelarsi nient’altro che un tuffo nel vuoto pneumatico.
O, detto in modo inequivocabile, nel disco-pacco.

Ed è più difficile di quanto si vorrebbe credere stabilire se I Milanesi Ammazzano Il Sabato sia un cavallo di razza o un concentrato di capricci sonori poco ispirati, o se preferite quanto del primo e quanto del secondo, per evitare miopi giudizi lapidari che ignorino le proporzioni di pregi e difetti del ciddì in questione.
Si parte con Naufragio Sull’Isola Del Tesoro, che almeno una cosa la chiarisce una volta per tutte: scordarsi di quel noir crudo, denso, ingombrante, e a dir la verità un po’ impostato che vestiva Ballate per Piccole Iene in modo così fitto e stratificato. Qui si ritorna all’ironia dei primi tempi (almeno in parte) e alle chitarre arroganti e provocanti che accompagnano falsetti semiseri dentro canzoni da neanche tre minuti.
In questo modo si presentano al loro pubblico gli Afterhours, che con l’inquietante E’ Solo Febbre non fanno altro che confermare quanto appena detto, chitarre spoglie ed ossute tracciano la strada seguita dalla canzone, mentre stormi di violini che pungono la melodia nelle retrovie suonano minacciosi più che mai, creando un contrasto netto e singolare.
Il rock’n’roll arriva finalmente con Neppure Carne Da Cannone Per Dio che purtroppo non gode di grandi qualità, la sua apparente orecchiabilità viene un po’ smorzata da chitarre né pulite né distorte, sporcate da una via di mezzo che fatica a convincermi, mentre il riff poco ispirato ed il ritornello ripetitivo non fanno altro che affondare il mio prematuro entusiasmo.
Tarantella All’Inazione si trascina per 5 minuti lungo i binari di un palm muting monocorde a tratti noiosissimo, che nella sua sperimentazione etnica si ribella a strutture preconfezionate lasciando il frontman libero di snocciolare un testo delirante e surreale che ipnotizza l’ascoltatore fino alla successiva Pochi Istanti Nella Lavatrice, canzone che sembra capace di spiccare il volo grazie al suo hard rock sguinzagliato in tutta fretta, alla sua batteria picchiata ossessivamente e alla sua voce graffiante, ma la melodia portante risente di una scarsità di ispirazione quasi cronica che ne impedisce il decollo.
Parlavamo di melodie poco ispirate? Dopo i desolanti sussurri acustici della Titletrack arriva Riprendere Berlino, canzone per la quale bisognerebbe aprire una parentesi lunga un chilometro.
Istintivamente la catalogherei come musica corrotta e creata apposta per simpatizzare con Radio Deejay cavalcando il mood estivo che incalza ormai insistentemente, ma visto che gli Afterhours risultano fin troppo spesso più astuti di quanto si pensi, provo a guardarla sotto una luce diversa: che sia una “canzone-presa per il culo” da parte di Agnelli e soci? Che sia semplicemente una canzone molto (ma davvero molto) spensierata e radiofonica venuta così, giusto perché in fondo, anche se sono gli stessi di Voglio Una Pelle Splendida, di Quello che non c’è, o di Germi, chi vieta loro di fare una canzone “leggera”? Anche Non è per Sempre lo era no? Si, in fondo lo era, ma vi assicuro che suonava 10 volte meglio di questa Riprendere Berlino, che mi sembra davvero buttata lì giusto per essere canticchiata senza impegno.

Passando oltre ci scontriamo nuovamente con il falsetto del leader in Tutti Gli Uomini Del Presidente, acida e ispida, guastata da quel poco di psichedelia che la incendia e la fa correre veloce senza lasciare impressioni troppo favorevoli verso la finalmente bella Musa Di Nessuno: melodia solida e voce calda si riallacciano alle sonorità dell’album Quello Che Non C’è senza distrarsi con elementi superflui e per di più trasformandosi in un ottima introduzione alla rockeggiante e gioiosa Tema: La Mia Città, che riesce a mescolare in giuste dosi energia, originalità ed orecchiabilità invitando ad un riascolto ancora più attento, allontanandosi dalla spigolosità degli altri brani e suonando completa e rotonda, incalzante nelle strofe e liberatoria nel ritornello.
Su E’ Dura Essere Silvan meglio sorvolare senza guardarsi indietro così come su Dove Si Va Da Qui, pezzi totalmente incoerenti con il resto dell’album, ma soprattutto privi di alcun motivo d’interesse dal momento che poco più in là ci aspetta Tutto Domani, pezzo costruito su spessi chitarroni alternative rock in stile metà anni ’90 che si addolciscono trascinati da un orecchiabilità pericolosamente in bilico tra l’accattivante e l’ingenuamente banale. Si ascolta e si ricorda comunque con piacere prima di arrivare all’inevitabile conclusione di questo controverso album con la ballata elettrica molto seventies chiamata Orchi E Streghe Sono Soli che ci culla dolcemente con tiepide chitarre e voci sognanti che non aggiungono nulla di nuovo ma si ritagliano comunque il loro spazio all’interno del quadro generale.

Giunti a dover dare un giudizio definitivo a I Milanesi Ammazzano IL Sabato ci si può porre solo una chiara e netta domanda che merita nient’altro che un’altrettanto chiara e netta risposta:
Questo è un bel disco?
Dopo aver tamponato le ferite da rassegnazione all’evidenza, si risponderebbe di no.
E questo giudizio è dovuto prima di tutto alla non uniformità di questo lavoro, che mette tanta carne al fuoco senza concludere nulla di significativo, che alterna pezzi dediti a spiccia sperimentazione con altri che sembrano “costruiti” apposta per la radio e per la televisione, e ascoltandoli ci si potrebbe malignamente domandare quanto il contratto con una major e la conseguente possibilità di un esposizione maggiore abbiano influito sulla stesura di queste canzoni.
Inoltre i testi di Manuel, a parte qualche accattivante ma raro momento di ispirazione, sembrano cucire insieme sequenze di parole troppo slegate tra loro, cantate giusto perché suonano bene o creano rime fin troppo comode, tralasciando il veleno e l’acume che resero famosi i suoi testi, ma soprattutto la loro consistenza di un tempo, il loro essere gravidi di significato e di urgenza.

Si dovrebbe posizionare questo disco mezzo gradino sopra a Ballate Per Piccole Iene, perché in fondo qualcosa di valido c’è eccome, ma si perde dietro a manciate di canzoni veramente prive di mordente, che seminano noia e mediocrità per tutto il lavoro.
Peccato, perché l’intenzione sembrava tornata, la scintilla sembrava essersi accesa di nuovo, ma gli Afterhours hanno imboccato un percorso che lascia molto (troppo?) spazio ai dubbi.

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