Voto: 
7.0 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Genere: 
Etichetta: 
Atlantic
Anno: 
1970
Line-Up: 

- Rob Tyrner - voce
- Fred "Sonic" Smith - chitarra
- Wayne Kramer - chitarra
- Michael Davis - basso
- Dennis Thompson - batteria

Guests:
- Pete Kelly - tastiere
- Dan Jordan - tastiere

Tracklist: 

1. Tutti Frutti (01:30)
2. Tonight (02:29)
3. Teenage Lust (02:36)
4. Let Me Try (04:16)
5. Looking at You (03:03)
6. High School (02:42)
7. Call Me Animal (02:06)
8. The American Ruse (02:31)
9. Shakin' Street (02:21)
10. The Human Being Lawnmower (02:24)
11. Back in the U.S.A. (02:26)

MC5

Back in the USA

L’importanza di Kick out the Jams nella storia della musica fu mastodontica, rappresentando il punto di riferimento principale per tutti i futuri gruppi punk e influenzando l’hard rock e in misura massiccia anche il futuro heavy metal, grazie alla sua esplosiva energia e alla sua furia sonora. Gli MC5 così, assieme ai concittadini Stooges, con la loro personale e travolgente interpretazione del rock’n’roll, rendono Detroit il brodo primordiale da cui il punk rock iniziò a plasmarsi (per poi avere come culla definitiva New York solo pochi anni dopo con la scena del CBGB) e diventano gli alfieri d’ogni tempo del garage rock.

Non passa neanche un anno (siamo ormai nel 1970) dall’uscita del debutto per poter ascoltare il secondo disco del gruppo, come era solito in quei decenni prolifici. A causa però dell'arresto del manager Sinclair a causa di una storia di droga, il gruppo si ritrova senza la fondamentale guida nel mondo musicale che teneva le redini del complesso l'anno prima. Di conseguenza svanisce il contratto con la Elektra (a cui, per loro fortuna, si sostituisce l'Atlantic interessata moltissimo a questi giovanotti) e la caratterizzazione esplosiva del loro sound, così come l'elemento politicizzato, si disperde nell'etere. In Back in the USA, prodotto da Jon Landau (futuro mentore di Bruce Springsteen), i quattro americani (anzi, sei: nell'ensemble si aggiungono due ospiti alla tastiera, Pete Kelly e Dan Jordan) questa volta ripescano le proprie influenze in un rock and roll più essenziale e tradizionale, con sguardi rivolti indietro di dieci anni e anche oltre ma senza rinunciare ad un occhio di riguardo ad un rock più moderno a cui aggiungono alcuni spunti blues rock e anche psichedelici, immergendovi il proprio stile graffiante. In alcuni punti trova punti di contatto con il timbro ruvido ma blueseggiante del primo hard rock degli inizi, e si allontana sempre di più il garage rock/proto-punk del loro debutto, ad eccezione della brevità dei brani e di alcuni colpi di coda ancora proiettati verso le future sonorità del punk rock. Traendo ispirazione da gruppi come i Cream, gli Who, ma anche i Rolling Stones e soprattutto i primi dischi di Deep Purple e Led Zeppelin gli statunitensi ottengono così una miscela relativamente più leggera e meno aggressiva, decisamente meno adrenalinica, anche se comunque capace di essere incalzante e divertente. Niente più volumi altissimi, niente più basso martellante, chitarre acide e tanta adrenalina, niente più quella "foga eversiva" che li fece balzare sulla cresta dell'onda. Questo calo di intensità dal primo al secondo album inizialmente lasciò delusi i fan, che si aspettavano un disco ugualmente sensazionale, e ancora oggi continua a spiazzare molti di coloro che iniziano a scoprire gli MC5. In effetti per il quartetto di Detroit viene a mancare un elemento chiave, cioè la propria carica dirompente; il risultato è così molto meno esaltante e soprattutto meno innovativo, dato che lo stile si assesta su sonorità già introdotte da altri gruppi al posto della furia unica che solo loro, nei lontani sixties, sapevano generare. Sarebbe più proficuo a questo punto non lasciarsi dominare e trascinare dalla delusione iniziale, così facendo si finirebbe per giudicare in maniera eccessivamente negativa questa veste con la quale gli MC5 sanno in ogni caso tirare fuori grinta e carisma: così facendo scopriremo anzi un filo conduttore molto orecchiabile e godibile per un disco che si rivela ben più buono di quel che si dice. Certo, nulla di memorabile, ma neanche qualcosa da evitare assolutamente. Si potrebbe patteggiare per un "più che discreto" come giudizio finale, seppur i fan del celebre debutto potrebbero schifare questo lavoro.

Ad aprire il secondo disco degli MC5 ci pensa la loro versione di uno dei brani più coverizzati di tutti i tempi: Tutti Frutti di Little Richard. Divertente e incalzante, molti con ancora il frastuono di KotJ nelle orecchie inorridirono in quel 1970 ad ascoltare questo inizio, che sarebbe stato rivalutato solo in seguito. Tonight è un rock scanzonato e pieno di melodia, quanto essenziale, piacque più agli appassionati del rock inglese che ai fan americani, e questo vale in misura ancora maggiore per Teenage Lust, ancora più orecchiabile e con un chorus con coretto molto sessantiano... oseremmo definirla anche un po' ingenua; ma ormai che se ne dissero di tutti i colori si è capito. Piacevole ballata bluesy Let Me Try, che è una parentesi davvero d'eccezione anche per la (relativa) lunghezza, "ben" quattro minuti che, per gli standard degli MC5, equivalgono ad un raddoppio in netto contrasto con la freneticità e l'impulsività che erano (o furono) il loro marchio di fabbrica. Looking at You è una virata in una direzione maggiormente proto-punk contaminata da un hard rock capace anche di semi-virtuosismi nell'assolo. Non ancora ai livelli del debutto, ma certamente è il brano con più carica all'interno di questo disco. High School è davvero scanzonata, difficile decidersi se apprezzarla nella sua orecchiabile semplicità o farle subire tutto il peso dell'eredità di KotJ. Call Me Animal sembra uscita da uno dei primi dischi dei Deep Purple mentre The American Ruse prosegue in una direzione più catchy; suonano curiosi gli sporadici assoli degli MC5, e nella loro onestà sono anche ben fatti: in Human Being Lawnmover gli americani poi non si risparmiano, con un'esecuzione che suonerà molto scarna ai veterani dell'hard rock ma in ogni caso trascinante. Il riff di Shakin' Street assomiglia a quello di Born to Be Wild degli Steppenwolf, rimane comunque una canzone in linea con la matrice generale dell'album. Maggiore attenzione la guadagna Back in the USA: è una rivisitazione di Chuck Berry, il cui spirito viene ben inteso e che conclude alla perfezione l'album. Così come l'inizio, anche la conclusione è un tentativo di far rivivere dei classici dei '50es, il cui risultato è fortemente allegro e spensierato, eppure così lontano dalla forza creativa delle prime canzoni del gruppo. Il dilemma persiste.

Insomma, Back in the USA è stato spesso sottovalutato un po' troppo; ma rimane verissimo il fatto che si perde completamente tutto quel che di storico, grandioso ed imponente aveva KotJ. L’avvertimento rimane, e cioè che se avete amato quell'inossidabile LP per il suo impatto è assai probabile che quest’altro disco vi riservi una grossa delusione e finisca per voi nell'oblio. Ancora più frustrante potrebbe risultare la progressiva de-politicizzazione del gruppo, elemento che divise in due i fan all'epoca e anche la critica con recensioni molto discordanti, mentre le vendite furono disastrose. Se però siete disposti a non fare troppi paragoni con il passato, diversi minuti di piacevole divertimento in quasi una dozzina di canzoni dal buon songwriting, piuttosto che conati di vomito (certamente un'iperbole ma appropriata), Back in the USA ve li saprà dare.

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