L'ultima uscita in casa Nightrage, intitolata Wearing a Martyr's Crown, è nè più nè meno uno spento e privo d'inventiva concentrato dei soliti stereotipi del melodic death metal, reso più evidente dall'ennesimo stravolgimento di formazione che prevede l'entrata del nuovo cantante Antony Hämäläinen al posto di Jimmie Strimmell - poiché le sue linee vocali sono più modellate sugli standard predefiniti del genere. Naturalmente rimane il leader e fondatore greco Marios Iliopoulos, costantemente alla ricerca di un passaporto musicale svedese anche a costo di sfornare dischi su dischi fatti con lo stampino e di circondarsi di un seguito tecnico e promozionale (dagli Studio Fredman del noto Fredrik Nordström per la produzione alla tedesca Lifeforce per l'etichetta) che faccia sembrare in tutto e per tutto nordeuropeo il gruppo, nonostante cuore e mente rimangano saldamente incentrate su Iliopoulos che muove le redini di tutto.
Stilisticamente l'album pare fare un passettino indietro rispetto al predecessore A New Disease Is Born, che si lasciava sedurre da influenze più melodiche e metalcore (espresse anche da Strimmell con la sua alternanza di urli e fraseggi puliti), tutti elementi che da tempo erano diventati un trend abusato ma su cui i Nightrage potevano rifondare la propria musica cercando di variare almeno un pochino la proposta, tant'è che il precedente full-lenght non era malvagio e lasciava intravedere buoni spunti ed un minimo di personalizzazione; invece con Wearing a Martyr's Crown ci si trova dinanzi ad un sound nel complesso più "tradizionale" e ancorato agli ultimi anni dei '90, pur sporcato ancora dalle strizzate d'occhio al metalcore europeo più melodico, incappando così in quella spiacevole tendenza compositiva che alla mancanza di personalità compensa con uno schematismo abbondante per accontentare i fanboy dello Swedish sound.
Ritroviamo quindi tutti i clichè più triti e ritriti come l'aggressività del death melodico, attacchi thrashy, ritornelli melodicizzanti, mazzate cassa-rullante, produzione nitida, doppio pedale a profusione, tecnicismi solistici vicini all'heavy, impennate più thrash/death e stacchi Swedecore. L'ennesimo punto d'incontro fra At the Gates ed In Flames in un mare di gruppi clone ed aspiranti epigoni (con riferimenti minori sparsi e banali), che però dei due gruppi riprende tutto tranne che le caratteristiche che più li valorizzava: dei primi l'espressività, la profondità tragico-emotiva, la rabbia genuina; dei secondi la flessibilità, l'originalità creativa e la scioltezza stilistica. Qualche volta fanno la loro comparsa persino dei filtri vocali ripescati dalla soffitta di Anders Fridén, un fan-service netto ed insipido. In Collision of Fate c'è una mezza via fra The Jester Race e il power/death melodico dei finlandesi Children of Bodom, A Grim Struggle è quasi una fotocopia di Come Clarity, Mocking Modesty è uno dei momenti più vicini a lavori come Whoracle mentre la strumentale Sting of Remorse rimescola strafritti climax emozionanti incentrati su di un heavy/death energico ma virtuoso con arpeggi acustici d'atmosfera in piena tradizione nordica. Viene infatti ripescato anche un altro degli stereotipi più banali della Svezia e soprattutto di Gothenburg, e cioè quello degli inserti acustici, e il modo in cui vengono piazzati a caso qua e là in parecchie canzoni in maniera fine a sè stessa contribuisce ad appiattire sempre di più il disco. Il pezzo più moderno è forse Futile Tears, che varia un po' le cose con qualche spunto dagli All Ends (!), mentre per la summa di quelli più old-school la contesa è fra la pesante titletrack e Failure of All Emotions con tutti i soliti riffacci atthegatesiani, batteria pesta-pesta, intermezzo acustico e poi via con l'assolo tecnico e che entusiasmi prima del finale violento ma orecchiabile. La mediazione più nitida e ispirata avviene probabilmente in Among Wolves, una delle canzoni meno piatte e quasi certamente la più riuscita del disco, con gli spunti melodici più godibili e trascinanti, le atmosfere più avvolgenti ed il songwriting più caratterizzato; ma si tratta sempre di un discorso relativo al disco, anche se questo apice all'interno dello stesso è comunque apprezzabile.
In definitiva c'è poco su cui soffermarsi perché le coordinate sono quelle, solite, che plurime formazioni hanno affrontato in maniera sempre più statica, e le canzoni finiscono per dire ripetere sempre la solita solfa. Wearing a Martyr's Crown è un altro lavoro monotono e anonimo di uno dei gruppi più prevedibili del panorama del melodic death metal, che consigliamo solamente a chi divora in continuazione queste sonorità e ne vuole l'ennesima riproposizione povera di contenuti ma racchiusa in uno scintillante scrigno dorato. LINE-UP: - Antony Hämäläinen – vocals - Marios Iliopoulos – guitar - Olof Mörck – guitar - Anders Hammer – bass guitar - Johan Nunez – drums Guests: - Gus G. – guitar solo on "Sting of Remorse" - Sakis Tolis – backing vocals on "Mocking Modesty" - Elias Holmlid – orchestrations and keyboards on "Shed the Blood", "Futile Tears", "Mocking Modesty", and "Sting of Remorse" TRACKLIST: 1. Shed the Blood 2. Collision of Fate 3. A Grim Struggle 4. Wearing a Martyr's Crown 5. Among Wolves 6. Abandon 7. Futile Tears 8. Wounded Angels 9. Mocking Modesty 10. Failure of All Emotions 11. Sting of Remorse
l'ho ascoltato e con tutta la mia buona volontà non ce l'ho fatta a trovarci qualcosa di buono per dargli almeno una sufficienza, c'è chi dice che il metal estremo melodico della Svezia sia in declino ma per me è già da tempo alla frutta, lo dimostrano persino i grandi nomi che portarono in alto il nome di Gothenburg perchè da diversi anni non convincono più come prima, e nonostante questo rimangono km al di sopra di tantissime band che non fanno altro che spremere ulteriormente la gallina dalle uova d'oro dello swedish sound, le varie svolte degli infiammati a me non sono mai piaciute granchè, ma almeno apprezzo la loro volontà di rinnovarsi e sperimentare nuovi stili, cosa che secondo me li pone al di sopra di migliaia di altri gruppi che non sanno nemmeno loro cosa fare, i Dark Tranquillity hanno fatto un album ottimo e molto intelligente (Damage Done) ma poi sono calati anche loro (Character e Fiction), ma almeno lo stile è quello loro, per i Soilwork il discorso è a metà fra i due prima... tutti i vari gruppetti emuli come i Nightrage invece non hanno assolutamente nulla da dire, dimostrano molte meno idee e spesso sembrano solo imitatori che continuano a cavalcare l'ondata del successo, e sono il sintomo più evidente di come tutto que movimento che veniva chiamato melodic death metal svedese sia ormai se non morto e sepolto, ad un passo da questa sorte.
Punto più basso del disco: A Grim Struggle, che mi è sembrata un plagio a non mi ricordo quale canzone di Come Clarity degli In Flames.
At the Gates: alla fine la loro mossa fu la più giusta di tutte, fermandosi a Slaughter of the Soul, semrpe che non se ne saltino in mente di fare un nuovo album, rischiando di rovinare la loro memoria (ma chissà, potrebbero anche dare una lezione a tutti i Nightrage del mondo e mostrare chi sono i veri maestri, eheheh).