Il mondo balla sotto le acide luci di un locale sotterraneo in cui si consuma la danza più malata della storia: The Modern Dance. Sul palco, sporco e scheggiato, suona una band di giovani avanguardisti figli dell'umore iconoclasta dell'America di fine '70: David Thomas alla voce, Tom Herman alla chitarra (sostituto del grande Peter Laughner, morto nel 1976), Scott Krauss alla batteria, Allen Ravenstine alle tastiere e Tony Maimone al basso. Si facevano chiamare Pere Ubu (nome derivato dalla maschera Ubu Roi del commediografo francese Alfred Jarry) e quando la storia della musica tutt'ora sente pronunciare quel nome ancora trema in preda alle convulsioni. Era il 1978 e a Cleveland prendeva vita uno dei più allucinanti e seminali esperimenti del suono moderno: album concettualmente "deviato" in cui tutto ciò che precedentemente aveva rappresentato il Rock viene fuso, frammentato e annichilito nel più schizoide dei minimalismi compositivi, The Modern Dance è lo shock anafilattico della musica contemporanea, è l'allucinazione visionaria che apre l'epoca più frastagliata e affascinante della popular music, è l'inquietudine metropolitana dell'individuo che si scontra brutalmente con la realtà, con un mondo che - sotto i passi di questa danza mortale - viene distrutto e accartocciato.
Specchio del caos industriale di Cleveland e della sua alienazione esistenziale, i Pere Ubu hanno per primi aperto i cancelli degli anni '80 anticipandone stili, influenze, concetti, sperimentazione, ricerca: nella loro agghiacciante alchimia in cui psichedelia, garage, punk, industrial e avanguardia si violentano in un delirio di forme impazzite e brutali esplosioni melodiche, Thomas e soci hanno impresso in dieci, brevi canzoni tutto ciò che il Rock sarebbe diventato nei successivi quindici anni: The Modern Dance, che già dal titolo lascia presagire la sua incommensurabile carica innovativa e futurista, è la profezia in cui avanguardia colta e musica di consumo si incontrano e lasciano fiorire i loro frutti malati, anticipando notevolmente tutte quelle serie di sperimentazioni che troveranno terreno fertile nella più ricercata new-wave ottantiana.
La danza moderna è madida, sporca, visionaria, urlante, ubriaca, puzzolente: centro nevralgico in cui profeticamente ciò che il rock era stato fino ad allora si incontra con ciò che esso diventerà con gli anni a venire, The Modern Dance scardina qualsiasi logica predisposta e lascia l'atto compositivo "vittima" dell'irrazionalità e della follia sperimentatrice delle forze inconsce. Nelle agghiaccianti orge strumentali a cavallo tra delirio garage-punk ed esaltazione dada (le lezioni di Captain Beefheart sono qui più seminali che mai) che compongono i dieci "schizzi" del disco, i Pere Ubu studiano e forgiano una formula Rock urticante e avanguardista, scevra da qualsiasi impulso commerciale e brutalmente proiettata verso la costruzione di un ideale artistico completo e totalizzante, oltre che in grado di raccogliere l'evoluzione della sperimentazione musicale underground in un gigantesco labirinto di visioni e di onirismi industrali. Un disturbante ghigno elettronico su cui esplode l'ensemble strumentale dei Pere Ubu e The Modern Dance muove i suoi primi sgraziati passi: Non Alignment Pact ci introduce all'ascolto del disco sciorinando il letale mix di garage-rock, post-punk ed effettistica industriale che verrà costantemente ripreso durante le restanti canzoni; il canto di Thomas - emblema, nelle sue disorientanti intonazioni, della cosiddetta "perdita dell'aureola" musicale alla fine dei '70 (il prog rock ne sa qualcosa?) - guida un riffing dinamico e ballabile ma ancora privo delle più dense contaminazioni elettroniche/industriali che prenderanno invece piede col successivo capolavoro Modern Dance. L'impronta garage comincia qui a sbiadire sotto i colpi del sintetizzatore di Ravenstine che va a scuotere e azzannare i sottostanti fraseggi chitarra/basso del brano; a prendere il via è un'alienante psichedelia metropolitana, un onirismo tutt'altro che sognante e che lascia penetrare nel songwriting dei Pere Ubu un crescente senso di inquietudine e di irrazionalità concettuale-compositiva (il crescendo strumentale che precede la conclusione del brano è un incubo ad occhi aperti).
In quest'alogismo della forma, nell'estasi schizofrenica celata in un deviante avan-spettacolo musicale prende di seguito vita uno degli esperimenti più shockanti di The Modern Dance: Laughing, nelle sue allucinazioni free-jazz, è la prima vera e propria emersione dell'impeto avanguardistico di Thomas e soci, un concentrato di alienazione atmosferica e di ricerca sonora che, seguendo e rielaborando la seminale lezione dada-rock impartita dieci anni prima da Captain Beefheart, proietta la sperimentazione del disco verso lidi già esplorati ma mai così disturbanti e stranianti (l'apertura e tutti i successivi intermezzi cacofonici - nel loro enigmatico incrociarsi di sax, effetti elettronici e taglienti apparizioni chitarristiche - sono pura overdose avanguardista). Ma anche nei suoi andamenti più orecchiabili e "umani", sebbene costantemente avvolti in una futurista ricerca formale e melodica - come quella su cui esplodono i trascinanti capolavori post-punk Street Waves e Life Stinks (unico brano scritto da Peter Laughner) - The Modern Dance nasconde un delirante seme della follia, sempre pronto a destabilizzare e a frammentare le (dis)armonie strumentali dei Pere Ubu. Ne è ulteriore esempio Chinese Radiation con la sua incredibile varietà espressiva che in tre minuti e mezzo sballottola il brano da una lenta apertura acustica a strazianti impennate elettronico-concrete (l'esplosione delle urla della folla campionata a metà del brano sono un elogio della più insana genialità), fino a quel "commovente" finale in cui il pianoforte di Ravenstine disegna un intreccio melodico lento e toccante, quasi come se si trattasse di un fragile respiro abbandonato in un'orgia di rantoli e gemiti.
Marziale e ancora più straniante è invece Real World, in cui assistiamo ad una delle migliori prove vocali di Thomas (mai così cabarettistico e istrionico) e di tutto l'ensemble strumentale che, andando a tessere un mood tetro e melodicamente più accattivante del solito - sempre grazie all'alienante simbiosi tra le allucinazioni industriali di Ravenstine (in questo caso davvero strazianti) e gli intrecci melodici di sottofondo - precede l'atmosfera, mai così lisergica e sbiascicata, di Over My Head, la confessione d'amore più sgraziata del Rock, un continuo rantolare di voci alcoliche, stridenti effetti metallici e lenti rintocchi di chitarra: è la musica della strada, del rifiuto anti-borghese, dell'industria sociale e musicale. E' il suono che marcisce sotto la luce a intermittenza dei lampioni notturni mentre, sotto di essi, le bottiglie di vetro ormai vuote del loro elisir vengono spaccate sul suolo; e poi un lamento dilaniante che provoca all'interno una smorfia insostenibile che fa raggrinzire lo stomaco e costringe gli occhi a rimanere chiusi: è Sentimental Journey, l'inarrivabile capolavoro di The Modern Dance, un colosso di psichedelia post-industriale inquietante e alienache ci fa inabissare nel significato e nell'origine stessa della Danza Moderna. Violenta orgia in cui musica concreta, esplosioni impro-jazz, noise, cabaret ed elettronica raggiungono il loro perfetto stato d'unione, Sentimental Journey scavalca con un balzo la razionalità musicale esplodendo in un caos di suoni privi di senno, di voci violentate e atmosfere provenienti dal più insano degli inferni metropolitani.
The Modern Dance è il simbolo della "rovina" del Rock alle porte degli anni '80, è il Rock che - nella sua dirompente estasi nichilista - nega se stesso, è il testamento spirituale di un'epoca e la visionaria apertura di un'altra. Rivoluzionario nei concetti, nella schizoide alchimia stilistica, nelle tematiche e nelle atmosfere evocate, il capolavoro dei Pere Ubu è, assieme a Velvet Underground & Nico (inutile parlare anche dell'influenza giocata da Lou Reed e John Cale su Thomas e compagni), una delle più sconvolgenti opere dell'avanguardia underground del ventennio '60-'70, in quanto in grado di riassumerne aspetti e contraddizioni per poi catapultarle in una dimensione del tutto nuova, una tabula rasa che azzera l'essenza stessa del Rock, lo distrugge, lo estirpa dai suoi più naturali contesti e ne suggerisce una nuova interpretazione assolutamente d'avanguardia. Maniaci della sperimentazione più brutale e al contempo del recupero (ora più serioso, ora più grottesco) del classic-rock a stelle e strisce, i Pere Ubu sono il punto di non ritorno di ciò che significò la ricerca musicale colto-popolare negli anni '70, di quel massacrante connubio di disagio esistenziale, satira dissacrante e inquietudine creativa che, soprattutto grazie alle innovazioni di Thomas e Ravenstine, ha indelebilmente finito per influenzare gran parte di quella new wave sperimentale allora appena alle porte (The Pop Group e compagni..). Imprescindibile pietra miliare del rock, e del non-rock.
LINE-UP: - David Thomas - Voce - Tom Herman - Chitarra - Scott Krauss - Batteria - Allen Ravenstine - Tastiere, Elettronica, Sax - Tony Maimone - Basso
TRACKLIST: 1. Non Alignment Pact 2. Modern Dance 3. Laughing 4. Street Waves 5. Chinese Radiation 6. Life Stinks 7. Real World 8. Over My Head 9. Sentimental Journey 10. Humor Me