Avevamo lasciato i The 69 Eyes tre anni fa e al loro lavoro Devils, album controverso dal punto di vista della critica, visto il cambio di rotta verso sonorità più accessibili. Ma è appunto grazie ad un sound molto meno soffisticato e più "alla mano" che i Vampiri di Helsinki si sono affermati ed imposti negli States, grazie anche al tour seguente che li ha visti letteralmente spopolare tra i giovani rockers americani.
Torniamo al presente, e ad Angels, capitolo successivo che vede non poche analogie con il precedente capitolo. A partire dall'artwork, dove Jyrki è sostituito da una bionda modella, capiamo che questo Angels è più che un seguito, un proseguimento, ma a dir il vero, è lo stesso album rivisitato.
La struttura dell'album, undici tracce, è identica, così come quasi identica la durata complessiva del platter; così come Devils aprì l'omonimo disco, qui tocca ad Angels, brano fotocopia che apporta agli stessi identici riff e chorus soltanto lyrics differenti. Ed è così che pian piano scopriamo sempre più analogie tra i due lavori, tipo come non notare la netta somiglianza tra Never Say Die e Lost Boys, singolo che spopolò per la sua ritmica catchy e i suoi richiami al goth 'n' roll che tanto i nostri portano fieramente avanti. Dunque, in una cinquantina di minuti, Jyrki e compagni si cimentano in uno street-rock contaminato da atmosfere cupe e glam, rievocando per l'ennesima volta i connazionali HIM e Hanoi Rocks, band che loro stessi citano (non a caso) come maggiori influenze. A volte però il prodotto musicale non è degnamente sopportato dai testi, come in Rocker e In My Name, ad esempio, dove oltre alla banalità ci si mette una ripetizione snervante di un chorus che sta bene soltanto in metrica che per concetto (Baby, I am a rocker, a goddamn rocker...). Da domandarsi dunque a questo punto è se i The 69 Eyes hanno volutamente fatto questo album visto il successo, per lo meno mediatico, del precedente, se sia stato concepito addirittura durante la registrazione di Devils o se non hanno più idee e hanno riciclato il materiale a disposizione. Perchè onestamente, il lavoro è orecchiabile, emotivo quanto basta, e trascina l'odience in un sound catchy ma dalla indubbia resa. Tuttavia i cinque di Helsinki ci avevano abiutato ad un sound più forte e maturo, ripensando ad album quali Savage Garden e specialmente Blessed Be.
Album dunque per chi ormai è affezionato alla band e non perde l'appuntamento con le loro uscite, e per chiunque vuole iniziare ad ascoltare determinati generi storici partendo comunque con qualcosa di molto semplice e accessibile.
LINE UP: - Jyrki - voce - Bazie - chitarra - Timo-Timo - chitarra - Archzie - basso - Jussi 69 - batteria
TRACKLIST: 1. Angels 2. Never Say Die 3. Rocker 4. Ghost 5. Perfect Skin 6. Wings & Hearts 7. Star of Fate 8. Los Angeles 9. In My Name 10. Shadow of Your Love 11. Frankenhooker
Non trovo ci siano influenza a-la-Him, quanto più un misto di gothic e street rock/metal anni '80.
Mmm, per il resto, condivido tutto.
Il solito album "carino ma non troppo" dei 69 che, osannati in patria, si ostinano a riproporre cliches ormai obsoleti.
Anche la voce di Jyrky sembra non essere più quella di una volta (vd. wasting the dawn)...
Insomma, alla fine della fiera, al di là delle belle canzoncine (vd. perfect skin), non rimane molto, se non la violenta frankehooker, senza dubbio il miglior brano dei 69 eyes degl'ultimi 6-7 anni.
6,5...senza infamia, e come si suol dire, senza lode.
D'accordo col recensore, nessun brano che spicchi in un album di glam/street/gothic sufficiente ma neanche discreto, e loro troppo presi a scopiazzare Hanoi Rocks e The Cult da una parte, HIM dall'altra.