Se Pete Doherty è considerato uno dei personaggi più significativi della musica rock attuale, la cosa non si deve solo al suo stile di vita che definire sregolato è un eufemismo o alla sua relazione con la modella strapagata Kate Moss. Pete fino al 2004 è stato anche il frontman di una band (i Libertines, formati oltre a lui da Carl Barat, John Hassall e Gay Powell) che di fatto non ha inventato nulla nella storia del rock, ma è riuscita a portare sulla scia dei newyorkesi Strokes una sferzata di freschezza e di irruenti ballate post-punk ad una scena (quella inglese degli ultimi vent'anni) che di musica rock sanguigna e insolente, ma contemporaneamente armoniosa e trascinante, ha sentito clamorosamente la mancanza, dopo l'età dell'oro del Settantasette caratterizzata da band come Sex Pistols, Clash, Adverts e Smiths.
Il loro disco d'esordio, Up the Bracket, prodotto dall'ex Clash Mick Jones, esce nel 2003 e fa subito il botto, ricevendo ottime recensioni da parte della critica e facendo diventare i Libertines una delle band più interessanti del panorama mondiale, in grado di tenere vivo con un'altra manciata di gruppi (i già nominati Strokes, i Vines, gli Hives, i Datsuns) lo spirito del rock'n'roll più seminale e "garagelandiano" in un'epoca in cui le sonorità che spopolano tra i giovani sono riconducibili alle pseudo-musiche truzze-discotecare. E se da una parte il fautore di questo splendido album è il già menzionato Pete Doherty, dall'altra quest'ultimo deve dividere la scena principale con un'altra personalità di spicco, il suo migliore amico Carl Barat, autore di più della metà dei pezzi contenuti in questo disco. I due sono molto diversi come carattere, quasi complementari, ed è questo probabilmente che porterà la band allo sfascio qualche mese più tardi. L'album è senza mezzi termini un capolavoro: raramente una band europea da vent'anni a questa parte ha saputo unire con più naturalezza ed armonia l'irruenza del punk (pre)settantasettino e la vena romantica e introspettiva che troppo spesso mancava a quella scena: e se non di rado i Libertines sono stati etichettati dalle riviste e dalle fanzine come "i nuovi Clash", probabilmente sarebbe più sensato annotare tra le influenze dei quattro nomi come New York Dolls, Stooges, Richard Hell, Heartbreakers, Ramones, tutte band insomma della scena proto-punk newyorkese degli anni Settanta.
Pete Doherty (che è un vero e proprio poeta maledetto, poeta ancora prima di cantante e chitarrista: non a caso "I fiori del male" di Charles Baudelaire figura tra i suoi libri preferiti e alla tenera età di 16 anni vinse anche un concorso di poesia) possiede un grande talento nell'unire queste due componenti, anche se preferibilmente (e forse anche un po' inaspettatamente) si dedica con più frequenza alla stesura di ballate intimiste e disincantate, che fanno venire i brividi lungo la colonna vertebrale a sentirle: la sua voce calda è davvero capace di emozionare chiunque sia quando descrive un ipotetico viaggio attraverso tutto il globo terrestre nella celeberrima Radio America, sia quando racconta con malinconia e rassegnazione il cinismo e la cieca indifferenza che sembra andare sempre più di moda nei meccanismi della società attuale nella struggente Tell the King, episodio che fornisce nell'ultima strofa un fedele quadretto autobriografico dello stesso Pete, ragazzo fragile che si è "fumato la vita, vivendo sulle rovine di un castello edificato sulla sabbia". Ma non di sole ballate vive una rock band, e allora ecco lo sfrontato frontman lanciarsi in veri e propri deliri dal retrogusto punk, come per esempio l'opening-track Vertigo, canzone che parla dello stato di ebrezza causato dall'alcool e delle sue conseguenze o nella traccia finale "The good old days", nella quale con un aforisma che è già leggenda Pete manifesta la propria visione della vita affermando: "Se hai perso la fede nell'amore e nella musica, la fine non dev'essere lontana". Ma il capolavoro dohertiano dell'album è probabilmente quella "Time for heroes" che non a caso è stata scelta come primo singolo, una poesia strafottente ma nello stesso tempo toccante ispirata dalle liriche riottose dei Clash di Joe Strummer, nella quale Pete racconta un terrificante quadretto di una manifestazione di protesta ("Siamo stati spalati come letame/Abbiamo messo la notte e ferro e fuoco/Ventri sanguinano, manganelli e scudi"), critica la mediocrità della consapevolezza sociale dei giovani d'oggi ("Ci sono panorami un po' meno ristretti di quello/Di un inglesotto con un cappellino da baseball") e si arrende nella consapevolezza -ma anche nell'orgoglio- di una ristretta mobilità sociale nella società attuale ("Moriremo nel ceto dove siamo nati"). Invece nel secondo singolo, l'irruente title-track Up the Bracket, si manifesta la sua devozione al rock'n'roll più incalzante e sguaiato.
Carl Barat invece è più esuberante, meno fragile e introspettivo e ama darci dentro con la chitarra: lo si capisce anche ascoltando alcuni pezzi che lo vedono al microfono principale: in "Horror Show" si candida a novello Richard Hell sgolandosi per manifestare la sua delusione per un mondo che non va come dovrebbe andare ("Lei mi ha detto/Ti mostrerò un immagine/Un immagine di domani/Non c'è niente di cambiato/E' tutto dolore"), così come in The Boy Looked at Johnny Carl prende ancora in prestito l'impronta vocale del newyorkese Richard per portare in scena un becero quadretto della notte sbandata della Grande Mela e della Soho londinese ("New York è così bella di notte/Ma non ti dimenticare Soho"). E se in Death on the Stairs Barat abbassa un po' i toni proponendo una filastrocca nella quale le liriche paradossali e la melodia in levare si discostano fin dall'inizio, nella sarcastica Boys in the Band critica le rockstar del giorno d'oggi, più interessati al risultato delle vendite che non all'attitudine e alla sostanza ("So che ti piace la sterzata di una limousine"). I Libertines pubblicheranno ancora un album, nel 2004, intitolato semplicemente con il loro nome, più sperimentale e meno aggressivo ma non per questo meno valido; qualche mese dopo la pubblicazione avviene lo sfaldamento della band in seguito ad un litigio tra Pete (che a a formare i Babyshambles) e Carl, ma voci di corridoio parlano di un recente riavvicinamento dei due in vista di un nuovo progetto futuro. Libertines 2? Si vedrà, per il momento godiamoci questo gioiello.
LINE-UP: - Carl Barat - Chitarra e Voce - Pete Doherty - Voce e Chitarra - John Hassall - Basso - Gary Powell - Batteria
TRACKLIST: 1. Vertigo 2. Death on the Stairs 3. Horrorshow 4. Time for Heroes 5. Boys in the Band 6. Radio America 7. Up the Bracket 8. Tell the King 9. The boy Looked at Johnny 10. Begging 11. The Good Old Days
Gika, probabilmente lo trovi "freddo" e "studiato a tavolino" perchè non conosci le influenze che si sono dietro la band... la scena newyorkese di metà anni settanta per lo più, e il disco si rifà in grande parte a quelle band, oltre a quelle inglesi punk/new wave. Non a caso sia Carl che Pete hanno indicato gli Hearbreakers di Johnny Thunders nelle maggiori influenze, oltre ovviamente ai maestri Clash.
credo che il mio voto spieghi tutto. non sono mai stato un gran fanatico del rock-revival britannico, e anzi quando vedo un gruppo etichettato come "next big thing" mi viene un po' il voltastomaco. quindi il mio voto è parzialmente influenzato anche da questo mio pregiudizio, ma non posso farci molto. questo album è carino, ascoltabile, ma non lo so, non mi ha mai detto molto, lo trovo freddo, troppo studiato per piacere a una certa fetta di pubblico - della quale purtroppo non faccio parte.
perchè 90? perchè in un sito sul quale i lagwagon si beccano 80 (!!!) e gli exploited 86 (!!!!!!!!!!!!) mi sembra un voto alquanto meritato. la citazione di baudelaire era per dire questo: quanti musicisti del rock attuale sono così interessati alla letteratura e alla poesia? doherty è davvero la "bestia" che i giornali e i rotocalchi descrivono? penso che ci sia qualcosa di più nella formazione della persona pete doherty di crack ed eroina e la sua biografia sta lì a dimostrarlo. poi se si è fumato il cervello è un altro conto (a me pete non sta nemmeno simpatico, lo considero arrogante e persino stupido a volte), ma credo fermamente che un anima come la sua (nel bene e nel male certo) rimanga una mosca bianca nel panorama rock attuale. Sulla sua musica non ho davvero niente da dire.
il voto è ovviamente soggettivo ma mi sembra comunque troppo alto. lo scrivi anche tu, "non ha inventato nulla nella storia del rock", quindi perché 90.
ad ogni modo mi sembra inesatto includere gli Smiths tra le band dell' "età d'oro settantasettiana" quando il loro primo album è del 1984. ah e poi in my opinion non basta nominare Baudelaire e aver vinto un concorso di poesia per essere poeti, e (sempre in my opinion) i testi stanno lì a dimostrarlo.