John Zorn | The Dreamers | RockLine.it
Voto: 
6.5 / 10
Autore: 
Paolo Bellipanni
Genere: 
Etichetta: 
Tzadik
Anno: 
2008
Line-Up: 

- John Zorn - Sassofono, Musiche
- Trevor Dunn - Basso
- Jamie Saft - Tastiere
- Mark Ribot - Chitarra
- Cyro Baptista - Percussioni
- Kenny Wollesen - Vibrafono
- Joey Baron - Batteria

Tracklist: 

1. Mow Mow
2. Uluwati
3. A Ride On Cottonfair
4. Anulikwutsayl
5. Toys
6. Of Wonder And Certainty (for Lou Reed)
7. Mystic Circles
8. Nekashim
9. Exodus
10. Forbidden Tears
11. Raksasa

John Zorn

The Dreamers

John Zorn appoggiò il suo primo piede sul pianeta Musica all'incirca verso la fine degli anni '70. Bastò un attimo e vi posò pure l'altro. Ancora un pò di tempo e lo prese in mano. Da lì in poi il pianeta Musica è diventato il suo pallone con cui giocare, divertirsi e sperimentare, un pò con la spensieratezza tipica della giovane età, un pò col fare sapiente dell'intellettuale avanguardista. Aspetti che non poco lo avvicinano ad un suo 'maestro a distanza', ovvero quel Frank Zappa che nell'anno d'esordio del nostro sassofonista occhialuto (1978) aveva già definitivamente ricoperto il mondo della sua monnezza cosmica (a buon intenditor poche parole). Ad accomunare i due, oltre alle loro disumane sperimentazioni, ci si mettono anche le rispettive discografie che, addizionate dati alla mano, arriverebbero senza la minima difficoltà alla tripla cifra. Roba da far impallidire anche i cadaveri. Ma evidentemente per i geni non è un problema comporre velocemente, nè tantomeno è un fastidio pubblicare opere su opere alla velocità della luce.

E magari è proprio per questo che ogni tanto viene fuori qualche piccolo, spesso insignificante, passo indietro; non che si tratti di cadute di stile (impossibile trovarne nelle magistrali composizioni Zorniane) ma più che altro di fasi di stallo, momenti in cui l'attività creativa sembra frenata, tenuta al guinsaglio, magari anche consapevolmente. Ed è quello che accade con The Dreamers, la sua ultima creazione, che alla line up vede personaggi che avranno visi, o meglio, nomi conosciuti per tutti coloro che hanno seguito attentamente le vicende di Zorn: è naturale poi che il nome Electric Masada vi dirà sicuramente qualcosa dato che nel disco ritroviamo i suoi vecchi membri, a partire dal chitarrista Mark Ribot, sempre più braccio destro del nostro sassofonista occhialuto, per finire con le tastiere di Jamie Saft e l'inossidabile basso dell'ormai affermatissimo Trevor Dunn (l'abbiamo potuto vedere anche con Mr. Bungle, Fantomas e Melvins), per non parlare poi di Cyro Baptista, Joey Baron e Kenny Wollesen, che anche in questo caso danno il loro enorme contributo strumentale.

The Dreamers esce per la Tzadik (etichetta creata tredici anni fa dallo stesso Zorn) presentandosi come un disco ambiguo e controverso (a partire dal titolo che lascia facilmente in inganno) e che probabilmente spaccherà in due i suoi appassionati. Questo perchè in The Dreamers di Zorn non c'è poi molto, facendo ovviamente eccezione per la raffinatezza e la sapienza esecutiva con cui le canzoni vengono 'orchestrate' e arrangiate.
Nessuna traccia delle sue sperimentazioni più dada, nessun contorto labirinto compositivo come quelli in cui ci si smarriva ascoltando le sue opere più visionarie: nel suo ultimo album Zorn lascia da parte il suo istinto più ricercato e avanguardista, raccogliendosi in rivisitazioni, ora ben riuscite ora noiose, di svariati generi, a partire dalla psichedelia a tinte progressive per finire con notevoli riferimenti al surf rock (ora più blues come nel caso di Mow Mow, ora più esotici come per Forbidden Tears) e, ovviamente, al jazz moderno, non disdegnando tra l'altro sonorità orientaleggianti, soffuse e stranianti.
Ma nonostante non abbiamo di fronte uno Zorn da laboratorio sperimentale, la particolarità viene tranquillamente fuori, come ad esempio con Exodus, interessante nei suoi arabeschi richiami al prog più evoluto di fine '70 che si snodano attraverso fraseggi bizzarri e ricercati di netta provenienza Zappiana, come dimostrano in seguito anche Toys e, in modo ancor più evidente, Uluwati, brano affascinante (ma fin troppo derivativo) e che riassume in parte l'essenza stessa del disco, soprattutto per quanto riguarda il suo registro stilistico, vario e multiforme, ma spesso incapace di evolversi.
Aspetto che prende poi piede con la comunque stupenda Of Wonder And Certainty (dedicata al grande Lou Reed con cui tra l'altro collabora), le fluide rifiniture jazz di A Ride On Cottonfair e l'atmosfera psichedelico-rituale di Mystic Circles, in cui ancora una volta l'impostazione strumentale lascia intravedere le sue componenti di matrice più zappiana.

Si tratta per questo di brani che se da una parte fanno sbarrare completamente gli occhi per la cura, la maestria e la classe con cui vengono eseguiti (diamine! stiamo parlando di un genio), dall'altra rendono il disco ostico, ma non tanto per eventuali caratteri autorefernziali o per la mancanza di organicità dell'insieme, quanto più che altro per il senso di noia che le canzoni rischiano di far esplodere con le loro spesso altalenanti scorribande strumentali (Anulikwutsayl). Perchè, diciamocela tutta, questo non è un disco che trascina nel modo in cui Zorn ci ha abituato da trent'anni a questa parte. Qualsiasi giudizio finale è lasciato ovviamente nelle mani di ogni singolo ascoltatore che si immergerà dentro l'ennesima creatura Zorniana, di chi magari troverà quest'opera splendida e chi al contrario non la butterà giù.

Fatto sta che quel pallone di cui si parlava ad inizio recensione John Zorn ce l'ha ancora in mano. Non ci resta che aspettare la prossima mossa e vedere cos'altro sarà ancora capace di fare quel maledetto geniaccio malato d'avanguardia.

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