Foo Fighters | Wasting Light | RockLine.it
Voto: 
6.3 / 10
Autore: 
Chiara Giovilli
Genere: 
Etichetta: 
RCA records
Anno: 
2011
Line-Up: 
Dave Grohl - voce, chitarra
Chris Shiflett - chitarra, cori
Pat Smear - chitarra
Taylor Hawkins - batteria, percussioni, cori
Nate Mendel - basso
Krist Novoselic - basso (in I Should Have Know)
Tracklist: 

1. Bridge Burning – 4:47
2. Rope – 4:19
3. Dear Rosemary – 4:27
4. White Limo – 3:23
5. Arlandria – 4:28
6. These Days – 4:59
7. Back & Forth – 3:52
8. A Matter of Time – 4:36
9. Miss the Misery – 4:33
10. I Should Have Known – 4:16
11. Walk – 4:16

Foo Fighters

Wasting Light

Sono passati quattro anni da Echoes, Silence, Patience and Grace e finalmente i Foo Fighters hanno sfornato il loro attesissimo settimo album, la cui assoluta novità è la registrazione. Il gruppo ha infatti deciso di abbandonare Protool per registrare interamente su nastro analogico nel garage del cantante. Senza l’ausilio di computer e software e senza la possibilità di correggere digitalmente gli errori, l’album non suona perfetto ma grezzo, ruvido e forse per questo piu’ credibile e coerente con se stesso. Con questi nuovi inediti il gruppo si riavvicina al proprio passato storico attraverso l’arruolamento di un cast d’ eccezione, tra amici che ritornano e vecchie collaborazioni che si rispolverano. Alla produzione infatti si è riconfermato Butch Vig, già in cabina di regia per Nevermind,ed è rientrato nella formazione anche il chitarrista Pat Smear che, insieme a Krist Novoselic, ha contribuito a ricreare il sound vincente dei primi anni.

Nella sua interezza Wasting Light  risulta carico e immediato, pompato all’estremo ma pur sempre ordinato, calcolato nei minimi dettagli. Il nuovo assetto a tre chitarre poi costruisce un muro di suono piu’ compatto e potente. E’ un rock sano, naturale che si compiace e allo stesso tempo si dispera.  Il cantante lo considera “the heaviest album yet”, l’album piu’ heavy della band, peccando forse un po’ di presunzione. Non vi è infatti moltissima originalità e sperimentazione, ma è vero anche che con questo nuovo lavoro il gruppo riscopre le proprie radici, abbandonando un po’ i ritornelli da stadio per far spazio a pezzi un po’ piu’ hard che strizzano decisamente meno l’occhio al pop. Certo, non è rivoluzionario, ma è comunque qualcosa di innovativo per Dave e compagni che hanno cercato di discostarsi dal pop rock degli ultimi anni.

“These are my famous last words”, si apre così l’album,con Bridge Burning, una traccia urlata con un ritmo incalzante e un Taylor Hawkins carichissimo alla batteria e che, già dai primi secondi, ci fa intuire la strada leggermente diversa che la band ha voluto prendere, una strada forse piu’ ripida e faticosa ma meno battuta e sicuramente piu’ personale. Segue il rock esplosivo del primo singolo estratto Rope ma non mancano brani più soft e melodici, come These Days e la ballad Dear Rosemary con Bob Mould (frontman degli Sugar e dei Husker Du) alla voce a alla chitarra. Si continua con White Limo, il pezzo piu’ forte e nevrotico dell’album insieme a Walk che chiude il cerchio. Ci si abbandona poi ad una incursione decisamente piu’ pop con A Matter of Time e Arlandria, il tipico pezzo di stampo Foo Fighters, un soft rock piacevole da ascoltare, un pezzo orecchiabile con alla voce un Dave Grohl piu’ controllato.  Cori di sottofondo e riff pesanti compongono invece Miss the Misery che cerca invece di esemplificare il sound di Seattle. Si arriva infine a I Should Have Known che vede la partecipazione dell’ex Nirvana Krist Novoselic al basso e che a tratti sembra farci ritornare nel 91, risvegliando le anime dei piu’ nostalgici fan di vecchia data.

Concludendo, nonostante non manchi qualche canzone meno azzeccata delle altre, con Wasting Light i Foo Fighters ci regalano una sintesi della loro produzione e, seppur con qualche novità, si riconfermano sui loro discreti livelli suonando un rock, questa volta piu’ hard, marcatamente americano, con una componente melodica condita da chitarre forse troppo poco aggressive.Il mio consiglio è quello di ascoltare l’album per intero e con l’attenzione che merita, tralasciando dietrologie comparative, gusti e pregiudizi, prendendolo per quello che è: un lavoro mediamente buono in cui il gruppo è  riuscito nel tentativo di piacere, divertire e divertirsi senza sorprendere troppo.

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