Ulcerate | The Destroyers of All | RockLine.it
Voto: 
7.5 / 10
Autore: 
Emanuele Pavia
Etichetta: 
Willowtip Records
Anno: 
2011
Line-Up: 

- Paul Kelland - Basso, Voce
- Michael Hoggard - Chitarra
- Jamie Saint Merat - Batteria

Tracklist: 

1. Burning Skies
2. Dead Oceans
3. Cold Becoming
4. Beneath
5. The Hollow Idols
6. Omens
7. The Destroyers of All

Ulcerate

The Destroyers of All

I neozelandesi Ulcerate si sono affermati negli ultimi anni come una delle più capaci e innovative band death metal nella frangia più brutale del genere. Dopo il più tradizionale debut Of Fracture and Failure del 2007, che ripercorreva la scia di quel death metal violento quanto sofisticato e cerebrale inaugurato dai Gorguts dieci anni prima, il gruppo si era infatti fatto notare nel 2009 con il di gran lunga superiore Everything Is Fire, in cui questo tessuto brutal dissonante veniva rivisto e filtrato sotto un'ottica post-metal figlia di Isis e Neurosis (e probabilmente rifacendosi anche all'approccio "post-" del black metal dei francesi Deathspell Omega).

E dopo quasi due anni esatti dal loro secondo full-length (e dopo circa un mese dall'uscita del secondo chitarrista Olivier Goater dal gruppo), gli Ulcerate tornano nel 2011: il terzo The Destroyers of All, pubblicato nuovamente sotto l'egida della Willowtip Records, vede la luce il 25 gennaio e subito porta il gruppo tra i massimi esponenti metal (estremo e non) da un lustro a questa parte. L'album segna un ulteriore passo avanti nel song-writing del gruppo, non solo per via di un netto aumento della lunghezza media dei brani: l'aspetto più importante è infatti il livello di maturità che gli Ulcerate hanno raggiunto nella loro commistione di post-metal e death metal, ancora più radicale e ben congeniata rispetto all'album precedente (complice forse anche una produzione migliore). Quello di The Destroyers of All è un sound maestoso quanto imponente, in cui il riffing erede degli Immolation, le dissonanze dei Gorguts e la straripanza ritmica dei Nile vengono ricoperti da una coltre fumosa, sontuosa e ineffabile secondo la tradizione post-metal (seppur in tale monumentalità vi sia una vena decadente e desolante che ricorda la musica esistenzialista dei Death), risultando il perfetto veicolo per il messaggio misantropo degli Ulcerate (che non mancano di sottolineare come il titolo si riferisca all'umanità che distrugge e corrompe ciò con cui viene a contatto). La brutalità della loro musica non risulta invariata rispetto alle precedenti release (e anzi, The Destroyers of All è sotto certi aspetti ancora più violento di Everything Is Fire), ma appunto per il sound post-metal più radicato nella matrice musicale della band tale efferatezza risulta meno sanguigna rispetto a quella dei primi dischi.

Già l'opener Burning Skies riassume tutte le diverse tendenze dell'album, con il suo progressivo oscillare tra granitici muri chitarristici, atmosferiche distorsioni post-metal e brutali sfuriate death metal, il tutto condito dallo straripante buongusto dei fill ritmici del batterista Jamie Saint Merat. L'opera prosegue su questa scia in modo piuttosto omogeneo, senza mai venire meno alla commistione di eleganza e violenza che contraddistingue il sound degli Ulcerate: gli struggenti fraseggi della chitarra di Michael Hoggard, accompagnati dal gutturale growl di Paul Kelland (quasi sepolto dall'impasto strumentale del trio) e dal motore propellente della base ritmica, compongono in Dead Oceans complesse strutture armoniche che donano dinamicità all'innesto sonoro del gruppo, mentre nella chiusura di Cold Becoming si trasformano in riff trascendenti che coronano i pattern batteristici di Saint Merat.
Arpeggi distorti aprono invece la spiccatamente post-metal Beneath, che intraprende un passo lento e cadenzato, scandito da tormentati riff chitarristici ma talvolta spezzato dai fill della batteria che riprendono il brutal death metal, cui segue l'ulteriormente desolante The Hollow Idols, nella cui prima metà viene ripresa la componente estrema per poi obliarla nella seconda, sostituita da stordenti distorsioni post-metal che segnano l'apocalittica conclusione del pezzo.
Ulteriori distorsioni (che riportano alla mente i giochi armonici degli Atheist nell'introduzione di Unquestionable Presence) introducono Omens, uno degli apici di tutto The Destroyers of All, che si muove su cupe coordinate post-metal prima di ritornare - con l'entrata in scena del growl di Kelland - su binari più brutali e tra i più dissonanti dell'album, con continue pause e ripartenze a sconvolgere la struttura del brano, per poi chiudersi in una frastornante outro giocata tra vocalizzi rabbiosi e complessi arrangiamenti ritmici. A chiusura del disco, come nel precedente Everything Is Fire, è incastonata la lunga title-track, altro capolavoro dell'album con Omens, nuovamente costruita tra dissonanti intrecci chitarristici e schemi batteristici cerebrali ad accompagnare l'aspra accusa filo-estinzionista di Kelland, summa di tutto ciò che ha rappresentato il viaggio di The Destroyers of All nelle sue molteplici sfaccettature e atmosfere.

Feroce e angosciante, The Destroyers of All è un opprimente attacco all'umanità, incapace di comprendere ciò cui sta portando la sua condotta e il suo sfruttamento del pianeta, ma soprattutto rappresenta uno dei dischi di death metal brutale e tecnico più innovativi dai tempi dell'immenso In Their Darkened Shrines che aveva portato una nuova ventata d'aria fresca in un genere che annaspava in una situazione di stagnazione creativa da prima del nuovo millennio. Gli Ulcerate, con questo ultimo capitolo discografico, hanno partorito una delle più interessanti proposte dell'anno non solo nell'ambito metal, imponendosi tra i massimi esponenti del loro genere nella scena musicale attuale.

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