The Pop Group | Citizen Zombie | RockLine.it
Voto: 
4.0 / 10
Autore: 
Emanuele Pavia
Genere: 
Etichetta: 
Freaks R Us
Anno: 
2015
Line-Up: 
1. Citizen Zombie
2. Mad Truth
3. Nowhere Girl
4. Shadow Child
5. The Immaculate Deception
6. S.O.P.H.I.A.
7. Box 9
8. Nations
9. St. Outrageous
10. Age of Miracles
11. Echelon
Tracklist: 
- Mark Stewart - Voce
- Gareth Sager - Chitarra, sassofono
- Dan Catsis - Basso
- Bruce Smith - Batteria
The Pop Group

Citizen Zombie

Riformatisi nel 2010 con pressoché la stessa line-up che nel 1980 aveva dato alle stampe l'eccezionale For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder?, i Pop Group non sono rimasti indifferenti a uno dei più nefasti trend musicali che ha caratterizzato questi ultimi anni: quello dei (sempre più frequenti) come-back album di riverite leggende del rock dopo decenni di inattività. 
 
Registrato a partire dal 2012, il terzo full-length dei Pop Group (intitolato Citizen Zombie) era già stato annunciato a fine 2014, quando era stato pubblicato il primo pezzo inedito in trentaquattro anni: la title-track si era rivelata come un brano dance-punk privo di direzione, allestito semplicemente ammassando senza rigore logico marcate linee di basso, voci maschili e femminili, arrangiamenti di tastiera e chitarre, effetti elettronici e interventi di sassofono, e aveva già spazzato via molte delle flebili speranze riposte sull'imminente ritorno della band. Il primo singolo ufficiale, Mad Truth, pubblicato a gennaio 2015, aveva quindi definitivamente confermato tutti i timori che Citizen Zombie aveva fatto sorgere mesi addietro, con un brano disco-funk raccapricciante che sarebbe suonato innocuo pure nel 1980. 
 
L'album viene quindi pubblicato il 23 febbraio tramite la Freaks R Us, e offre uno spettacolo desolante.
Diversamente da molte altre realtà storiche tornate alla ribalta dopo prolungati periodi di assenza dalle scene, i Pop Group non sembrano nemmeno provare a riportare fedelmente (per quanto artificiosamente) il linguaggio classico del gruppo. Al contrario, dello stile esplosivo dei lavori storici è rimasto solo qualche spettro irriconoscibile (essenzialmente, una certa enfasi ritmica mutuata dal dub nello sviluppo dei pezzi e gli anacronistici proclami agit-prop di Mark Stewart): i Pop Group non sono mai sembrati tanto addomesticati, e la loro musica nel 2015 appare estremamente più datata, fiacca e prevedibile di quanto non suonino ancora i loro due capolavori pubblicati quasi quarant'anni fa.
La voce di Stewart si erge su strutture musicali che sono divenute ora regolari e lineari, con la batteria di Bruce Smith a sostenere il basso di Dan Catsis, motore propellente dei brani con i suoi riff che non stonerebbero su qualche registrazione d'epoca della Sugarhill Records. Gareth Sager, d’altro canto, ora si adagia sui classici cliché della chitarra ritmica funk, ora prova ad emulare le deflagrazioni atonali e dissonanti di chitarra e sassofono dei tempi d'oro, il più delle volte fallendo miseramente. 
Paul Epworth, infine, suggella definitivamente il disastro artistico con una produzione che soffoca le poche idee presentate dal lavoro, esaltando il lato danzereccio di Citizen Zombie ma rendendo confusi e inintelligibili i momenti in cui l'arrangiamento dei brani si stratifica tramite il sovrapporsi delle diverse voci, degli effetti di chitarra e dell’elettronica.
 
L'album offre ben poco rispetto a quanto non era già stato possibile sentire nei primi due pezzi estratti. Forse l'unica traccia che effettivamente ha qualcosa di interessante da dire è Shadow Child, che con la chitarra che assume tonalità sinistre, la voce di Stewart che appare e scompare spettrale sopra il lavoro ritmico (tempestato a sua volta da tape loop e distorsioni elettroniche) rievoca in diversi passaggi, per quanto didascalicamente e fugacemente, la grandezza dei Pop Group storici.
Il resto del lavoro si colloca invece tra il dimenticabile ed effimero (vedasi The Immaculate Deception e Nations, che con le voci campionate sopra un minimale tessuto elettronico è perlomeno l'unico pezzo che si discosta dallo stile standard di Citizen Zombie) e il tragicomico. In particolare, a partire dalla seconda metà, il disco vira nettamente verso la componente funk del sound del complesso, dando alla luce brani di rara bruttezza: doveroso citare almeno S.O.P.H.I.A. (che fa pensare addirittura all'operazione retromania di Random Access Memories), Box 9 (e specialmente la sua ridicola progressione di basso nella strofa), Age of Miracles (la cui trama melodica, condotta dal pianoforte e ribadita dalla chitarra, sempra provenire direttamente da un singolo eurodance) e l'aberrante St. Outrageous.
 
Dover rappresentare il successore di due dei dischi più belli e influenti dell'intera scena new wave anni Settanta/Ottanta come lo sono stati i due album dei Pop Group, specialmente a trentacinque anni di distanza, sarebbe un compito arduo per qualsiasi album. È anche vero però che Citizen Zombie sarebbe un album imbarazzante in qualsiasi discografia, a prescindere dalla grandezza dell'opera passata con cui si ritrova, inevitabilmente, a essere paragonato.
In assoluto, il peggiore tra tutti i ritorni possibili.
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