Voto: 
7.4 / 10
Autore: 
Paolo Bellipanni
Genere: 
Etichetta: 
Souterrains Transmissions
Anno: 
2011
Line-Up: 

- Erika M. Anderson - chitarra, voce, programming

Tracklist: 

1. The Grey Ship
2. California
3. Anteroom
4. Milkman
5. Coda
6. Marked
7. Breakfast
8. Butterfly Knife
9. Red Star

EMA

Past Life Martyred Saints

Fino a poco tempo fa musa degli sperimentatori noise/folk Gowns, Erika M. Anderson è l’emblema dell’icona underground femminile dall’indole problematica e tormentata. Un’interiorità vibrante e mai appagata, definitivamente emersa con l’abbandono del suo (mai apprezzato) progetto originario: distruggere l’anonimato, salire in superficie, mostrarsi (fino a sfiorare l’ostentazione) in tutta la propria essenza, estetica e interiore. Past Life Martyred Saints, suo album solista d’esordio, la ritrae così, fiera e anche un po’ grezza, sin dalla copertina: collanone autocelebrativo, maglietta vecchia e slabbrata, labbra accese e carnose, gli occhi chiusi e la testa rivolta verso il basso come qualcuno che – anche con un briciolo di supponenza – sa perfettamente di avere ragione.

Past Life Martyred Saints, ovvero ritrovare se stessi, amare e al contempo odiare i proprio dissidi e le proprie incomprensioni. Nove canzoni sporche e fumose poste a celebrare un matrimonio interiore destinato ad auto-sabotarsi ancor prima della sua annunciazione. Una musica che al suo interno nasconde una forza a tratti incredibile ma che allo stesso tempo viene trascinata da una timidezza decisamente insolita, vista la rabbia e l’anima (quasi) nera dalla quale proviene. Elementi che da sconosciuta sperimentatrice rumorista hanno (in brevissimo tempo) trasformato la Anderson in un piccolo fenomeno mediatico, già divenuto idolo e icona della femminilità musicale più maschia che c'è.

Tra un pop più noise che indie, distorsioni elettroniche e una voce malata e condannata ad urlare senza sosta il proprio smarrimento, Erika Anderson tesse la propria tela con le mani sporche e senza alcuna grazia. Eppure, Past Life Martyred Saints è tutto fuorché un disco privo di fascino e questo per una serie di caratteristiche precise: il sound vibrante ma che sfiora il lo-fi da cantina, le atmosfere ruvide e ipnotiche e, infine, un melodismo che sembra fondere il punk e alle nuove manie weird/garage/pop del 2000. Il primo singolo di lancio, The Grey Ship, racchiude splendidamente i principali percorsi stilistico-compositivi dell’album, sciorinando una discreta serie di schitarrate noise, ampi vocalismi, riverberi elettronici e cullanti pause atmosferiche. Elementi che i brani successivi riprendono ma sviluppandone il nucleo in maniera sempre diversa: California lo fa nascondendo le proprie venature pop sotto fitti tappeti di riverberi e sporcizia sonora; Anteroom - esaltante nel suo esasperato minimalismo – elevandosi invece in una danza lo fi a cavallo tra le Hole e il Jack Frusciante di un tempo. Se poi la ballabile Milkman non fa altro che riprendere queste coordinate (esasperando il contrasto tra semplicità melodica e sound duro e nebbioso), sta a Breakfast e Coda (brevissima messa vocale) ridonare al disco le proprie sembianze più pacate e sognanti, prima che Butterfly Knife rievochi il cuore più malato e dolorante della Anderson attraverso una lacerante sovrapposizione di voci e feedback.

Quando poi è il turno di Marked, pare di essere letteralmente penetrati negli anfratti più desolati e raggrinziti della musicista americana: una chitarra acustica ai limiti del marciume e una voce come non mai sepolcrale trasformano l’atmosfera del disco in un incantesimo inquietante, sotterraneo e non privo di un certo afflato gotico.

Da questi continui contrasti, progressivamente approfonditi canzone dopo canzone, Past Life Martyred Saints ci dona il ritratto di un’icona femminile niente affatto banale e che, detto sinceramente, al pop mancava da tempo. Sporca, rabbiosa, anti-vergine per eccellenza, Erika Anderson è una Courtney Love ancora più problematica dell’originale ma anche più affascinante, più fiera e (stilisticamente parlando) decisamente più ambiziosa.

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