Neu! | Neu! '75 | RockLine.it
Voto: 
8.8 / 10
Autore: 
Francesco Tognozzi
Genere: 
Etichetta: 
Brain
Anno: 
1975
Line-Up: 

- Klaus Dinger - voce, percussioni, chitarra, piano, organo
- Michael Rother - chitarra, piano, voce, synth
- Thomas Dinger - batteria
- Hans Lampe - batteria


Tracklist: 


1.  Isi
2.  Seeland
3.  Leb Wohl
4.  Hero
5.  E-Musik
6.  After Eight

Neu!

Neu! '75

Il terzo capitolo della saga Neu! giunge dopo un bienno travagliato per i due membri esclusivi dell'ormai collaudato progetto, due anni di sostanziale allontanamento, ricchi per ciascuno di esperienze collaterali e stimoli estranei alla causa intrapresa in combutta. Rother ha infatti nel frattempo aperto i lavori del convegno Harmonia, affiancato da due eminenze del movimento kraut celate sotto l'arcano monicker Cluster - all'anagrafe Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius - sancendo così un sodalizio destinato ad estendersi qualche anno più tardi al ben più noto Brian Eno e a perdurare sostanzialmente fino ai giorni nostri; Dinger si è invece dato da fare in proprio, con la sempre crescente complicità del fratello minore Thomas, per dare libero sfogo alle ruggenti inclinazioni proto-punk che lo mettono definitivamente in antitesi con le le velleità dream-ambient del suo stretto collaboratore. Una messa al bando reciproca quella che si viene a configurare e che si tramuta, nuovamente sotto le direttive dello scaltro Konrad Plank, in una scelta alquanto insolita.
Viste le premesse non c'è infatti da stupirsi se quello che prende forma durante le registrazioni del dicembre 1974 - già annunciato come ultima produzione della band - si rivela un disco dai due volti, e meno metaforicamente di quanto si possa pensare: Neu! '75 (abbandonata la numerazione sequenziale, passa in rilievo la data di release) è a tutti gli effetti il risultato dell'ormai insanabile divergenza tra i due numi tutelari del krautrock, i quali intelligentemente e con un'enorme dose di rispetto reciproco, agiscono da autentici separati in casa e decidono di spartirsi quasi totalmente i compiti per questo episodio conclusivo della triade. Sfondo nero per la copertina del terzo full-length, che esala un mesto alito di epitaffio, ma in primo piano sempre i caratteri suprematici che delineano la scritta NEU!, con la solita, identica e inconfondibile grafia. E' come avvicinarsi a qualcosa di apparentemente ben conosciuto, ma col timore di quello che potrebbe nascondersi dietro il buio: non mostri né delusioni è la risposta, ma semplicemente la più degna conclusione del cammino di una band che ha sempre marciato con almeno due piedi nel futuro.

Molte idee nelle iperproduttive menti dei titolari del combo, pochissime da condividere: persi i punti di contatto che fanno da presupposto alla prosecuzione del progetto dietro un intento comune, l'unica soluzione, si dicono Rother e Dinger, è quella di stipare all'interno di un singolo platter le peculiari tendenze sposate da ciascuno dei due. Così, da quella che in prima analisi potrebbe apparire un'imprudente forzatura, nasce il terzo di tre capolavori firmati Neu!, non necessariamente il migliore in assoluto ma sicuramente il più immediato, spontaneo, destinato finalmente a varcare la soglia del gusto comune per segnare il trait d'union impeccabile fra le estreme tentazioni avanguardistiche del duo e la tanto agognata alchimia pop capace di scardinare i pregiudizi delle orecchie più impazienti. Il lato A viene affidato alla vena onirica del compassato Michael Rother, che da talentuoso chitarrista si è raffinato negli anni a virtuoso del polistrumentismo; sul B-side imperversa il genio di Klaus Dinger (coadiuvato dall'eccellente sforzo delle due reclute alle percussioni, il fratello minore Thomas e Hans Lampe), il quale dispensa graffi e ruggiti come un grosso felino intento a dimenarsi nella sua gabbia dorata, nel tentativo di aprirsi una strada verso quella che, di lì a un paio di stagioni, sarà la violenta deflagrazione del fenomeno punk.
Un'opera perfettamente coerente con il passato, nonostante l'incoerenza insita nel suo carattere dicotomico - e la sua forza è proprio il carattere di irrimediabile frattura: abituati al motorik in una cuffia e paradisi eterei nell'altra, ci ritroviamo davanti alla riduzione ai minimi termini del Neu! sound complessivo, al definitivo sdoppiamento della più mitologica delle creature musicali. Ed è bellissimo poter godere di tutto questo nell'evolversi di sole sei, immortali canzoni (sì, forse è giunto il momento di chiamarle così), senza l'urgenza di dover scegliere da che parte stare.

La prima parte, come già detto, è frutto della poetica di Rother e superati i primi, immancabili rintocchi di motorik, non è difficile riconoscerlo dietro le sottili linee melodiche di Isi. Sono i tasti del pianoforte a colorare il dipinto, con la sempre discreta collaborazione di un synth che emette scariche leggere e vibranti; le corde della chitarra vengono invece solo pizzicate per coniugare l'instancabile lavoro di Dinger sui piatti. Tutto si risolve con un fluido continuum di carezze psichedeliche e pulsazioni monotone, alla maniera che solo i Neu! conoscono: un incipit che finisce così per interpretare magistralmente il ruolo di filo conduttore con il passato, senza però scadere mai nel pericoloso tranello della ripetizione. Come in possesso di poteri ancestrali, la band tiene ancora testa al proprio nome pur non palesando alcuna clamorosa evoluzione, dimostrando una volta in più che la sua grandezza non risiede tanto nella capacità di inventare e sconvolgere, quanto in quella di donare sempre al suond l'inimitabile, prezioso imprinting che fa di ogni pezzo una sbalorditiva esperienza oltre i cancelli del tangibile. Per lo stesso criterio, Seeland non corre nemmeno il rischio di scendere a patti con la sua naturale premessa 'Weißensee', contenuta nell'lp d'esordio, perché carica di un'inebriante freschezza tale da far cadere in partenza ogni tentativo di semplicistica associazione. Ciò che ricorre incessantemente invece - e non ce ne lamentiamo mai - è la potenza immaginifica di questa musica, capace di trascinare cuori e anime con sé in una dimensione senza tempo, fuori dalla comune percezione. Echi, sordi rintocchi e liquidi accordi di chitarra diventano così un flusso sterminato di sensazioni, che culmina paradossalmente in dissolvenza, sulla chiusura della traccia, perché è il silenzio ciò che in questo viaggio più affascina e coinvolge, con la timida attesa di ciò che verrà subito dopo di esso. E stavolta a destarci è il malinconico fruscio di onde che si infrangono sulla riva, quindi sparute, dolcissime note di piano: la prima parte del tragitto si conclude ancora sull'acqua, dunque, e su queste sponde si compie il saluto di Michael Rother, toccante, da brividi, tanto intenso ed estremo da chiamarsi Leb Wohl - Addio. Lacrime, che presto saranno spazzate via.
Capovolgere il disco significa voltare drasticamente pagina, per esplorare il lato Dinger di quest'enigmatica opera dalle due facce. Non occorrono che pochi secondi per accorgersi di essere stati catapultati in un batter d'ali all'altro capo dell'universo: l'apporto assai più energico della chitarra e l'inserto in climax ascendente del motorik indicano chiaramente che Hero ha le braccia protese verso il '77, i fari puntati su quei Sex Pistols che appena due anni più tardi saranno i riottosi portabandiera dell'ondata punk, il nuovo corso. Per la prima volta compare addirittura un testo, frammentario e monocorde, intrigante invito in codice ad avvicinare la visione dingeriana dei massimi sistemi; la preveggenza di queste parole ha dell'inquietante: 'And you're just another hero riding through the night / Riding through the city, trying to lose your mind / Honey went to Norway, fuck the press / Fuck your business, fuck the press / Fuck the bourgeoisie, fuck the bourgeoisie / Your only trial is money', così come l'apatico, deumanizzato lamento che le recita - una lezione servita su un piatto d'argento a quel folletto allucinato di John Lydon. La generazione successiva è già al varco, pronta a suggere la propria identità da questi slogan di rivolta e a nutrirsi della dolce carcassa del krautrock. E-Musik, strumentale, presenta una trama metallica e scarnificata degna di un crocevia ideale - cronologicamente (e filogeneticamente) ci può stare - tra Autobahn e Trans-Europe Express dei fratellastri Kraftwerk. Dinger jr. sembra suonare una marimba elettrificata dentro un cunicolo e un'eco glaciale rimbalza tra le pareti della stanza generando un clima di claustrofobia e alienazione - Martin Hannett, tanto per dirne uno, farà incetta di questi scenari suggestivi prima di sedersi in cabina di regia alle prove di Unknown Pleasures - mentre il synth e teporosi, rotondi inserimenti della sei corde, provvedono a gettare schizzi di colore sulla tela nell'eterna e indispensabile contrapposizione di casa Neu!. Quindi, frantumatosi lo scheletro portante, non rimangono che una flebile melodia e il soffio del vento a intessere una chiusura kosmische, terreno perfetto perché After Eight possa stagliarsi con l'ultimo, prepotente assalto di motorik: seguendo la scia di 'Hero', il pezzo finale ci regala ancora un gustoso assaggio di sordido vandalismo proto-punk, aggressivo e marziale quanto basta, un surreale banchetto di androidi che Dinger intrattiene con il suo canto piatto e atonale, ripetendo ossessivamente 'Help me through the night / Help me see the sun, help me to get up'. Un ultimo sussulto prima che la nera voragine ingoi l'epigrafe NEU! sulla front cover e stavolta per sempre, o quasi.

Rother e Dinger torneranno in realtà ancora una volta in studio insieme, dieci anni dopo, per registrare Neu! 4 (ma guarda un po'); la prescindibile rimpatriata nulla aggiungerà però ai fasti dell'unica, vera stagione kraut. L'omonimo del '75 rappresenta nella maniera più adeguata il termine di un percorso artistico collettivo, non solo per ciò che riguarda i due pionieri di Düsseldorf ma per l'intera corrente avanguardista che dominò la scena mitteleuropea nella prima metà dei Settanta - di essa, i nostri incarnarono forse lo spirito più autentico, in perenne bilico tra la fredda celebrazione della tecnologia e della macchina, e un carattere giocoso, ironico e velato di un'insospetta patina di Romanticismo.
Si preferisce quindi ridurne idealmente la discografia a una trilogia, superba, indefinibile, mitologica, nella quale ognuno è libero di scegliere il Neu! prediletto senza dover temere brutte figure: tre diamanti di strabiliante pregio, incastonati nella storia della musica e destinati a brillarvi per l'eternità. Imperdibili per qualunque collezionista di emozioni.


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