Murmur | Murmur | RockLine.it
Voto: 
7.5 / 10
Autore: 
Emanuele Pavia
Etichetta: 
Season of Mist
Anno: 
2014
Line-Up: 

- Matthias Vogels - Chitarre, voce, noise, synth
- Shane Prendiville - Noise, chitarre, voce, synth
- Alex Perkolup - Basso
- Charlie Werber - Batteria

Tracklist: 

1. Water From Water
2. Bull of Crete
3. Al-Malik
4. Recuerdos
5. Zeta II Reticuli, Part 1
6. Zeta II Reticuli, Part 2
7. King Yellow
8. When Blood Leaves

Bonus track:
9. Larks' Tongues in Aspic, Part 2

Murmur

Murmur

Approdato alla Season of Mist, il quartetto statunitense dei Murmur pubblica il suo secondo album eponimo nel gennaio 2014, dopo il primo Mainlining the Lugubrious registrato nel 2007 (ma pubblicato solo nel 2010 tramite Inferna Profundus Records) e uno split con i Nachtmystium (rilasciato nel 2011).

Abbandonando totalmente il black metal depressivo, ronzante e tutto sommato prevedibile dell'esordio, i Murmur qui ripartono dalle idee solo timidamente accennate da brani come Die Injektion Präparat Ritual e The Fall del primo full-length (che mostravano i momenti più creativi, con sezioni oniriche e dilatate e sonorità progressive a intervallare le sfuriate black metal), portando tale discorso alle estreme conseguenze.
Del black metal, infatti, Murmur mantiene solamente poche caratteristiche (essenzialmente certo riffing in tremolo in alcune sezioni, oltre che l'uso occasionale dello scream), ampliando notevolmente gli orizzonti stilistici della band: seguendo l'esempio del black metal sperimentale norvegese degli anni Novanta (Fleurety e soprattutto Ved Buens Ende sono le influenze più evidenti), i Murmur assimilano nel tessuto metal umori e caratteri provenienti dalle scene più disparate, perlopiù legate al progressive rock e alle sue evoluzioni più cervellotiche. In articolate composizioni free-form, i Murmur convogliano le strutture dei King Crimson più geometrici e cerebrali (non è un caso che nell'edizione limitata in digipak, sia presente anche una personale rivisitazione della classica seconda parte della title track di Larks' Tongues in Aspic), le intricate partiture del Rock in Opposition di Henry Cow, Art Zoyd e Univers Zero, così come l'esuberanza dei più recenti progetti Ruins e Time of Orchids. Al contempo, la musica di Murmur riprende il discorso delle frange più intellettuali del rock degli anni Novanta, riesumando il math rock geometrico dei Don Caballero, l'interplay chitarristico dei Polvo, le aspre dissonanze dei Dazzling Killmen e le improvvisazioni degli Storm and Stress.

Nel conciliare tanti stili così sofisticati, i Murmur mostrano un'esecuzione impeccabile (a partire dalla prestazione maiuscola di Charlie Werber alla batteria, capace di alternare con naturalezza e creatività blast beat black metal a ritmiche jazzate) e soprattutto una lucida visione d'insieme, che distingue la loro musica da quella di tanti "sperimentatori" ambiziosi sulla carta ma non abbastanza dotati tecnicamente da poterselo permettere; inoltre, si avvalgono di una produzione nitida, che permette di dare profondità alle sezioni più progressive senza togliere potenza ai momenti più estremi del disco, distanziandosi ulteriormente in tal modo dallo stile esibito nel primo disco (caratterizzato da una produzione scarna e amatoriale secondo i più miopi dettami del black metal).

Gran parte del valore dell'album è dovuto alle prime tre tracce, che più di tutte dimostrano l'acquisita maturità dei Murmur. Water From Water, con i suoi arpeggi acustici, raffinati arrangiamenti di tastiere, dissonanze spettrali e atmosfere oniriche, sembrerebbe addirittura inaugurare un disco di avant-prog, se non fosse per l'assalto tipicamente black metal incastonato a metà del brano (che, comunque, tradisce la magniloquenza tipica del progressive rock, a partire dai cori fino al riffing intricato). A quanto mostrato nella opener, l'eccellente Bull of Crete aggiunge quindi la spigolosità geometrica e dissonante del math rock, arrivando a una quasi esplicita citazione dei Polvo (epoca Merge) e dei Dazzling Killmen nella jam strumentale centrale.
È però la lunga (undici minuti e mezzo) Al-Malik la traccia che riassume al meglio tutti i caratteri dell'operazione Murmur: ripartendo nuovamente dal black metal norvegese più sofisticato, i Murmur ben presto concentrano tutte le proprie velleità sperimentali in un brano di progressive rock (con tanto di sintetizzatori) che sembra voler aggiornare tramite gli strumenti del math rock, del noise rock e del metal d'avanguardia di Voivod e Virus le divagazioni e improvvisazioni oniriche di Robert Fripp su Moonchild. Con tutti i linguaggi e le tecniche di cui si avvale il gruppo in questo pezzo, Al-Malik rivela però anche le maggiori deficienze compositive dei Murmur, che ancora non levigano adeguatamente alcuni spigoli della loro musica, cedendo a ingenuità (si veda l'apertura con solo arabeggiante, naif e sopra le righe) o lungaggini e autoindulgenze di troppo nella sezione intermedia.

Tali difetti sono maggiormente evidenti nella seconda metà dell'album, dove le composizioni generalmente non raggiungono i vertici dei primi tre pezzi pur mostrando una creatività e un gusto raro nel metal attuale. È questo il caso di Zeta II Reticuli, altro esperimento di progressive black metal diviso in due atti: dove il primo ripercorre con grande successo la strada del crossover tra metal, progressive, jazz, math e noise, il secondo altro non è che un ben più standard tributo ai King Crimson. D'altra parte, King in Yellow è un miasma di ripetizioni ossessive di dissonanze alienanti di chitarra e pianoforte, ma ben presto il trucco stanca e l'ascolto rimane interessante solo grazie alla straripante prestazione ritmica.
In ogni caso, l'interludio Recuerdos (giocato tra chitarre acustiche e synth) e soprattutto il finale onirico di When Blood Leaves (in cui l'interplay chitarristico di Matthias Vogels e Shane Prendiville, mai in tutto il disco così prossimi come in questo brano al suonare come una versione black metal di Ash Bowie e Dave Brylawski, raggiunge probabilmente il vertice emotivo e creativo) sono tra il meglio di ciò che l'album abbia da offrire.

In anni in cui il paradigma di sperimentazione nell'ambito black metal è dato dalla commistione di darkwave, dream pop, post-rock e shoegaze, i Murmur si muovono in controtendenza recuperando l'eredità di capisaldi dell'avant-garde metal del calibro di Carheart e Written in Waters, rivelandosi in questo modo come uno dei gruppi più particolari e coraggiosi ad emergere dalla scena estrema americana negli ultimi tempi.

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