Voto: 
6.7 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Genere: 
Etichetta: 
Roadrunner Records
Anno: 
2000
Line-Up: 

- Chester Bennington - voce
- Mike Shinoda - voce rap e mx, tastiere, missaggio, chitarra
- Brad Nelson - chitarra, voce secondaria, basso
- Joe Hahn - DJ pad
- Rob Bourdon - batteria, voce secondaria

Guests:
- Ian Hornbeck - basso nelle traccie 1, 9 e 10
- Scotto Koziol - basso nella traccia 2
- The Dust Brothers - beats ed elettronica nella traccia 3

Tracklist: 

1. Papercut
2. One Step Closer
3. With You
4. Points Of Authority
5. Runaway
6. By Myself
7. In The End
8. A Place For My Head
9. Forgotten
10. A Cure For The Itch
11. Pushing Me Away

Linkin Park

Hybrid Theory

I Linkin Park si formano nel 1996 con il nome di SuperXero. Dopo vari eventi (cambi di monicker e line-up, più vari disagi logistici per i membri del gruppo) giungono alla forma definitiva nel 1999 dopo l'entrata del cantante Chester Bennington nel gruppo.
Gli americani riprendono la lezione impartita dai Korn in ambito crossover/alternative metal, e ne ripropongono la parte più orecchiabile in un ambito strettamente più pop, fra atmosfere di tastiera di stampo hip-hop, chitarre spesso riusate come un muro sonoro su cui cantare melodie (con distorsioni corpose che ricordano una versione annacquata del periodo post-grunge), ritmi sincopati nu metal, presenza di canto rappato e canto melodico molto pop in un'alternanza melodica e d'impatto. Sfortunatamente, i Linkin Park non risultano affatto creativi, innovativi e soprattutto qualitativi quanto i Korn, ma andiamo con ordine.

I primi due brani sono probabilmente i migliori, cioè Papercut e One Step Closer, perché mostrano fino ad ora un gruppo che sembra avere delle idee interessanti e delle intuizioni melodiche da sfruttare. Sono pezzi dalle vesti suggestive (merito anche della produzione potente) e anche con un tocco di profondità nell'atmosfera, con beats intriganti, ritornelli potenti, risvolti emotivi che inspessiscono la carica delle canzoni, interessanti arrangiamenti d'impatto ma radiofonici e giri di chitarra semplici ma molto orecchiabili. Questo tipo di riffing costituisce la base della musica dei Linkin Park, sfociando spesso nei muri sonori descritti prima. Ciò non è un problema, lo è invece la tendenza a risultare spesso troppo banali, troppo poco incidenti (tranne per chi si lascia impressionare dai chitarroni distorti blandi), fatti più che altro per rendere i brani facilmente assimilabili e che impressionino con chitarroni distorti ripetitivi e urletti vari: difatti già le successive canzoni iniziano ad apparire come una ripetizione sempre più radio-friendly e banalizzata della formula, in alcuni casi abusante di cliché pop che stemperano gli spunti positivi del disco.
La prova è anche nella durata breve di tutti i brani, in modo da renderli tutti come singoli di facile impatto. Sì, perché i Linkin Park portano con sè anche una commercializzazione ed un enorme pompaggio mediatico che ne influenzano la musica e li portano inoltre a realizzare numerosi cd-singolo e anche un album di soli remix di Hybrid Theory che, per carità, potrebbero anche risultare molto validi di per sè, ma sono inutili.
Ulteriore conferma è l'enorme successo di vendite del disco, che arriva al pazzesco risultato di 20 milioni di copie superando anche i boom commerciali (contemporanei) di Disturbed, Papa Roach e Limp Bizkit.

Le atmosfere dell’album si mantengono generalmente abbastanza cupe e a tratti pure industrialoidi, ma più per creare sonorità artificiose; si addizionano vari scratch e alcuni campionamenti, messi come copia-incolla con risultati plasticosi. Nonostante questo l'elettronica di contorno nell'album ha anche guizzi ispirati, pur con qualche parentesi futile e di maniera (Cure for the Itch), mentre è più che altro il lato strumentale, principalmente chitarristico, a suonare piatto e fin troppo semplicistico - arrivando anche a riciclare con scarsa originalità la stessa solfa.
Le influenze dei Korn si sentono soprattutto in brani come With You (con bassi e beats elettronici coinvolgenti ma creati dai Dust Brothers, non dai Linkin Park, ed un incedere sempre più monotono) e A Place for My Head (che ne sembra un'imitazione sbiadita), così come varie citazioni al mondo nu metal precedente a loro. Incredibilmente si percepiscono anche influenze da gruppi come i Metallica in dose di piccolissimi spruzzi, ed in fondo gli stessi Linkin Park si dichiarano stretti ammiratori dei Metallica; ma dovremmo citare anche e soprattutto gruppi come i P.O.D., da cui i Linkin Park attingono molto.

Il canto rappato è sempre molto presente ed a tratti ora abbastanza efficace, ora un po’ noiosetto a causa del retrogusto di manierismo (come se fosse messo apposta per risultare figo) nelle vocals di Shinoda, si deve comunque ricordare che è stile hip-hop americano e profondamente diverso da quello di gruppi storici che lo mescolarono all'ambito rock/metal, come il rap urlato di Zack de La Rocha dei Rage Against The Machine o l’enorme personalità delle innumerevoli linee vocali di Mike Patton dei Faith No More (ed anche imparagonabile ad essi).
Il canto normale è di un’impronta prettamente pop come già detto in precedenza, con una discreta e apprezzabile versatilità ma a volte sfociando in linee vocali alla boyband. Questo è male, contribuisce a rendere l’album troppo dozzinale e privo di mordente.
Poco fanno per controbilanciare alcuni urletti infilati qua e là, che anzi potrebbero sortire l’effetto contrario finendo per sembrare messi per dire “siamo cattivi, ascoltateci”. Brani come In the End sono per mood la parte più comune dell’album: canzone apparentemente affascinante seppur sempre abbordabile per una fetta di ascoltatori di livello molto mainstream, in più un pianoforte malinconico di sottofondo che però da l’idea di essere stato messo più per stupire, tutte le caratteristiche sonore degli strumenti evidenziati nella recensione.

Peccato, perché nel corso del full-lenght non mancano momenti discreti che salvano il disco dall'insufficienza (la coinvolgente Points of Authority, la power-ballad meno banale del previsto Crawling, per esempio), seppur accanto a momenti davvero deboli.

I testi sono raramente interessanti (la già citata In the End per esempio), sembrando più che altro una versione edulcorata, banalizzata e commercializzata per un pubblico di ragazzini e adolescenti delle inquietudini e le angoscie ormai luoghi comuni del nu metal. Addirittura il linguaggio è sempre pulito e privo di uscite volgari, soluzione che rivela l'intento pre-confezionato di diluire la formula vincente di alcuni gruppi per le charts di MTV e per il mercato dei teenagers, rendendola insulsa e per nulla credibile.

Sicuramente vi converrebbe ascoltare in streaming o farvi prestare da un amico quest’album per vedere se c’è qualche canzone che vi piace. Idee melodiche buone ce ne sono e difatti non è tutto da buttare nell'album (certi pezzi riescono anche a coinvolgere abbastanza), e averle approfondite non avrebbe affatto nuociuto, anzi, ma l’eccessiva grossolanità e l’atteggiamento plasticoso impediscono all’album di soddisfare per davvero, sembrando solo una scontata e poco varia compilation di hit radio-friendly con raramente momenti di reale personalità, maturità e creatività.
Quelle idee potrebbero però risultare trampolino di lancio per un successivo album più concreto ed intrigante, ma sappiamo tutti come andò a finire. E la causa è da ricercare soprattutto nell'esercito di produttori che ha "costruito" (e limitato fortemente) il gruppo, dettandone a tavolino le coordinate.

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