Linkin Park | A Thousand Suns | RockLine.it
Voto: 
5.0 / 10
Autore: 
Giuseppe Dalicante
Etichetta: 
Warner Bros.
Anno: 
2010
Line-Up: 

- Chester Bennington - voce
- Mike Shinoda - voce, MC, tastiere, chitarra ritmica, co-produttore
- Brad Delson - chitarra principale
- Dave "Phoenix" Farrell - basso
- Rob Bourdon - batteria
- Joseph Hahn - giradischi/turntable, sampling, programmazione

Tracklist: 

1. The Requiem
2. The Radiance
3. Burning in the Skies
4. Empty Spaces
5. When They Come for Me 
6. Robot Boy
7. Jornada del Muerto
8. Waiting for the End
9. Blackout
10. Wretches and Kings
11. Wisdom, Justice, and Love
12. Iridescent
13. Fallout
14. The Catalyst
15. The Messenger

Linkin Park

A Thousand Suns

Rivoluzione, sperimentazione, cambiamento.
Tenete a mente queste tre parole perché sono esse contenute in qualsiasi intervista rilasciata dalla band statunitense. E' il loro motto, il loro credo ma anche il loro slogan pubblicitario, se possiamo così chiamarlo. A Thousand Suns, nuovo album studio di coloro i quali per anni hanno portato sulle loro spalle il "pesante" fardello del nu-metal essenzialmente più pop e melodico (nonché ibrido dell'intero panorama della corrente musicale), etichetta che ancora oggi fa storcere le labbra a loro stessi e più nello specifico proprio a Mike Shinoda (voce/rapper/chitarrista/tuttofare) che in una famosa intervista rilasciò la seguente dichiarazione: "potete infilarvi il nu-metal su per il ****" proprio mentre si parlava delle differenze di sound rispetto all'ultimo album in-studio appartenente al filone e, alla luce dei parti successivi, anche ultimo degno di questo nome (Meteora, per l'appunto).

In realtà rivoluzione, sperimentazione e cambiamento sono tre parole che i Linkin Park già portano dal precedente lavoro, Minutes to Midnight, album chiave che ha contraddistinto il più importante forse tra gli eventi rappresentanti il contatto con i fan: il dualismo amore/odio verso di loro. Fu detto che Minutes to Midnight avrebbe rappresentato un cambiamento nel sound grazie anche alla partecipazione di Rick Rubin che ha collaborato a grandi capolavori in ambito alternative metal e crossover (come per esempio Toxicity dei System of a Down, giusto per citarne uno) ma che in realtà ha agito in modo tale da trasformare i Linkin Park da nu-metal melodico a soft-pop-rock in Minutes to Midnight.
Un sound pressochè simile ad una combinazione tra U2 e un gruppo a vostra scelta di boyband, un cambiamento che ha scosso il mondo dei milioni di fan dei Linkin Park spezzando il cuore dei più vecchi e nostalgici e instaurando un rapporto di amore-divinità nella nuova generazione temporanea di teen-agers che amano definirsi "alternativi". Un album che comunque non è mai riuscito a sfondare/vendere come il più blasonato Hybrid Theory o lo stesso Meteora di qualche anno dopo.
Ed è proprio sulla scia di Minutes to Midnight che fa la sua comparsa A Thousand Suns, un album che prometteva già dai primi samples di essere ancora più differente dagli altri.

The Catalyst, questo il primo singolo scelto dai Linkin Park in rappresentanza dell'album, dà già una fortissima idea su quello che sarà più o meno il prodotto finale che, nel bene o nel male, è davvero una svolta per il loro sound che senza anticiparvi troppo è cambiato radicalmente.
In un'intervista rilasciata su Kerrang!, Chester Bennington, voce melodica e predominante nonché storica dei Linkin Park, ha quasi con tono di sufficienza e disgusto sintetizzato quel sound che ha reso famoso questo gruppo in tutto il mondo con Hybrid Theory: "Intro, pre-ritornello, variante, ritornello, variante, ritornello, Outro".
Ed è davvero così, di sicuro i Linkin Park non sono mai passati alla storia per il loro sound complicato e ricco di varianti ritmiche, uno stile piuttosto pulito ma con la giusta dose (all'ora) di elementi ibridi tra vari generi come l'hip-hop, l'hard-rock, l'alternative metal e l'elettronica. In A Thousand Suns, dice Bennington, farete fatica a trovare dei ritornelli. Vero, la forma-canzone canonica è solo un ricordo, ogni traccia è particolare e di sicuro farete fatica, ve l'assicuro, a trovare un ritornello anche perché forse non ce ne sono. Si potrebbe quasi considerare un tentativo di emulare certe tendenze potenti di progressive/alternative moderne, se solo non fosse che la tranquillità dei ritmi e la non-aggressività lo rendano solo una brutta copia di certe tendenze, più vicino di solito ad un maggiormente morbido electro-pop contaminato da influenze industrial rock (un po' come se l'electro hip hop di Reanimation, già non molto creativo di suo, venisse stemperato con soluzioni più melodiche nel tentativo di imitare soluzioni synth-pop).
E' complicato descriverlo a parole, dovete solo immaginare qualcosa con buone basi ma tremendamente vuoto e allora forse avrete una vaga idea di che cosa io stia descrivendo.

Ben comincia dunque A Thousand Suns con la prima track, The Requiem. Una intro ben fatta, calma, quasi vecchio stile con quel tocco di elettronica-soft che già comincia a ricalcare quello che sotto un certo punto di vista potremmo definire il "ritornello" dell'album. Si, ho detto che è difficile trovare ritornelli ma sembra proprio che l'intero album sia concentrato sull'evoluzione del primo singolo, The Catalyst appunto, già riprendendo dalla stessa intro il motivo principale nelle liriche facilmente accomunabili al singolo stesso. Una bella intro senza dubbio che poi prosegue in una sorta di seconda intro, The Radiance, di 57 secondi che in un crescendo ci immette nell'atmosfera della vera prima canzone, Burning in the Skies.
E' evidente come i primi secondi di questa canzone ricordino in un certo senso What I've Done con quelle note semplici ma d'effetto di pianoforte per poi lasciar spazio ad un sound ovattato di una batteria che ricorda molto lo stile soft-pop dei più blasonati U2, con atmosfere malinconiche contaminate dalla moderna corrente emo e qualche spunto negli arrangiamenti che ricorda certo alternative pop-rock inglese. Un sound piuttosto calmo e abbastanza coinvolgente ma di sicuro è una prima canzone che evince un dettaglio non di poco conto: la mancanza di un botto. Ora tutti ricordiamo sicuramente che in ogni album dei Linkin Park l'inizio è sempre stato con i fuoci d'artificio, aggressivo, per poi addolcirsi verso la metà e tornare potente verso la fine. Qui invece abbiamo subito del dolce che scorre via nel modo più tradizionale, con qualche bella nota alle chitarre che vi anticipo si sentiranno assai poco. Vuote, senza senso si potrebbe dire, d'atmosfera ma non di quell'atmosfera giustificata con un sound d'emozione come quello di un Maynard James Keenan ad esempio. Pop insomma, bello da sentire ma alla fin fine nella memoria non ci resta, né nel bene né nel male.
Terminata la prima canzone vera e propria si passa ad un nuovo intermezzo, Empty Spaces, semplicemente spari e uno pseudo Sergente Hartman (chi non ha visto Full Metal Jacket?) così a caso giacchè la seguente traccia non sembra aver molto a che fare con gli spari se non questo alternarsi di tamburi apparentemente militareggianti. Stiamo parlando del cupo (ma catchy) industrial/hip hop di When They Come for Me dove torna prepotente quel rap che ha reso famoso Mike Shinoda, aggressivo ma senza scadere nei più semplicistici frequentissimi torpiloqui tipici del genere, sebbene anche in quest'album appaia la mitica targhetta "Parental Advisory". Si, avrete l'opportunità di sentire Mike dire "mother****" e combinazioni di questo genere di tanto in tanto. La nota interessante è il cambiamento che questo pezzo subisce dopo il terzo minuto, sicuramente più simile ai primi album con Chester che si immette con la sua melodica e particolare voce nella canzone mutando lo stile in qualcosa di più pop-elettronico. Tutto ok allora, che c'è di nuovo? L'assoluta o quasi mancanza di chitarre, i cori e questo ritmo sicuramente d'effetto delle percussioni, oltre a un'immane presenza di elementi elettronici frutto della mente di Joseph Hahn (DJ del gruppo) per costruire un'atmosfera differente.
Si prosegue in questo viaggio dunque con la canzone successiva, Robot Boy, una ballata onirica e effettata con beats sintetici, tappeti di tastiere emotivi dalle atmosfere quasi new-age e melodie vocali pop. L'effetto della melodica rilassata-futuristica balza subito alle orecchie, dipingendo un futuro prossimo all'interno di una fabbrica robotica bianca, pulitissima, precisa. Anche qui le chitarre sembrano essere qualcosa non ancora concepito dalla razza umana, una presenza che non si può colmare con l'introduzione di un basso sintetizzato dopo il minuto 3.00. Bella da sentire dopo il terzo minuto ma piuttosto noiosa prima, sarà questo il motivo predominante dell'intero album, ogni canzone sembra dar il meglio di se dopo la metà.

Mike Shinoda torna in un altro interludio chiamato Jornada del muerto che a differenza del titolo, che suggerisce qualcosa in spagnolo, al contrario altro non recita che in giapponese ("Mochiagete, tokihanashite" che tradotto altro non vuol dire che "Lift me up. Let me go", ancora riferimento a The Catalyst che come detto in precedenza è la canzone sulla quale l'intero album si concentra). Un intermezzo piacevole, qualcosa di simile a Reanimation con queste chitarre che tornano a farsi sentire pur sempre senza mai "scendere nella volgarità del nu-metal più celebre", quindi con un'intensità e una forza (debolezza) tipica di Minutes To Midnight.
Ancora chitarre protagoniste all'inizio del pezzo successivo, Waiting for the End, una delle traccie che ha riscosso più successo. Questo perché anch'essa sembra un po' ricalcare quella via di mezzo fra gli U2, una boyband a vostra scelta, qualche buon elemento elettronico come da gentile concessione di Mr. Hahn e gli elementi più radio-friendly dell'hip hop. Anche in questa canzone torna il connubio tra rap (dalle tinte più "etniche") di Mike e voce melodica pop di Chester. Uno dei pezzi più riusciti sebbene anche questo non sembra lasciare particolari emozioni, vuota si ma meno delle altre.
Passiamo invece al pezzo sicuramente più stravagante, Blackout. In questa è Chester che fa da padrone con urla  vecchio stile piuttosto importanti con un ritmo simile ai migliori anni, gli iniziali, e atmosfere di sfondo che toccano l'emo. Tornano le chitarre un po' più aggressive ma con una netta impronta industrial-rock, questa volta con una combinazione di riff-campionature-remix della stessa voce di Chester che via via svaniscono lentamente per lasciar spazio, ancora dopo il minuto 3.00, a Mike Shinoda che fa il Chester della situazione con qualcosa di assolutamente più melodico e molto meno aggressivo. Torna il pianoforte, torna la batteria gradualmente e piacevolmente, una canzone "pazza" com'è stata definita da coloro che hanno messo le mani su quest'album quasi un mese prima il suo rilascio. Infatti è la canzone forse più riuscita di tutto l'album insieme a The Catalyst.

Wretches and Kings (che cita i Public Enemy) per attitudine invece è la più old-style di tutte, assolutamente, segno evidente che i Linkin Park volente o nolente devono inserire qualcosa di simile alle vecchie glorie dei primi album per evitare il disastro totale. Mike inizia con il suo solito rap oldstyle, Chester lo accompagna con la melodia della voce, Hanh dirige il tutto con un sound sicuramente pieno zeppo di campionamenti industriali e di riff accattivanti. Se dovessimo fare un paragone ha una cadenza piuttosto simile a Nobody's Listening di Meteora, anche se decisamente molto più divertente e varia, cosa che da un po' di giustizia a queste chitarre che per tutto l'album giocano a nascondino in modo piuttosto snervante per chi era abituato a qualcosa di più aggressivo. Curiosamente, i beats sintetici incalzanti ricordano molto All Time degli Archive.
Ennesima sequenza d'intermezzo, Wisdom, Justice and Love è una trascurabile parentesi a metà fra ambient e atmosfere malinconiche tipiche dell'emo-pop, condotta dal sample di una voce filtrata robotica e inquietante, e serve solo a prepararci alla prossima canzone.  Ecco che alle orecchie si presenta Iridescent che, scusate la monotonia, rappresenta la "hey U2 clone!" della situazione, ancora una volta, e con le solite influenze emo. Un pianoforte costante su una batteria molto soft che comincia a farsi sentire dopo il primo minuto e un quarto circa, con Chester e Mike che cantano con simil-tonalità, un duetto alla Minutes to Midnight e quindi noioso sino al minuto (indovinate un pò?) 3! Beh non proprio 3, 2.45 ma siamo li. Ecco che la canzone cambia così rendendo la batteria un po' meno noiosa facendo assomigliare il tutto ad un qualcosa di religioso per certi versi. Religioso che poi lascia spazio ad una "esplosione" di chitarre soft e noiose con il coro di Mike in sottofondo e il motivo del quasi ritornello espanso con tutte le salse di soft che potete immaginare. Finito lo strazio, l'ennesima sequenza d'intermezzo con voci robotiche sintetizzate così come tutto il pezzo prende vita: Fallout ci introduce a quello che sicuramente è il pezzo più riuscito e più degno di nota positiva di tutto l'album: The Catalyst. Inizia bene con un organo d'effetto, gli scratches di Joe, Mike che rappa su una sequenza di batteria costante al quale s'aggiunge il basso di Phoenix Farrell susseguito dal melodico Chester. Un ritmo piuttosto particolare che sfocia nel semi-house di un sintetizzatore mischiato a scratches dello stesso Joe Hanh. Così continua e pian piano in crescendo vien fuori una chitarra non aggressiva nel volume ma nell'impronta, non si sente bene ma quel poco che si nota sicuramente dà quell'impostazione più aggressiva che rende questo crescendo indiretto la più degna preparazione per ciò che c'è dopo. Ancora si continua su questo passo con dei cambi di ritmo importanti e un assolo sintetizzato di Joe che ben collabora con basso e chitarra elettrica sino al punto di rottura dove la canzone muta completamente lasciando spazio ad un pianoforte melodico alla In The End con ancora quel synth house/trance più leggero sotto di Hanh e un Mike che non sembra aver nulla da invidiare a Chester in quanto a melodia del cantato. La batteria è eccellentemente epica e poi eccolo il ritornello: Lift me up, Let me go, di cui parlava prima Jornada del Muerto, e il tutto è il vertice emozionale e suggestivo del disco.
Eccola la svolta che i Linkin Park cercavano, un mix dannatamente interessante che purtroppo rimane annacquata dalla mediocrità generale dell'album. Tocca ora a The Messenger, giusto per ricordarvi che questo album non è così entusiasmante. Sperimentazione? Beh difficile considerare questo pezzo desolatamente banale un qualcosa di sperimentale se per voi lo sperimentale è differente da una chitarra acustica in accoppiata con un pianoforte e la voce di Chester che urlicchia come il clone di un clone di un songwriter folk privo di originalità.

Il tema dominante alla fin fine è che questo è un album che per essere apprezzato davvero dev'essere ascoltato dall'inizio alla fine in un colpo solo, è un viaggio mentale partorito dalla creatività di Chester Bennington, Mike Shinoda e Joe Hahn. E' sicuramente un album particolare e differente dagli altri, su questo nessuno potrà qualcosa avere da ridire, però lascia lo spazio che trova. Rimane in mente per la sua complessità (rispetto ai loro precedenti certo) ma a parte The Catalyst non c'è nessun pezzo che davvero dovrebbe riuscire a rimanervi in testa.
Un album commerciale e vuoto che ancora di più scinderà in due gruppi principali i fan-boy dei Linkin Park: i nostalgici e coloro che si adattano.

Mike aveva ragione, potete "fare quella cosa lì" con il Nu, il sottoscritto l'ha già fatto, e voi?

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