Led Zeppelin | Houses of the Holy | RockLine.it
Voto: 
7.9 / 10
Autore: 
Paolo Cazzola
Genere: 
Etichetta: 
Atlantic
Anno: 
1973
Line-Up: 

Robert Plant - voce
Jimmy Page - chitarra
John Paul Jones - basso, tastiere
John Bonham - batteria, percussioni

Tracklist: 

1. The Song Remains The Same
2. The Rain Song
3. Over The Hills And Far Away
4. The Crunge
5. Dancing Days
6. D'yer Mak'er
7. No Quarter
8. The Ocean

Led Zeppelin

Houses of the Holy

Anno 1973. I Led Zeppelin, dopo la pubblicazione del loro quarto album, IV appunto, erano un gruppo sulla cresta dell’onda, nonchè uno dei complessi più famosi e chiaccherati di tutto il globo. IV aveva dimostrato come i Led Zeppelin potessero scrivere un album composto da soli capolavori, completo e immortale. Dopo un tour mondiale estenuante, il gruppo inglese scompare dalla circolazione per circa due anni. Nel 1973 Page e compagni ritornano sulle scene con il successore di IV, ovvero Houses Of The Holy (primo album dei Led Zeppelin con un vero e proprio titolo).

Una premessa è d’obbligo: Houses Of The Holy è un album molto diverso da IV. Una volta arrivati all’apice compositivo e stilistico, i Led Zeppelin cambiano ancora. Le canzoni contenute in questo disco sono molto più curate delle precedenti, gli arrangiamenti e le armonizzazioni diventano molto più complessi e incatenati. Tutto ciò a discapito di quella sincerità e durezza che aveva contraddistinto le produzioni passate. Nonostante ciò, Houses Of The Holy è un album ispirato, piacevole e contenente tante piccole perle.

The Song Remains The Same è la perfetta opener per il disco. I suoni più cristallini e puliti fanno dimenticare le canzoni più grezze e dure del passato, pur non penalizzando il pezzo in se, che risulta invece essere uno dei più piacevoli del lotto. Anche la voce di Plant subisce un cambiamento radicale: la voce stridula e sporca di Led Zeppelin I non esiste quasi più. Il cantato si fa molto più armonioso e dolce, facendo svanire l’irruenza e l’energia che pezzi come Black Dog o Whole Lotta Love avevano incastonato nella nostra mente. The Rain Song è la prima perla di questo Houses Of The Holy. Essa si presenta come una ballata malinconica e toccante, nella quale la voce di Plant e le note elettriche di Page si sposano alla perfezione, accompagnate da soavi arrangiamenti curati come sempre da Jones. La dolcezza di queste note lascia il posto a Over The Hills And Far Away, altra track molto energetica e “californiana”, che cresce esponenzialmente in un climax continuo.
The Crunge è un pezzo totalmente incentrato sulla ritmica di Bonham, dalle tinte puramente funky. Tuttavia risulta lievemente scontato e, come già detto, primo del mordente tipico di una band come i Led Zeppelin.

Il capitolo passa totalmente inosservato quindi, mentre con Dancing Days i toni si risollevano, trovando il perfetto connubio tra orecchiabilità ed energia. D'yer Mak'er è il capitolo più brutto e scialbo di tutto Houses Of The Holy. Le ritmiche molto “californiane” e le melodie così allegrotte non possono non far storcere il naso a moltissimi fan. Il brano sembra essere molto influenzato dal reggae, e purtroppo risulta essere il capitolo più trascurabile del lotto. Dopo il peggiore non può che arrivare il migliore, ovvero No Quarter. La canzone, eterea e strasognata si presenta senza sbavature, commovente. I riff acidi di Page ritornano prepotentemente nella musica del gruppo, aprendo orizzonti sperimentali non indifferenti. The Ocean invece è un pezzo totalmente diverso, potente e dalle forti tinte blues. Una chiusura più che degna per un disco come Houses Of The Holy, ricca di pathos e sentimento.

Il giudizio globale dell’album è sempre stato oggetto di forti critiche. Per quanto Houses Of The Holy non sia paragonabile ai quattro fantastici capitoli precedenti, rimane un album molto particolare e seppur ricco di momenti opachi, piacevolissimo. Successivamente la band si porterà ancora più avanti nella sperimentazione, con quell’album che risponde al nome di Physical Graffiti, ma questa è un'altra storia.

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