Voto: 
5.0 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Etichetta: 
Autoproduzione
Anno: 
2011
Line-Up: 

- M. Bochnig - drums, additional guitars & recording
- C.Holler - guitars
- J. Wulfheide - guitars
- L. Jahns - bass

Tracklist: 

1. Sunshine

2. The Moon Is a Cold Light

3. When Hills Call Back

Líam

Silhouettes Lay Waste to the Living

In attesa del loro prossimo full-lenght, i tedeschi Liam ci anticipano questo EP intitolato Silhouettes Lay Waste to the Living con cui enfatizzano il loro appartenere alla frangia più post rock della corrente cosiddetta "metalgaze", in opposizione alle radici depressive black metal da cui provengono; come se la tristezza che causò la decadenza sonora dei primi tempi in gruppi come questi, ora venga espressa tramite una malinconia evocativa e, a suo modo, dolceamara, fatta di impressioni delicate, sogni mesti, voglia di genuinità e al tempo stesso di conforto dal dolore.

L'iniziale Sunshine si conforma ai canoni del genere, con un una lunga sezione arpeggiata dal sottofondo atmosferico e la batteria che si fa via-via più intensa, in un leggero crescendo che poi sfocia nel consueto climax sonoro del post-rock più canonico, solo che in questo caso l'esplosione è decisamente metallica, con chitarre abrasive e ronzanti discendenti in linea diretta dal black metal, ma armonizzate come le farebbe uno shoegazers. La coda finale sfuma in dissonanza, aumentando i tratti più atmosferici del gruppo. Ovviamente la traccia è puramente strumentale, come le successive. E' evidentemente un brano di maniera, scritto in modo da aderire perfettamente ai canoni formali di un genere da pochi anni "esploso" fra i gruppi di mezza Europa.

The Moon Is a Cold Light inizia in maniera simile a Limbs degli Agalloch, ma prosegue invece seguendo i sentieri di un placido pezzo ambient/post rock, con sezione ritmica appena accennata, chitarre riverberate in lontananza, giochi sonori con gli arpeggi a ricreare atmosfere malinconiche e dolcissime, un retrogusto di etero che fa vagamente Sigur Ròs a momenti. Solo la sezione finale è un'esplosione distorta, con delle chitarre in tremolo come un dream pop/shoegaze maggiormente corrosivo sovrastanti dei droni chitarristici cupi e bassi.

Infine abbiamo When Hills Call Back che rimescola tutto quanto già presentato, senza sorprese.

Non c'è molto da dire, i pezzi sono tutti bene arrangiati e certosinamente congegnati perché seguono pedissequamente uno standard ormai consolidato, il che li rende anche intrinsecamente "banali". Anche per questo motivo non vengono certo raggiunte le vette di espressività di gruppi come gli Alcest, nè i giochi sonori sono paragonabili alle raffinatezze dei vati del post rock a schema soft/loud come gli Explosions in the Sky o i Mogwai. Si tratta insomma di un post rock come diecimila altri, a cui è stata aggiunta un pizzico di evocatività eterea e di bruciantezza metallica nei climax sonori.

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