Liv Kristine | Deus ex Machina | RockLine.it
Voto: 
4.0 / 10
Autore: 
Alessandro Mattedi
Genere: 
Etichetta: 
Swanlake Records/Massacre/Co
Anno: 
1998
Line-Up: 

- Liv Kristine Espenæs Krull - voce, testi
- Günther Illi - tutti gli strumenti e gli arrangiamenti, produzione

Tracklist: 

1. Requiem
2. Deus ex Machina
3. In the Heart of Juliet
4. 3 AM
5. Waves of Green
6. Take Good Care
7. Huldra
8. Portrait - Ei Tulle Med Oyne Bia
9. Good Vibes, Bad Vibes
10. Outro

Liv Kristine

Deus ex Machina

Liv Kristine Espenæs Krull esordisce già a 10 anni nel coro della propria città e dopo aver studiato pianoforte nel 1994 si unisce al gruppo metal Theatre of Tragedy col quale rilascia due dischi prima di questo debutto solista nel 1998.
L'album, intitolato Deus ex Machina, è stato interamente composto e suonato dal produttore Günther Illi, la cantante norvegese si limita a scrivere i testi e a cantarli.
Il lato negativo è che la musica si rivela abbastanza piatta e povera in contenuti, in quanto consiste in una lunga sequenza di elementi dark ambient, elettro, goth e persino new age triti e spersonalizzati, se non anche allungati con manierismi come lirismi ampollosi e stratificazioni di tastiera particolarmente derivative. Come suggerito anche dai titoli delle canzoni, l'intero disco è permeato da una insipida banalità nel songwriting che emerge a più riprese come effetto collaterale del tentativo non molto velato di far risultare il disco mesmerizzante, sacrale e "mistico". Purtroppo il risultato sfocia in un gira-la-moda di cliché stilistici provenienti da diversi settori dell'elettronica cupa.

Requiem è una semplice intro di vocalizzi lirici adagiati su tastiere spettrali.
La prima canzone è la titletrack, lunga e ripetitiva canzone in cui avvolgenti tappeti di tastiera fanno da sfondo a giochi melodici oscuri; le atmosfere sono dal sapore generalmente decadente ma "modernizzato" da piccoli spruzzi elettronici (e che sul finire catapultano in un inquietante scenario urbano minimalista grazie soprattutto al battito sintetico), mentre i riferimenti al goth ottantiano si inseriscono fra le strings e le linee vocali eteree. Il tutto è confezionato in modo probabilmente suggestivo, sicuramente molto artificioso, e la ripetitività del brano ne stempera il potere evocativo rendendolo piuttosto soporifero.
In the Heart of Juliet è un po' un punto d'incrocio sbiadito fra Cure ed Enya, filtrando il risultato con un mood malinconico dal sapore tipicamente scandinavo e persino spunti chitarristici blueseggianti in un contesto che suona monotono e blando.
3 AM naviga su territori più catchy e ispirati, variando la proposta stilistica (riciclo in maniera graffiante di stereotipi come ritmo trip hop, atmosfera post-industriale, elettronica a la Ultra, continui mini-assoli bluesy di sottofondo, duetto con voce maschile - in questo caso Chris Holmes della gothic-metal band Paradise Lost) ma suonando ancora più derivativa, e di conseguenza artificiosa e impersonale, come altra faccia della guadagnata efficacia melodica.
Waves of Green è un celestiale, medievaleggiante, ripetitivo mescolamento di arpa, piccoli interventi di pianoforte, vocalizzi cristallini a la Elizabeth Fraser, climax emotivi dai toni epicizzati e strings-melassa a iosa. Si tratta di un brano rilassato, incentrato sugli acuti speranzosi di Liv e sui riempimenti sonori di contorno per fare atmosfera, ma è anche abbastanza prevedibile.
Take Good Care è una melodiosa canzone che riprende lo stile degli One Dove enfatizzando i fondali ambientali di tastiera per cercare di dare un tocco più "onirico". Nonostante le chitarre acustiche siano un po' monotone, il pezzo suona più fresco dei precedenti; sfortunatamente la successiva Huldra è una parentesi con samplings, campionamenti d'archi e voci da soprano in lontananza, che dovrebbe risultare drammatica in qualche modo, ma che affoga nella banalità più totale. Portrait, cantata in norvegese, parte da queste tonalità più "tragiche" per portare avanti un mix di musica sacra ed ambient stile Era unito ad elettronica industrial/ambient/trip hop dove trionfa ancor di più la pacchianeria a offuscare i pochi riusciti spunti melodici.
La canzone conclusiva è Good Vibes Bad Vibes, una rivistazione in chiave dark di certa new age, perché Outro non è altro che un'inutile ripresa di Requiem.

Il lavoro svolto da Illi in fase di composizione è povero di idee come anche di personalità, mentre il talento vocale di Liv Kristine viene diluito in un mare di soluzioni sonore artificiose che ne appiattiscono le capacità espressive e la flessibilità canora; e la partecipazione di Chris Holmes nel quarto brano è abbastanza sprecata.
Non c'è molto da salvare nell'esordio da solista di Liv, che si rivela a conti fatti una delusione.

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