Voto: 
8.0 / 10
Autore: 
Emanuele Pavia
Etichetta: 
Table & Chairs/Debacle
Anno: 
2012
Line-Up: 

- Luke Bergman - Chitarra, percussioni
- Neil Welch - Sassofono tenore, percussioni
- Brandon Lucia - Chango, percussioni (traccia 2)
- Thomas Campbell - Batteria
- Kristian Garrard - Batteria
- Chris Icasiano - Batteria
- Evan Woodle - Batteria

Tracklist: 

1. Stolen Police Car
2. Elvenogram

King Tears Bat Trip

King Tears Bat Trip

Con un ensemble di sette elementi provvisto di chitarra (Luke Bergman, fondatore del complesso), sassofono tenore (Neil Welch), "chango" (ovvero uno strumento analogico, suonato e inventato da Brandon Lucia) e ben quattro batterie (Chris Icasiano, Evan Woodle, Kristian Garrard e Thomas Campbell), i King Tears Bat Trip rappresentano una delle novità più sconcertanti e al contempo interessanti di tutto il 2012.
Attivi già da qualche tempo nell'ambiente underground di Seattle, il settetto ha esordito solo quest'anno con il proprio debutto eponimo (in realtà registrato «in unedited, live studio takes» risalenti al 16 e al 18 aprile 2011), pubblicato prima in formato digitale tramite la Table & Chairs a marzo e stampato finalmente in vinile dalla Debacle a novembre, facendo istantaneamente urlare al miracolo gli amanti delle sonorità più eversive del jazz e del rock.
Per quanto infatti la musica dei King Tears Bat Trip conservi un profondo legame con gli stilemi free jazz (come dimostrato soprattutto dal ruolo di protagonista giocato dal sassofono di Welch - di stampo inconfondibilmente ayleriano -, nonché dal formato free-form delle composizioni dell'album, basate fortemente sull'improvvisazione dei musicisti), il lavoro del complesso valica le frontiere del genere grazie a un lavoro ritmico e rumoristico che riporta alla mente alcuni degli esperimenti più selvaggi nell'ambito rock: le ritmiche afro delle percussioni, dotate di un sapore tribale e quasi sciamanico, evocano lo spettro del Pop Group, mentre le dissonanze della chitarra e del chango portano alla luce un'eredità noise che va dai Boredoms agli Shit & Shine. Eppure, nonostante un'innegabile componente cerebrale e cacofonica dell'album, i King Tears Bat Trip non si arroccano mai in costruzioni austere, autoindulgenti o semplicemente fastidiose: con una capacità invidiabile, l'ensemble riprende dai maggiori lavori di Albert Ayler anche un certo vitalismo melodico gioioso e sublime che, dove non riesce a rendere perfino "catchy" (per quanto consentito da una proposta particolare come quella dei King Tears Bat Trip) la musica dell'album, rende comunque le improvvisazioni dei sette musicisti accattivanti, ipnotiche e quasi spirituali.

Secondo una lunga tradizione jazzistica, anche King Tears Bat Trip si compone di poche ma lunghe improvvisazioni collettive (in questo caso, due pezzi di circa diciotto minuti): Stolen Police Car apre l'album con una distorsione infernale e lacerante, cui si unisce presto il battere incalzante delle batterie (che, poste in circolo durante le esibizioni live - da cui l'etichetta "post-drum circle" con cui il complesso definisce la propria musica -, enfatizzano ulteriormente l'impenetrabilità e l'efficacia del muro ritmico) e l'aleggiare spettrale del sassofono che fa capolino tra la cacofonia di fondo di percussioni, chitarra e chango, sfruttato in un modo che più si confà a un gruppo noise che a un gruppo jazz.
Quando l'impianto ritmico si assesta infine su un pattern definito, ripetitivo eppure incalzante, Welch sfodera un'esibizione energica e piena, che riporta alla mente le magnifiche prove dell'Ayler di Witches & Devils e Spiritual Unity, cui fanno eco chitarra e chango, che ne riprendono le linee melodiche decomponendole in un sostrato distorto e dissonante. In un continuo flusso di coscienza tra variazioni sul tema, improvvisazioni corali e slanci metafisici, il pezzo prosegue in un baccanale guidato dal sostegno ritmico, sempre monolitico per quanto strabordante di microvariazioni che donano continuamente nuovi colori al brano, su cui il sassofono può abbandonarsi liberamente a una performance tra atonalità free jazz, fanfare bandistiche e misticismo ascetico. Quasi celati da questo miasma, Bergman e Lucia devastano ulteriomente (ma sempre subdolamente) il tessuto sonoro con bombardamenti noise, che ora simulano un secondo sassofono distorto sotto quello di Welch, ora aggiungono altre disarmonie a una musica già dissonante e ostica.
Quando il fragore ritmico segnala la fine di Stolen Police Car, i King Tears Bat Trip si cimentano in una side B ancora più sperimentale e cerebrale: Elvenogram riprende direttamente dove la traccia precedente s'era chiusa, estremizzandone ulteriormente le componenti cacofoniche e sperimentali. I pattern batteristici degenerano in schemi claudicanti e primitivi, a sostenere un'esecuzione di Welch sempre più tortuosa e feroce, ormai parente stretta delle esperienze più radicali dell'improvvisazione libera e dell'AACM, mentre chitarra e chango prendono il sopravvento avvolgendo la performance del settetto in una coltre di rumorismi, sferzate elettroniche e cacofonie ascensionali che celebrano l'influenza del più violento terrorismo noise sulla musica dei King Tears Bat Trip.
Un ultimo grido di sassofono, sostenuto dallo scrosciare dei piatti delle batterie, segnala la fine di uno degli album più sconvolgenti e validi che la scena sperimentale abbia partorito in questi anni.

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