King Crimson | Islands | RockLine.it
Voto: 
8.4 / 10
Autore: 
Paolo Bellipanni
Etichetta: 
Island
Anno: 
1971
Line-Up: 

- Robert Fripp - Chitarra, Mellotron, Peter's Pedal Harmonium
- Mel Collins - Flauto, Flauto Basso, Sax e Voce
- Boz - Basso, Voce, Coreografia
- Ian Wallace - Batteria, Percussioni, Voce
- Peter Sinfield - Liriche e Suoni

- Keith Tippet - Piano
- Paulina Lucas - Soprano
- Robin Miller - Oboe
- Mark Charig - Corno
- Harry Miller - Basso

Tracklist: 

1. Formentera Lady
2. Sailor's Tale
3. The Letters
4. Ladies Of The Road
5. Prelude: Song Of The Gulls
6. Islands

King Crimson

Islands

Una band che crea un capolavoro ha in qualche modo il compito di non tradire mai le aspettative e di proseguire - o almeno di provarci - sulla via della perfezione. Negli anni '60-'70, gli anni del delirio prog, dell'intellettualismo e della sperimentazione d'avanguardia, a riuscire in quest'impresa sono stati in due: Frank Zappa e Robert Fripp. Già guardando al 1970 c’è da spaventarsi: mentre il genio baffuto di Baltimore cavalcava l'onda del suo iconoclasta successo (erano già stati divorati dal pubblico mondiale capolavori quali Uncle Meat e Hot Rats), Fripp e soci si accingevano alla pubblicazione 'solo' del secondo e del terzo album, In The Wake Of Poseidon e Lizard, dischi che, in un modo o nell'altro, segneranno definitivamente non solo gli esiti della band britannica, ma di tutto lo scenario progressive di allora. Ma più dei due dischi appena citati (che, per quanto belli, si dimostravano ancora acerbi e incompleti), fu il successivo capolavoro del 1971 ad aprire definitivamente le porte della consacrazione unanime dei King Crimson, tanto per la sua intrinseca bellezza quanto per il suo ruolo di assoluto spartiacque artistico: Islands chiude infatti un ciclo musicale per aprirne un altro, sottomettendo la follia e l'istrionismo ad uno struggente senso di "neoclassicismo prog", di perfezione realizzativa, di assoluta eleganza espressiva, allontanandosi così da quelli che erano i canoni compositivi dei due precedenti dischi (canoni che però ritorneranno nella maniera più grandiosa nel gioiello del 1973, Larks' Tongue In Aspic) e proiettandosi verso una ricerca musicale che definire abbagliante risulterebbe riduttivo.

Armonie in pieno barocco-style, sgargianti forme neoclassiche, mood romantico e decadente, atmosfere sognanti: Islands è un colosso di colorismi accesi e melodie cosmiche che si alternano e si affacciano nel nostro mondo con la solita, incommensurabile varietà espressiva del gruppo britannico. Per rendersene conto basta ascoltare il passaggio che si compie passando tra la quarta e la quinta traccia del disco, i due simboli e allo stesso tempo i due capolavori rappresentativi di Island: Ladies Of The Road è immersa in un prog rock lento e sfumato ma altrettanto vario nella sua continua ricerca timbrica; quando poi, tra sax e chitarre imbizzarrite (elementi chiave anche in The Letters) la canzone termina, si giunge invece al secondo gioiello Prelude: Songs Of The Gull, sinfonia dolce e atmosferica, uno struggente esempio di musica classica nell'età della più violenta sperimentazione rock: un (quasi) ritorno al passato che mmerge l'intero disco in una dimensione sognante, stellata, dannatamente romantica. Ma questi sono solamente due esempi della grandezza compositiva del genio di Robert Fripp, perché Island è un inesauribile cammino attraverso la sua mente divina. Sailor’s Tale, ipnotica e densa di un certo mood dark, e i suoi anarchici passaggi strumentali tra prog, funky e jazz; o ancora le due splendide suite Formentera Lady e l’omonima Islands, la prima soffusa ed esotica, la seconda raffinata e barocca, con un romantico pianoforte a tessere melodie struggenti su cui poi si sviluppano linee di violini e flauti che conferiscono al brano un ulteriore tocco d’eleganza.

E' per questo che quando l'opera finisce il cuore emette una sorta di sussulto come se volesse sentirlo ancora una volta, proprio perché risulta impossibile distaccarsi dalle atmosfere e dai sogni che Fripp e soci hanno reso in musica attraverso questo capolavoro senza tempo. In Islands anche il progressive rock di base perde positivamente consistenza, cambia forma, viene snaturato e riproposto sotto un’altra ottica, più libera e meno vincolata ai canoni precedentemente impostati dallo scenario sperimentale britannico. L’album è per questo necessario per cogliere al meglio i cambiamenti e le evoluzioni dei King Crimson che, da quest’album in poi, continueranno a sperimentare senza sosta, lasciando un po’ per strada il gusto pacato e classico di Island per dirigersi verso una musica più contorta e labirintesca che segnerà definitivamente gli ulteriori sviluppi del prog-rock europeo, genere di cui i King Crimson (ed è ormai inutile continuare a ripeterlo) sono stati e saranno sempre l'espressione più  magniloquente.
 

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